di Tommaso Giagnolini
Dopo aver fatto un patto con l’aristocratico Lucio Pino ricordando il suo aiuto, si riscrive al Partito Socialista per esaudire il suo sogno di diventare sindaco o perfino onorevole.
Martedì 16 Gennaio 1919
Erano passati un paio di giorni dall’ incontro con quell’ aristocratico signore che Pino si era proprio fossilizzato su di esso, ed aveva dimenticato di trovarsi un lavoro, e alla famiglia che si era anche dimenticato il suo passato ma quel martedì gli ritornò in mente un vecchio e bel ricordo.
Pino era seduto al tavolo con i suoi figli in salotto e stava sorseggiando un buon caffe e grazie a quello, per svuotare la mente da quel ricordo, gli venne in mente: “Cosima vieni qua!”. Urlò e lei dalla cucina, avendo paura che gli si fosse sporcato il pigiama o che si fosse scottato con il caffe, andò subito a controllare “Miciu, chi succedi? Non mi diri ancora chidda omu.” Disse: “Micia ti ricordi quando prima della guerra, mi ero iscritto a quel sindacato locale governato dal partito socialista?”. “Sì, mi ricordu, era propriu tantu tempu fa.” “Potrei reinscrivermi e diventare candidato!”.
“Miciu, nun u fari! Mi sentu comu nu bruttu presagiu!”, disse facendo il segno della croce: poi Pino si avvicinò, l’abbracciò teneramente e la tranquillizzò dicendo che Lucio lo avrebbe aiutato. “E basta cu chistu Lucio, ti sta facennu mpazzìre”, ma Pino non la sentì e si mise la giacca e il suo capello e si incamminò verso la sede del partito.
Scendendo le scale di nuovo, come per magia, si ritrovò Lucio che lo stava aspettando, lanciando (per non annoiarsi) una moneta d’oro e quando lo vide lo salutò e disse “socio finalmente sei arrivato!”.
Dalla sua tasca usci un grande serpente verde con gli occhi d’oro che strisciò al collo di Lucio: “Attenzione è pericoloso!” urlò Pino provando a toglierlo di dosso. Ma Lucio lo fermò con la mano: “Tranquillo, è il mio carissimo animale domestico, si chiama Morf”.
Il serpente fece una specie di inchino con la testa: “Piacere Morf!”. Disse Pino un po’ sorpreso: “Allora sbrighiamoci, che la sede chiude a mezzogiorno”.
“Come sai che devo andare lì?”. “Intuizione!” rispose Lucio e i due andarono verso la sede.
Dopo qualche viuzza, andando verso il centro e svoltando a destra, si trovarono di fronte alla sede del partito che era molto piccola: solo una stanza con l’insegna attaccata al muro.
Lucio bussò molto forte e una voce all’interno gli rispose: “Avanti!” Entriamo!”.
I due entrarono dentro e si trovarono davanti poche persone che stavano bevendo ed organizzando manifesti con una vecchia stampante, e in quella stanza, vi erano più manifesti che persone; al banco principale vi era un giovane ragazzo sulla ventina che stava leggendo ad alta voce dei discorsi per riproporli alla popolazione locale.
“Scusa signorino”, disse Lucio. Ma il ragazzo lo ignorò e continuava a parlare tra sé: “Scusami!”.
Lucio un po’ stufo sbattè il suo bastone sul banco e a quel punto, il ragazzo si girò spaventato: “Signore, sai la parola aspettare?!”. “Sì la conosco, ma il mio socio Pino ha una proposta per voi!”, disse Lucio. E poi il ragazzo vedendo e osservando meglio Pino disse: “Ma tu sei il Volpi dell’ officina Travelli?!”.
“Sì, sono io ed era la mia ex officina perché?”. Rispose Pino: “Non ti ricordi il piccolo Beato?”.
“Ah sì… il nobile ragazzino figlio del proprietario terriero Gallucci”, rispose, ricordando Pino “sono io”.
“Non ci posso credere, come sei cresciuto!” disse felicemente. Ma guardandolo meglio domandò: “Ma perché sei qua? Non dovresti essere a casa a contare ed amministrare il vostro patrimonio?!
A quella domanda, Beato divenne più cupo e triste e disse: “Mio padre mi considera un fallito e poi non mi piace arricchirmi sulle spalle altrui, e per questo la mia famiglia al completo, anche i miei bisnonni, mi considerano la pecora nera e la fonte di disgrazie e sfortuna. Mi hanno dato anche la colpa delle sanzioni durante la guerra”. “Mi dispiace hai provato a riparare i cocci ?”, domando Lucio. “Certo che ci ho provato, ma non le vogliono sapere delle mie scuse, ma a me cosa me ne frega; tanto ho il mio partito che è come una famiglia”.
“Ah vero! Basta perdersi in chiacchere. Perché siete qua?”, domandò Beato.
“Allora il mio caro amico rivorrebbe la sua tessera di partito”, disse Lucio toccandogli la spalla. Sorridendo: “Se vuoi la reiscrizione, devi pagare una piccola somma per contribuire al partito”.
Pino guardò il suo portafoglio, ma non vi era nessun soldo: neanche una lira aveva con sé: “Mi dispiace.”
Prima che finisse di parlare, Lucio si fece avanti e dalla sua borsa che aveva, tirò fuori ben cinque banconote da 500 lire e quando Benedetto le vide, rimase a bocca aperta “gra… grazie signore!”, disse balbettando dalla gioia nel ricevere una valuta così alta, perché quella sezione non era cosi tanto ricca e gli unici fondi che arrivavano erano solo quelli dalla sede centrale a Cosenza governata dall’ avvocato Pietro Mancini, fondatore della sezione calabrese.
Lucio si avvicinò e disse: “Il mio socio vorrebbe correre al comune nelle elezioni del 16 novembre”.
“Signore, grazie per la vostra proposta ma c’è già il nostro sindaco Pizzini a concorrere alle elezioni per quel giorno”.
“Allora fallo diventare consigliere comunale!”, disse Lucio mettendo le mani sul tavolo in modo molto innaturale per una persona di classe come lui: “vicesindaco!”.
“Già occupato!”. “Consigliere comunale!” “Già occupato!”. “Membro del consiglio comunale!”. “Già occupato!”. “Segretario di partito!”. “Già occupato!”. “Re del mondo!”. “Cosa?!” e rosso come un pomodoro e stanco, Lucio se ne andò e disse: “Ho sprecato i miei soldi per niente! andiamocene socio!”.
“Un attimo signori!”. Beato si avvicinò a loro e disse: “In verità c’è un lavoro che possiamo darti: ti interesserebbe il lavoro del rappresentante dei lavoratori che stiamo cercando un sostituto che quello precedente è stato arrestato per radicalismo?”.
Lucio pensò, e senza neanche sentire Pino disse: “Accettiamo sto compito!”. “Perfetto!”, disse Beato battendo le mani. “Domani inizierete a lavorare!”. “Perfetto: ai vostri servizi”, disse Pino dando la mano a Beato.
Uscirono così dalla sede: Pino salutò e ringraziò Lucio che tornò a casa con un nuovo lavoro, ma con tanta felicità.










