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Riccione. L’Odissea riletta e aggiornata da Milo Manara

Redazione di Redazione
4 Agosto 2026
in Cultura, Riccione
Tempo di lettura : 10 minuti necessari
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Fiorenzuola di Focara, il mare

Fiorenzuola di Focara, il mare

di Gianni Fabbri

 

L’Odissea riletta e aggiornata da Milo Manara

Ovunque (e tutti) non si fa che parlare di “Odissea”, più che del conflitto in Iran, o del tentativo di esodo dei 50.000 migranti dal Marocco all’enclave spagnola di Ceuta.
Stimolato dal Kolossal “Odissea” di Christopher Nolan, uscito nelle sale il 16 Luglio scorso, si è riacceso l’interesse globale per il poema omerico, trasformando un mito classico in un grande fenomeno culturale di massa – anche chi scrive ritorna su Odisseo per la seconda volta -.
In molti, se non tutti, tra i lettori dell’Odissea di Omero si saranno chiesti come mai, dopo dieci anni di guerra nel lungo assedio di Troia, Ulisse/Odisseo abbia poi impiegato dieci lunghi anni per tornare a Itaca, dove lo attendevano la fedele moglie che…
tesseva la tela, il giovane figlio Telemaco, il vecchio padre Laerte e… i Proci
Dieci lunghissimi anni per fare un tratto di mare che in barca a vela non richiede più di dieci giorni.
Le risposte possono essere tante: si può pensare che sia la Ninfa Calipso che la maga Circe avessero argomenti esaurienti per intrattenerlo così a lungo; come ci si potrebbe chiedere se
l’amata Penelope fosse veramente amata, e… pur anche se sia stata veramente fedele, oppure che alcune lusinghe dei Proci potessero aver fatto effetto, o che, comunque, Penelope fosse una figura più complessa di quanto comunemente immaginato, in una, fosse una donna, non solo sposa (!)
La versione omerica lascia immaginare la sua fedeltà, manifestata con la celebre astuzia della tela che tesseva di giorno e disfaceva di notte.
Alcune versioni più tarde (Apollodoro) narrano storie alternative,
tipo Penelope avrebbe ceduto alle lusinghe di un pretendente,
in particolare Alcinoo, o, addirittura, rimandano al mito:
Penelope sedotta dal Dio Ermes, diede alla luce il Dio Pan (?!?)
Queste varianti suggeriscono l’idea che Penelope fosse una
personalità più sfaccettata, dotata della stessa astuzia del marito Ulisse e che non si limitasse ad aspettare passivamente:
non fosse una semplice casalinga, ma una donna, una femmina
ancorché intelligente e scaltra, che governava il Regno di Itaca e cercava di tutelare i propri interessi e quelli del figlio Telemaco.
Lezione: cari uomini, non bisogna menarla troppo a lungo…
Penelope NON aspetta più!
Dante Alighieri se la cava più elegantemente nel Canto XXVI
dell’Inferno, girone dei fraudolenti, in quanto mette in bocca a Ulisse queste frasi:
                                   “Considerate la vostra semenza
                                     Fatti non foste a viver come bruti
                                     Ma per seguir virtute e canoscenza…”
Indi
                                   “Ma misi me per l’alto mare aperto
                                     Sol con un legno e con quella compagna
                                     Picciola da la qual non fui diserto…”

Il suo, è un Ulisse amante del viaggio in quanto scoperta e “conoscenza”, al punto da intraprendere un ultimo viaggio oltre le mitiche Colonne d’Ercole (“Non plus ultras”) per esplorare quello che allora era l’ignoto.
Sebbene la sua sete di sapere sia ammirevole e vista da Dante come una aspirazione di modernità, viene altresì giudicata negativamente perché separata dall’amore e dalla guida divina – Ulisse è posto da Dante tra i fraudolenti perché colpevole di aver usato la sua intelligenza e il suo ingegno per ingannare, con il “cavallo”, i Troiani; inoltre, sia Ulisse (“Lo maggior corno della fiamma antica”) che l’amico Diomede (lo minor corno) sono tacciati di aver perpetrato il furto del Palladio (statua di Atena) alla città sconfitta, mostrando così il loro disprezzo per le cose sacre; sempre Ulisse ha ingannato Polifemo con il vino e con il nome “Nessuno”; ma…soprattutto per avere, Ulisse, sfidato i limiti divini con il suo “folle volo” verso l’ignoto, un peccato di superbia intellettuale.
Per tutte queste cose, Ulisse viene condannato da Dante ad un viaggio senza meta e senza ritorno, che si conclude tragicamente:
“Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque
A la quarta levar la poppa in suso
E la prora in giù com’altrui piacque
Infin che il mare fu sovra noi richiuso”

