Misano Adriatico. Ivano Bonetti: “Italia fuori dal mondiale, al di là della sfortuna, è il declino della fantasia e del talento dei giocatori. Oggi, i formatori sono concentrati sugli schemi e sulla fisicità, penalizzando estro e talento”.
Ivano Bonetti è stato un signor giocatore; ha giocato nel Brescia, Genova, Sampdoria, Juve… Ha iniziato ad allenare con successo. Era sulla panchina della scozzese Dundee; la moglie, di Riccione, resta incinta e decide di tornare a casa. Il bresciano dal 2022 abita a Misano. Ha tre figli. Mattia gioca nel Domagnano ed è capocannoniere; mentre il più piccolo è juniores nel Misano: 1,90 metri ed un bel talento. Dallo scorso dicembre, per pura passione, Ivano Bonetti allena la Juniores del Misano.
A chi gli chiede qual è la chiave di lettura della mancata qualificazione dell’Italia al Mondiale e la sconfitta con la Bosnia Erzegovina lo scorso 31 marzo, argomenta: “Primo punto, gli episodi sfortunati. Purtroppo, in questo tipo di partite all’Italia manca colui che può ribaltare il risultato con una giocate geniale. Cosa sempre fattibile in 90 minuti. Poi però va fatta una riflessione legata alla cultura degli ultimi decenni dei formatori italiani. Con ordine. Oggi, il calcio si è livellato nel mondo, ma verso il basso. Col grande rispetto verso la Bosnia, va detto che nella squadra italiana non c’è il fuoriclasse: Pirlo, Baggio… Questo significa una squadra senza fantasia e prevedibile. E sulla creatività si apre una riflessione profonda: la cultura del calcio e dell’evoluzione della società. Tutto inizia con i bambini; i formatori dicono loro cosa fare e come farlo; quando il calcio, lo sport, la vita, è prima di tutto fantasia e creatività. Vorrei portare un’altra riflessione, nel bene e nel male, il calcio è un bene di tutti. Non è una scienza esatta, ma coloro i quali davvero ne sanno, sono pochi. Detto questo, i formatori, spesso hanno giocato ad un livello basso, reprimono la fantasia e la creatività. Senza queste sensibilità, il talento fatica ad imporsi. Redarguito dai formatori i bambini per strada smarriscono il bello dell’iniziativa personale. Ricordo un episodio che ho vissuto col grande campione francese Michel Platini. Eravamo compagni nella Juve. Io giovane, lui gioca l’ultima partita a 31 anni: Juve-Brescia (3-2 ed io segno il gol della vittoria). Gli chiedo se ora va a fare l’allenatore. Mi dice di no; che non lo potrebbe mai fare, perché quello che faceva in campo (meraviglie) non si poteva insegnare.
Chiuso l’aneddoto. Dal mio punto di vista, i bambini, i giovani, non avendo più libertà di esprimersi liberamente diventano dei buoni giocatori e basta. E mai dei fuoriclasse. Negli ultimi tempi, ci si è concentrati sull’atletismo. Cioè si corre molto. E dove si corre molto manca il ragionamento e la classe. E’ nelle categorie inferiori che si corre tanto. Invece, il calcio è per chi ha cervello e sa far correre la palla. Un esempio forte è Modric; ha 41 anni e fa faville. Inoltre, i formatori vogliono vincere anche con le giovanili e per farlo scelgono la fisicità. Pensano che ogni giocatore possa fare tutto. Così il difensore non sa difendere; l’attaccante non sa fare gol ed il 10 non è più 10. Dovremmo pensare che il centro è il bambino con il suo pensiero e le sue scelte. Il bravo formatore si focalizza sull’entusiasmo, il coraggio, la capacità di prendere iniziative. Insomma, la tecnica è l’auto, mentre la fisicità dovrebbe essere l’optional e non il contrario. Penso che si dovrebbe lavorare sulla libertà di espressione e non sulla fisicità ed i moduli. Il bambino in campo deve fare quello che si sente. A me, come ai tanti campioni del passato, nessuno mi ha mai insegnato a giocare a calcio. I bravi allenatori devono far crescere le belle menti. La forza del talento”.









