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Rimini. L’Europa unita, modello per la democrazia liberale

Redazione di Redazione
18 Marzo 2025
in Attualità, Rimini
Tempo di lettura : 3 minuti necessari
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Filippo Giorgi, Coordinatore Regionale Democrazia Liberale Emilia Romagna

 

L’Europa unita, modello per la democrazia liberale.

Scopriremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, se gli Stati Uniti hanno gli anticorpi necessari a difendere le loro istituzioni democratiche e liberali. Questa volta ne hanno proprio bisogno e ne abbiamo bisogno anche noi perché della “Democrazia Liberale” gli Stati Uniti sono stati insieme all’Europa i creatori e i pilastri e l’allontanamento dell’altra parte dell’Atlantico da questo modello, che è pieno di difetti, incongruenze e inefficienze ma resta il più avanzato del mondo e della storia in termini di affermazione dello stato di diritto e di libertà, lascerebbe l’Europa da sola a presidiarlo.

Sono Democrazie Liberali anche: il Canda, l’Australia e la Nuova Zelanda, il Giappone, la Corea del Sud e altri paesi, ma tra tutti solo l’Europa ha la dimensione per essere un modello. Se è unita.

E qui veniamo al punto chiave.

IL modello che l’Europa rappresenta fatto di primato del diritto sulla forza, di libertà, di welfare, che fino a ieri era considerato perdente e decadente da Putin, ora sembra sia considerato tale anche da Trump, il presidente del Paese fino a ieri, appunto, simbolo della libertà e della democrazia.

IL problema non è però tanto che i paesi dell’Unione sono democratici e liberali, è che sono uniti. Il motivo per cui Putin con le campagne di disinformazione sui social sin dai tempi della Brexit, e Trump con le prese di posizione di uomini chiave della sua squadra, sostengono i partiti di estrema destra e nazionalisti è che questi partiti sono antieuropei.

Per loro, e per tutte le altre potenze, sarebbe assai meglio avere a che fare con la piccola Italia, con la piccola Francia, con la piccola Germania, nessuna delle quali ha la scala necessaria per competere in alcun settore, che sia politico, militare, economico, tecnologico.

È questa la partita che è cominciata e della quale dobbiamo capire fino in fondo le implicazioni.

Che sono essenzialmente tre:

La prima è che il nostro prezioso modello fino ad ora è stato difeso dalle armi americane e dobbiamo prepararci a difenderlo da soli.

Uscendo dall’ipocrisia noi non siamo mai stati disarmati, soltanto che a pagare il conto era Washington e questo ci ha fatto molto comodo.

Dobbiamo decidere se sostituire l’ombrello americano con un ombrello europeo, il che non ci trasformerebbe in guerrafondai ma ci metterebbe in condizione di essere capaci di difendere noi stessi, le nostre libertà e il nostro benessere e soprattutto di scoraggiare chi avesse in mente di attaccare tutto ciò.

La seconda implicazione è che dobbiamo renderci conto che lo stato di diritto, le libertà, la democrazia sono beni immensi e preziosi quanto precari.

Le nostre generazioni, fortunate, non hanno dovuto lottare per conquistarli, quelle che lo hanno fatto sono ormai scomparse e tendiamo a pensare che siano cose scontate, che non richiedono impegno, dedizione, sacrificio per essere mantenute.

Le viviamo come condizioni di contesto, accompagnate da molta retorica, vissute da parti larghe di popolazione quasi con fastidio e sostenute da troppo pochi con vera passione.

La terza implicazione è che anche il nostro benessere non è scontato.

Già da tempo viviamo in un clima di arretramento, nell’Italia che non sa più crescere più che altrove, ma l’Italia e l’Europa restano tra le aree del pianeta dove il benessere è più elevato e più diffuso.

Ebbene, la strada per non essere alla mercè di chi ha la forza delle armi, le tecnologie, il potere economico e industriale, le materie prime e quant’altro, per continuare a vivere in un luogo in cui il diritto prevale sulla forza, i diritti siano tutelati e le libertà garantite, per conservare e accrescere il livello di benessere al quale siamo abituati e un’Europa saldamente unita.

Perché, lo abbiamo detto, i singoli paesi non hanno le dimensioni, la scala, la forza non solo per difendersi ma anche per investire in tecnologia, in innovazione, per avere potere contrattuale con i fornitori di materie prime, per difendere i propri valori e i propri interessi.

Questa è la strada, l’impegno deve essere fare sì che ne diventiamo tutti consapevoli e convinti, superando gli opportunismi, le ipocrisie, i provincialismi, recuperando anzi un patriottismo nazionale ed europeo che è il contrario del nazionalismo.

Senza retorica per favore, non ce n’è bisogno, bastano i fatti.

E però l’Europa deve funzionare, il convinto europeismo non deve essere acritico, e anzi dobbiamo essere una spina nel fianco delle classi dirigenti nazionali, perché il problema è molto più lì che a Bruxelles, perché si completi il mercato unico che oggi è la sola vera forza che abbiamo ma non è ancora tale per le banche e la finanza, per le telecomunicazioni, per le infrastrutture energetiche; perché si renda efficiente la governance superando il diritto di veto che diventa un diritto di ricatto; perché ci siano una politica estera, una politica della difesa, una politica economica europea; perché si riduca l’eccesso di regolamentazione che è figlio anche della poca politica. E soprattutto che si aumenti il tasso di democrazia nei processi decisionali.

Abbiamo molto da fare, dobbiamo costruire un vero spirito europeo e una Europa migliore, è una bella missione nella quale unirci.

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