“Odissea – Milo Manara”.
                                                  Dal poema di Omero – Feltrinelli.
Trova finalmente forma un capolavoro inedito di Milo Manara, frutto di anni di studi e riflessioni, creazioni di testi e illustrazioni.
Il poema di Omero narrato da un altro originale punto di vista:
quello di Telemaco, figlio di Ulisse.
Con parole e immagini di straordinaria efficacia.
Un poema disegnato su tavole.
All’inizio pensate per un film, le tavole firmate Manara ripercorrono gli episodi salienti del poema omerico con la tecnica dell’acquarello.
Accompagnate dal testo scritto dallo stesso Manara, in cui il poema omerico viene raccontato da un punto di vista nuovo e originale, quello di Telemaco – “Penelope non aspetta più”…   è il poema narrato in opere moderne che ribaltano il mito classico, presentando una Penelope che non è più solo simbolo di fedeltà ed attesa, ma una donna che riscopre se stessa, trova nuova libertà e intraprende il suo cammino personale, rompendo con il personaggio tradizionale: in una, una Penelope moderna (!) –
Il tutto con parole e immagini di straordinaria efficacia e suggestione.
Su “Robinson”, inserto di “la Repubblica” una anticipazione esclusiva di Milo Manara, con un commento di Maurizio Bettini
Titolo: “Le Veneri di Milo”
Le Veneri di Milo Manara non hanno nulla da invidiare alle Afrodite Callipigia (Veneri dalle belle natiche) degli scultori greci e romani, infatti, come mostrano alcune illustrazioni, in fatto di natiche le sue Veneri non sono seconde a nessuna (!)
Ma… veniamo al Telemaco di Manara.
La sua storia comincia quando Telemaco è ancora bambino,
di circa sei anni.  Non ha mai conosciuto il padre, essendo nato pochi mesi dopo la sua partenza per Troia, e soffre molto la sua assenza.  Ama fare lunghe passeggiate, durante le quali talora canta.  Lo incontriamo durante una di queste passeggiate, in un pomeriggio estivo. Le cicale friniscono, le farfalle svolazzano, fiori e erba alta ondeggiano alla brezza di mare.
Telemaco si sta dirigendo verso un fitto boschetto in collina.
Il bambino entra nell’ombra del sottobosco e raggiunge uno stagno, alimentato da un fresco ruscello.
Mentre sta giocando con l’acqua, improvvisamente vede una strana figura riflessa, alza lo sguardo e, oltre lo stagno scorge un suo coetaneo con una buffa capigliatura, spuntare tra il fogliame. Accortosi di essere stato visto il bambino fugge lontano, scomparendo tra la vegetazione.
Telemaco, attraversa lo stagno e si getta all’inseguimento, ma ormai l’altro è sparito.  Telemaco lo chiama e lo invita a farsi vedere. E, finalmente, la testa del bimbo dai buffi capelli spunta tra la vegetazione.  Uscito allo scoperto apprendiamo che non si tratta di un semplice bambino ma di un piccolo di centauro, che dice di chiamarsi Kiros e conduce Telemaco in una meravigliosa radura in mezzo al bosco, dove un vecchio centauro, spelacchiato e canuto, sta facendo un pisolino.
È il nonno di Kiros, che, svegliato comincia a lamentarsi come fanno tutti i vecchi.  Visto Telemaco, si presenta a lui dicendo di essere Chirone, il più vecchio e il più saggio fra i centauri.
Gli racconta che ci furono giorni in cui la sua fama era tale che figli di eroi e di re gli venivano affidati perché li educasse alle più nobili arti. Ma ormai quel tempo era passato perché tutti gli eroi e i re erano partiti per andare a combattere in una lunga guerra in una terra lontana. Tra questi re c’era anche Ulisse.
Telemaco allora chiede al vecchio centauro di parlargli di quella guerra e, in particolare di suo padre Ulisse.
Chirone, sollecitato, comincia a narrare dei terribili duelli che si svolgevano sotto le mura di Troia.
Nel frattempo dallo stagno si leva un denso vapore biancastro che forma come uno schermo nel quale emergono le figure delle scene raccontate da Chirone.
Praticamente sono tutti episodi narrati da Omero nell’Iliade
Achille che affronta Ettore in duello e lo uccide.
Ulisse che confabula con Diomede sullo stratagemma del “Cavallo”. Il furioso incendio di Troia nella notte.
Ulisse che con i suoi uomini sale sulla nave, invocando la clemenza di Poseidone. Il Dio del mare non accoglie l’invocazione di Ulisse,
ma decide anzi di rendergli difficile il viaggio di ritorno a Itaca.
Siamo nell’Odissea, nello specifico la “Telemachia”, la parte
dedicata al viaggio che Telemaco fa alla ricerca del padre, parte che comprende i primi quattro canti.
Su consiglio di Atena, sotto le sembianze di Mente un carissimo amico di famiglia, Telemaco parte in segreto da Itaca recandosi prima da Nestore, il saggio re di Pilo, città costiera del Peloponneso, nonché altro eroe greco di Troia, che lo accoglie e gli fornisce notizie sulle ultime vicende della guerra di Troia, consigliandolo poi di recarsi a Sparta da Menelao.
