Misano. Addio a Sirio Selva, un grande misanese: narrava il creato con le sue poesie. E curava i raccolti degli agricoltori, prima con la diagnosi e poi con i prodotti. Se n’è andato ieri mattina dopo la colazione. Aveva 90 anni. Lascia la moglie Jolanda, la figlia Milva, il genero Enrico, il nipote Loris… E’ stato bene fino a poche decine di giorni fa. Una brutta caduta in bagno lo aveva allettato. E poi la lenta fine.
Per i misanesi, e non solo, Sirio era la sua attività: vendeva prodotti per l’agricoltura nel negozio all’incrocio tra via Riccione-Tavoleto e via San Giovanni. Professionalmente preparato, sapeva dare i consigli giusti ai clienti che si divertivano con la terra. Curioso, lettore onnivoro, nel suo lavoro, che amava, aveva raggiunto un livello eccellente. Uno dei clienti era Moreno di Misano Monte. Diceva: “Come Sirio per le piante e le piantagioni non c’è nessuno”. Forse la sua pianta del cuore era il fico. Ne aveva uno vicino casa di più di un secolo. Un monumento. Amava riprodurli per talea. Talee che regalava agli amici. Centinaia di amici e conoscenti li hanno in giardino e nei campi. Al figlio di un amico coetaneo ne ha scaricati una dozzina col suo Apetto. Arrivava a trovarlo la primavera con alcuni fichi. “Ma Sirio ne ho già una marea”. “Lo so, ma tu hai la terra ed è giusto piantarli”.
Appassionato della bicicletta (tifoso di Coppi) ha pedalato fino ad una ventina di anni fa. Da giovane, è stato attivissimo del Partito comunista della cellula di Misano Cella. Insieme all’amico Aldo Tombari, la domenica mattina, distribuiva il verbo de l’Unità alle famiglie. Nei primi anni Sessanta il prete della Cella non lo sposò; lui ripiegò alla Madonna di Bonora, a Montefiore.
Il suo famoso negozio viene aperto nel 1933 dal babbo Ferdinando. Davanti c’era la bottega di generi alimentari e forno; sul retro vendeva calce e cemento. Era cementista e scalpellino (con opere nel cimitero di Misano Monte), Ferdinando. Il passo successivo è quello dei prodotti per l’agricoltura, nel dopo-guerra. Poi sono subentrati i figli, Geo (deceduto nel 2019) e Sirio.
Un’altra delle sue passioni era scrivere poesie. Soprattutto legate alla natura. Qualche titolo: “Fiume”, “Ginestra”, “Il bove e l’aratore”, “Il falciatore”, “Rugiada”, “Rondine”… Aveva scritto un libro (che dovrebbe uscire postumo), che nella prima parte reca le sue poesie a lui più care. Nella seconda, invece, ci sono i soprannomi delle vecchie famiglie misanesi. Aveva coinvolto nella ricerca anche un paio di suoi coetanei. Per cercare di non dimenticare qualcuno, usava l’elenco telefonico come guida.
Caro Sirio, che la terra ti sia lieve.
Il rosario si tiene stasera alle 20.30 nella chiesa di Misano Cella. Il 28 agosto, nella stessa chiesa, alle 16.15 il funerale.
Alcune sue poesie.
LA MORTE
Al crepuscolo m’è intorno quiete e sereno,
l’aura muove, a differenti,
ognora s’alternano rinomanza, rettitudine a l’onta,
finanche ai fulvi raggi del meriggio,
eppoi dal vespro oltre l’indomani, sempre
brevi i giorni, anche i nefasti, in ogni caso
per questi esseri malevoli di bassi istinti morali,
avvezzi ad avidi intenti.
Agiscono nell’esistenza come in una estenuante disputa,
è gente spregevole che non sa amare il bene, la vita,
ignora gli affanni, le sofferenze, la fine, la morte.
Eppure fra i meandri, gli intrighi dell’esistenza,
breve è la vita, poi l’attimo fugge, fuggono gli estremi vitali,
poi la fine, la morte, verso eterna notte di fossa.
Si precipita nel baratro immemore, abbandonati,
poi il lungo riposo nel mistero delle tenebre perenni,
fra i peccatori! O fra i giusti di Dio! Chissà!
Se è vero l’eterno aldilà, patire la vita terrena
(sebbene nello sguardo di Dio)…
Mah, chi lo sa! Chissà!
Allora dove tutto è tacito e silente, o anima saggia di Dio,
narra, sarai sentita con attenzione.
Rimembra i puzzoni, le infamie di questi mostri viventi
con sembianze umane, ingordi tramandano
gli obbrobri ai loro simili,
offendendo la psiche, la coscienza, la morale.
Eppure nulla è eterno,
chi muore non è più nessuno.
Inesorabile il tempo scompone e scompariamo nel
silenzio di morte.
Dunque la morte onora e loda la vita del giusto e dell’onesto.
RUGIADA
La sera spegne il giorno,
l’aria si oscura,
scende fredda e pungente la notte rugiadosa.
Tacciono le vite, dorme la notte bigia.
Cadi sulle vivide vite,
sulle dormienti, amorfe, aspersa ovunque.
Smessa la notte oscura, luce,
la luce bianca d’aurora, l’aura fluttua gradevole.
O gelida rugiada, al levare della luce soliva
ti dissolvi, ti aspergi, estinguendoti ti disperdi morta.
Brilli stille, più appariscenti sui verdi prati,
tremuli sui petali, grondi dai sepali,
scendi lacrimosa gli steli. Dovunque sei,
tutto brilla di iridati riflessi.
Libera, muta, fuggi senza patemi,
sali sull’ali della libertà, t’involi lassù,
vaghi la volta, senza dimora sperduta e sola.
L’indomani di già annoiata da uggiosa
solitudine celestiale, mesta mediti il ritorno,
ritorno che sarà lacrimoso e stillante,
e ricadrai generosa, sfavillante,
rifulgerai di bellezza l’amena terra, laddove
stanca, leggera, leggera su nuove vite poggerai.
GIOVENTU’
Gioventù, gioventù, non sei più in me,
Mi lasci, dove vai?
Ora la mia mente pensa
a una diletta fanciulla molto amata.
Alla di lei bellezza
porterò in dono un cortese omaggio
che ispira e infonde amore per ricordarle
come i giorni della gioventù fulminei precipitano.
Vorrei memoria nel tempo. Sto invecchiando e sono solo.
Non più m’allieta guardare le rosee gote, la luce del sorriso.
Quando verrà
la dolorosa vecchiaia,
sarò io a ricordare i bei tempi
e tu a dimenticare.











