di Andrea Speciali
Ho educato un’intelligenza artificiale a pensare e lavorare come me. Ora voglio trasformare i sogni in immagini e dare voce a chi non può parlare.
Dalla gestione di 800 eventi internazionali alla progettazione di ambienti immersivi capaci di ricostruire i sogni. Lo storico dell’arte riminese, classe 1988, racconta il suo investimento nell’intelligenza artificiale e l’idea di una startup tra creatività, neuroscienze e inclusione. «La tecnologia deve ampliare le possibilità dell’essere umano, non sostituirlo».
Intervista ad Andrea Speziali – Cultura, tecnologia e innovazione
C’è un filo che unisce l’Art Nouveau, la filosofia, i sogni e l’intelligenza artificiale. Per Andrea Speziali, storico e critico d’arte, illustratore, docente e presidente dell’Associazione Italia Liberty, quel filo è la capacità dell’essere umano di immaginare ciò che ancora non esiste.
A 38 anni, dopo aver dedicato gran parte della propria attività alla riscoperta del patrimonio artistico tra Otto e Novecento, Speziali sta esplorando una nuova frontiera: educare un’intelligenza artificiale a riconoscere il proprio linguaggio, apprendere dai propri libri e studi, riprodurre criteri creativi seguendo il pensiero umano e la creatività che lo contraddistingue.
Un percorso nel quale, racconta, ha investito risorse economiche significative e molto lavoro personale, con l’obiettivo di sviluppare un’applicazione capace di assisterlo nella scrittura, nella comunicazione e nell’organizzazione. In futuro applicarla a un robot capace di modellare la creta seguendo il modello creativo naturale. Quasi una scena da film <<Io Robot>>.
Ma l’ambizione si spinge oltre. Speziali immagina una startup che possa utilizzare l’intelligenza artificiale per ricostruire visivamente i sogni e trasformarli in esperienze immersive. E guarda alle neuroscienze per sviluppare strumenti capaci di facilitare la comunicazione delle persone che non possono esprimersi attraverso il linguaggio verbale.
«Ho insegnato all’intelligenza artificiale il mio modo di lavorare»
Professor Speziali, quando ha cominciato a interessarsi all’intelligenza artificiale?
«Il mio interesse nasce da una necessità concreta: il tempo. Negli anni ho costruito numerosi progetti culturali, scritto una trentina di libri, organizzato manifestazioni, curato mostre e archiviato un patrimonio di immagini e documenti molto ampio. Mi sono chiesto come potessi continuare a fare tutto questo senza moltiplicare all’infinito le ore di lavoro. Dormo tre ore a notte. Ho cominciato così a educare un’applicazione di intelligenza artificiale attraverso il mio linguaggio, i miei testi e il mio metodo organizzativo. È un investimento economico importante, ma soprattutto un investimento intellettuale che mira a sposare quello che sarà il futuro in anticipo».
Che cosa significa educare un’intelligenza artificiale a pensare come Andrea Speziali?
«Significa cercare di trasmetterle il mio modo di affrontare i problemi, costruire ragionamenti, scrivere e creare. Le migliaia di carte scansionate dai quaderni delle elementari, agli schizzi nei bloc-notes agli audio dell’iPhone sono elementi fondamentali per far apprendere l’IA. Non voglio soltanto uno strumento che produca testi corretti. Voglio un sistema che riconosca le mie preferenze, sappia interpretare il contesto di una richiesta e proponga soluzioni coerenti con la mia esperienza. Naturalmente non è il mio cervello e non possiede la mia totale coscienza. La imparerà! Ma può inizialmente essere un’estensione operativa delle mie conoscenze».
Lei sostiene che questa tecnologia abbia già cambiato il suo lavoro. In che modo?
«Penso sia straordinario quello che oggi si può realizzare. Mi permette di essere molto più veloce nella comunicazione, dalle risposte alle email alle richieste di contatto, fino all’automazione di interi flussi di lavoro. Posso seguire contemporaneamente attività che un tempo avrebbero richiesto una struttura organizzativa molto più grande».
È così che è riuscito a organizzare l’ultima Art Nouveau Week?
