di Alessia Mussi, Sara Posa e Stefano Celli, magistrati della Procura di Rimini (Celli è vice-segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati)
Abbiamo letto con interesse l’intervento di Gianfranco Vanzini. Dobbiamo ringraziarlo, perché ci permette di fornire alcune informazioni su compiti e funzionamento del CSM. Di questo c’è bisogno, perché i fattoidi, le verità alternative, stanno irrompendo prepotentemente nel dibattito.
La preoccupazione di Vanzini sull’influenza delle correnti nel CSM e di questo sulle decisioni dei giudici discende da una mancata conoscenza dei compiti del Consiglio, che non decide controversie fra privati, non giudica della responsabilità penale, non dà indirizzi di alcun genere ai magistrati. Non è un giudice, ma un organo amministrativo il cui compito fondamentale è tutelare l’indipendenza della magistratura, rendendolo effettivo, perché non resti sulla carta.
Il CSM è organo di governo della magistratura e, in primo luogo, ne tutela l’indipendenza e l’autonomia; si occupa poi delle promozioni, dei trasferimenti, delle nomine, del disciplinare, dell’organizzazione degli uffici, dell’attuazione del principio del giudice naturale. Non ha nessuna competenza sulle decisioni concrete, quelle che riguardano i cittadini perché ciascun giudice decide le controversie nel rispetto della costituzione e delle leggi, provengano dal parlamento o dagli organi europei cui l’Italia aderisce.
La narrazione che attribuisce alle correnti e al CSM un ruolo nelle decisioni (ovviamente solo quelle sgradite al governo) è platealmente smentito dai fatti. La sezione immigrazione del tribunale di Roma, che ha adottato i provvedimenti di “non convalida” dei trattenimenti nei centri in Albania di numerosi migranti, sono stati adottati da tutti i componenti della sezione, che sono 16. Meno di un terzo di loro fanno attività nelle diverse correnti, eppure tutti, “correntizzati” e non, hanno deciso allo stesso modo.
Insomma chi afferma che le correnti e il CSM influenzano impropriamente le decisioni dei giudici, dovrebbe assumersi l’onere almeno di indicarle, e di spiegare se e come si allontanano da una corretta applicazione della legge.
Quello che Vanzini auspica, in realtà c’è già.
È la riforma, invece, che rischia di politicizzare le decisioni, rendendole conformi alla maggioranza del momento. Il CSM, indebolito e consegnato a una pattuglia di laici individuati dalla politica con finto sorteggio previa individuazione e gradimento della maggioranza del momento, privato della competenza disciplinare a favore di una corte il cui compito è già stato indicato da autorevoli membri del governo, e cioè far sì che l’interpretazione della legge sia conforme non alle leggi (sempre come auspica Vanzini) ma alla volontà popolare via via esplicitata dal governo in carica
Non è un processo alle intenzioni: la capogabinetto del ministro della Giustizia, Bartolozzi, ci ha candidamente svelato l’obiettivo, durante un dibattito televisivo: “Votate si, così ci togliamo di mezzo la magistratura”.
Se il sostegno alla riforma, in questo caso, è frutto di una conoscenza incompleta, e come tale superabile con l’informazione, c’è un altro aspetto, assai ricorrente, che invece preoccupa molto di più. E cioè le parole di fastidio, a volte di dileggio, di attacco sconsiderato, che molti riservano non solo alle singole decisioni, ma alle associazioni di magistrati.
“Conventicole”, che nella narrazione dei sostenitori della riforma sarebbero la causa esclusiva di ogni male, finalmente eradicate grazie al sorteggio, così da eliminare i problemi che “noi tutti conosciamo”: la lunghezza dei processi, prima di tutti, un servizio spesso inceppato e che non riconosce adeguatamente i diritti.
Eppure è lo stesso ministro che ha ribadito più volte che la riforma non c’entra nulla con la lunghezza dei processi e non restituisce efficienza al sistema giustizia; non c’entra nulla, la riforma, con il caso della “famiglia nel bosco”, e nemmeno con le nuove indagini del delitto di Garlasco (ancora il ministro, il 12 marzo).
E allora cosa c’è dietro questo attacco a un’attività che si svolge alla luce del sole, un’attività che è in primo luogo di elaborazione culturale e scientifica, che ha contribuito all’attuazione di una magistratura in cui tutti i magistrati avessero effettivamente pari dignità e (articolo 107 cost.) “si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni”?
Innanzitutto c’è l’insofferenza per i corpi intermedi, perché il rapporto fra il vertice politico e il popolo deve essere diretto. Nessuna mediazione è tollerata: niente. E poi c’è il desiderio di negare ai magistrati, solo ai magistrati ordinari, lo spazio di agibilità democratica riconosciuto a tutti i cittadini, impedendo loro di poter scegliere non i loro rappresentanti, ma le persone, o meglio una parte delle persone (perché un terzo del CSM è composto da laici indicati dalla politica), chiamate ad amministrare la macchina della giustizia.
Forse la democrazia (con le elezioni) non è il miglior sistema del mondo. Anzi è sicuramente il peggiore, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora. Il sorteggio non lo abbiamo ancora sperimentato, ma ne facciamo volentieri a meno.