Menelao rivelerà a Telemaco di aver saputo, grazie al Dio Marino Proteo, che Ulisse è ancora vivo, ed è trattenuto sulla isola di Ogigia dalla Ninfa Calipso.
A questo punto il focus dell’Odissea torna su Ulisse, di cui descrive il ritorno a casa per vendicarsi dei pretendenti della sposa Penelope.
Vediamo l’imbarcazione di Ulisse e dei suoi compagni in balia di un mare tempestoso. Mentre facevano rotta verso Itaca i marinai, imprudenti, hanno aperto l’otre del Dio Eolo e si è scatenata la burrasca con venti impetuosi che spingono la
imbarcazione verso Sud, sino alle coste dell’Africa
Esausti ed affamati, gli uomini scendono a terra per rifocillarsi,
il paesaggio attorno li sorprende per bellezza, fra gli alberi di forme e colori mai visti, compaiono animali ancora più strani.
I marinai si inoltrano in quel singolare mondo e finalmente incontrano chi lo abita. Sono donne , uomini, giovani e vecchi vestiti in fogge bizzarre, e agghindati con ghirlande di fiori dai mille colori.  Alcuni danzano e cantano, altri suonano strumenti sconosciuti, altri ancora preparano il cibo, disponendolo su grandi vassoi.
Il cibo è a base di fior di loto, e anche i marinai lo mangiano, sprofondando quasi subito in una sorta di beatitudine inebetita.
Ulisse li chiama a raccolta perché il vento si è fermato e il mare è calmo e favorevole. Bisogna approfittare per tornare a casa.
Ma la maggioranza dei marinai, inebetiti, non lo ascolta, perciò, aiutato da quelli che hanno mangiato meno loto, quindi meno inebetiti, li trascina a bordo e li lega sotto coperta e salpa l’ancora.  Dopo un giorno circa di navigazione, i marinai ripresi dalla beatitudine, manifestano il desiderio di sbarcare su un isola per rifocillarsi.  Seguendo alcune pecore al pascolo, scorgono e entrano in una caverna.
Non l’avessero mai fatto: sono seguiti da un gregge di caproni enormi e da un pastore orrendo, un gigante, talmente alto che è costretto a chinarsi per entrare e, una volta entrato chiude l’apertura della caverna con un’enorme macigno.
Il gigante ha un solo occhio centrale.
Reminiscenze scolastiche dicono che è il Ciclope Polifemo – ma… questa è l’Odissea di Milo Manara non di Omero –
Il ciclope mette della legna in un rudimentale camino, poi accende il fuoco.
Al bagliore delle fiamme Polifemo scorge Ulisse e i suoi compagni e chiede loro chi siano e da dove vengano.
Ulisse, dicendo di chiamarsi “Nessuno”, gli racconta un po’ la loro storia e si raccomanda al suo senso di ospitalità.
Polifemo, ridendo, gli risponde che… col senso di ospitalità lo mangerà per ultimo. Per cominciare afferra due marinai, li sbatte violentemente contro una parete e se li divora.
Finito l’orrendo pasto, per digerire, tracanna lunghe sorsate di vino da un otre gigantesco e si addormenta.
A quel punto Ulisse, visto all’interno della grotta un enorme palo,
lo appuntisce, ne infiamma la punta nel fuoco e poi con l’aiuto dei marinai lo infila nell’occhio del ciclope.
Il ciclope lancia un urlo disumano, contorcendosi e dimenticandosi. Svegliati dalle urla di Polifemo altri ciclopi – Ulisse e li compagni sono sbarcati sull’isola dei ciclopi – chiedono a Polifemo il perché delle grida e chi gli stia facendo del male.
Di nuovo, i ricordi scolastici dicono quale sia la risposta:
“Nessuno”.
E allora i ciclopi si allontanano borbottando.
Alla mattina Polifemo per fare uscire il suo gregge sposta il macigno che chiude la grotta e poiché è stato accecato tasta la schiena di ogni capra che fa uscire dalla grotta.
Ma… l’ingegno di Ulisse ha indicato ai compagni di aggrapparsi alla pancia degli animali, sicché riescono ad uscire senza che il gigante se ne accorga.
Ritornati sulla nave, Ulisse a gran voce schernisce Polifemo dicendogli che il suo nome non è Nessuno bensì Ulisse.
Allora il gigante ancora più incollerito prende dalla scogliera un enorme masso e lo lancia in mare.
Il masso scavalca l’imbarcazione e, caduto in acqua, crea un’onda enorme che rischia di far naufragare la nave.
Ripreso il controllo della situazione Ulisse e i marinai guadagnano il largo, ormai fuori pericolo.
Il resto lo sappiamo dall’Odissea di Omero
Il ritorno a Itaca, con l’aiuto della Dea Atena, vestito da mendicante, viene accolto da Eumeo, il suo fedele porcaro, che gli racconta della tirannia dei Proci, i pretendenti che insidiano sua moglie Penelope e consumano i suoi beni.
Successivamente si rivela al figlio Telemaco, e insieme progettano la vendetta contro i Proci.
Viene escogitata la gara con l’arco: Penelope dichiara che sposerà chi riuscirà a tendere l’arco di Ulisse.
Anche il mendicante/Ulisse partecipa alla gara, tende l’arco e con quello fa strage dei Proci.
Poi… il lieto fine: Ulisse si rivela a Penelope, ricongiunge la famiglia e… vissero felici e contenti nel loro Regno (come nelle fiabe).