«Vi svelo un aspetto che pochi conoscono. Dietro l’edizione colossale dell’Art Nouveau Week del 2026, con quasi 800 appuntamenti distribuiti in trecento città del mondo, c’è stato un lavoro organizzativo enorme. L’intelligenza artificiale mi ha consentito di coordinare una parte importante delle operazioni senza dover assumere un centinaio di persone per gestire comunicazioni, informazioni e attività ripetitive. Naturalmente il festival ha coinvolto professionisti, guide, studiosi e collaboratori. Ma il coordinamento centrale ha beneficiato enormemente di questa tecnologia».
Una startup per trasformare i sogni in esperienze immersive
Adesso sta pensando a una startup. Qual è l’idea più ambiziosa?
«Vorrei sviluppare una tecnologia che permetta di trasformare i sogni in immagini, video e, successivamente, esperienze immersive. Il sogno è una delle dimensioni più affascinanti dell’esistenza umana. Ogni notte produciamo immagini, ambienti, situazioni e narrazioni che spesso svaniscono pochi minuti dopo il risveglio. Mi piacerebbe poter recuperare almeno una parte di questo patrimonio immaginativo e renderlo visibile».
Come immagina concretamente questa esperienza?
«Immaginiamo una stanza senza pareti dritte, una grande bolla, un ambiente avvolgente dove non esistano angoli e le superfici diventino schermi. Una persona entra e si trova immersa nelle immagini del proprio sogno. Non guarda semplicemente un filmato: attraversa uno spazio costruito intorno a ciò che ha ricordato, percepito o immaginato durante il sonno. Importante anche l’olfatto con profumi legati all’atmosfera. Potrebbe rivedere un paesaggio, un volto, un edificio impossibile, una scena che nella realtà non esiste».
Ma oggi l’intelligenza artificiale è davvero capace di leggere i sogni?
«Non nel modo completo che immagino. Oggi possiamo già ricostruire visivamente il racconto di un sogno attraverso strumenti generativi. Esistono inoltre ricerche neuroscientifiche che cercano di interpretare alcuni correlati dell’attività cerebrale. Ma leggere fedelmente un sogno direttamente dal cervello è una sfida ancora aperta. La startup dovrebbe lavorare proprio su questo confine, attraverso collaborazioni scientifiche, sperimentazione tecnologica e progettazione immersiva».
Quale potrebbe essere l’utilità di una simile invenzione?
«Le applicazioni potrebbero essere artistiche, culturali, educative e, se validate scientificamente, anche di supporto alla ricerca psicologica. Pensiamo a un artista che riesca a trasformare un’immagine onirica in un’installazione. Oppure a una persona che voglia esplorare, in un ambiente protetto, un sogno particolarmente significativo. Non vorrei creare soltanto uno spettacolo tecnologico, ma un nuovo linguaggio per rappresentare l’immaginazione».
«Vorrei che l’intelligenza artificiale aiutasse chi non riesce a comunicare»
C’è anche una dimensione sociale nel suo progetto, legata alla sua esperienza come docente di sostegno.
«Assolutamente. Lavorando nella scuola mi confronto con esigenze molto diverse, soprattutto con le difficoltà che alcune persone incontrano nel comunicare, organizzare un pensiero o comprendere un contenuto. Mi sono reso conto che l’intelligenza artificiale potrebbe diventare uno strumento di supporto straordinario, purché progettato sulle necessità individuali».
Può fare un esempio?
«Pensiamo a una persona non verbale che desidera esprimere un bisogno, un’emozione, un pensiero. L’intelligenza artificiale potrebbe aiutarla attraverso immagini, parole, simboli, schemi e strumenti di comunicazione aumentativa e alternativa. Non dovrebbe imporre una risposta, ma facilitare la possibilità di esprimersi. Ogni persona ha esigenze differenti, quindi il sistema dovrebbe essere personalizzabile e costruito insieme a professionisti, famiglie e soprattutto agli utenti stessi».
Lei immagina anche una comunicazione diretta tra cervello e intelligenza artificiale?
«È una delle prospettive che vorrei approfondire. Il cervello produce segnali elettrofisiologici che possono essere rilevati, in determinate condizioni, attraverso dispositivi specifici. Immagino una tecnologia capace di analizzare alcuni di questi segnali e tradurli in comandi, parole o immagini, soprattutto per chi ha gravi limitazioni motorie o comunicative. È una frontiera che richiede competenze mediche, ingegneristiche e neuroscientifiche, oltre a rigorose verifiche sperimentali».