Chi scrive ha anche visto il recente film di successo – ne parlano i media in continuazione – “Odissea” e ne esprime un giudizio molto positivo; il giudizio della critica e del pubblico sono molto contrastanti: lodato come ‘kolossal’ spettacolare e profondo, ma anche criticato per le numerose libertà narrative.
Pare che piaccia molto ai giovanissimi della generazione Z.
Per chi scrive la durata di circa tre ore è forse eccessiva, si poteva tagliare qualche episodio, tipo quello dei giganti Lestrigoni presentati in armature d’acciaio lucidissime, che uccidono molti compagni di Ulisse nel bosco, mentre Omero li descrive come giganti antropofagi che divorano due degli uomini mandati a terra da Ulisse in avanscoperta – il terzo riesce a fuggire e dare l’allarme – e che lanciano enormi pietre verso la flotta di Ulisse in fuga distruggendone buona parte.
L’Ulisse di Nolan, interpretato molto bene da Mat Demon, è molto meno eroe e molto più umano, e questo è molto positivo, come positive sono le sfumature pacifiste che emergono con una certa continuità.

Ma… per Dante non è così: un altro Ulisse che, per amor di conoscenza e scoperte, lascia la famiglia e va verso un non lieto fine… punito per un peccato di presunzione intellettuale!
“Infin che il mare fu sovra noi richiuso”

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