Sarebbe una sorta di traduttore del pensiero?
«È un’immagine suggestiva, ma bisogna essere precisi. Non possiamo presumere che ogni pensiero sia leggibile o che un algoritmo sappia interpretare automaticamente le emozioni. Vorrei però studiare strumenti capaci di riconoscere segnali intenzionali e trasformarli in possibilità di comunicazione. Anche riuscire a esprimere una scelta semplice può cambiare profondamente la qualità della vita di una persona».
L’intelligenza artificiale dopo la morte
Un’altra sua idea riguarda la possibilità che l’intelligenza artificiale continui a lavorare anche dopo la sua scomparsa. Non è un desiderio di immortalità?
«Non parlerei di immortalità. Ho scritto libri, realizzato disegni, raccolto fotografie e sviluppato progetti che continueranno a esistere dopo di me. Mi chiedo perché non si possa fare qualcosa di simile anche con il metodo creativo. Vorrei che un sistema potesse continuare a utilizzare il mio patrimonio intellettuale per formulare nuove proposte, sviluppare ricerche e contribuire alla conservazione dell’arte».
Quindi un giorno potrebbe uscire un libro scritto dall’intelligenza artificiale di Andrea Speziali, quando Andrea Speziali non ci sarà più?
«È una delle ipotesi. Ma dovrebbe essere sempre dichiarato che si tratta di un’elaborazione artificiale basata sul mio archivio, non di un’opera scritta personalmente da me. Credo che il valore di un progetto del genere stia proprio nella trasparenza: distinguere quello che una persona ha effettivamente pensato da ciò che una macchina ha generato a partire dal suo lavoro».
«La tecnologia non deve diventare nemica dell’uomo»
Non teme che questa evoluzione possa trasformarsi in una minaccia per l’essere umano?
«È un rischio che considero seriamente. L’intelligenza artificiale può diventare uno strumento di conoscenza e di emancipazione, ma anche un mezzo di manipolazione, controllo e distruzione. Dipende da come viene progettata, utilizzata e regolata. Penso alle persone autistiche di livello uno che sono in grave rischio. Non vorrei che la tecnologia arrivasse a sostituire il pensiero critico umano. La mia idea è esattamente opposta: utilizzare la macchina per ampliare le capacità dell’uomo, non per renderlo superfluo».
E se dovesse scegliere una sola applicazione da realizzare?
«Quella che possa migliorare concretamente la vita di una persona. Trasformare un sogno in un ambiente immersivo sarebbe straordinario dal punto di vista creativo. Ma aiutare qualcuno a comunicare un’emozione, un desiderio o un bisogno che oggi non riesce a esprimere avrebbe un valore umano ancora maggiore».
In fondo, qual è il suo obiettivo?
«Ho trascorso molti anni a studiare e conservare le opere di artisti che non ci sono più. Ora vorrei capire se possiamo utilizzare la tecnologia non soltanto per custodire quello che l’essere umano ha prodotto, ma anche per aiutarlo a esprimere ciò che ancora non riesce a comunicare. Il futuro dell’intelligenza artificiale, secondo me, dovrebbe cominciare da qui».
La ricerca e le prospettive
Il progetto descritto da Speziali si sviluppa lungo tre direttrici: la personalizzazione di sistemi di intelligenza artificiale per il lavoro creativo e organizzativo; la ricostruzione audiovisiva e immersiva delle esperienze oniriche; lo studio di tecnologie assistive per la comunicazione.
La prima area si basa su applicazioni già disponibili, mentre le altre due richiederebbero attività di ricerca, partnership scientifiche, investimenti e sperimentazioni.
Per la ricostruzione dei sogni, in particolare, esiste una differenza sostanziale tra generare immagini a partire dal racconto di una persona e ricostruire direttamente l’esperienza onirica dall’attività cerebrale. Analogamente, le interfacce cervello-computer possono già consentire, in determinati contesti clinici e sperimentali, alcune forme di comunicazione, ma non rappresentano una tecnologia capace di leggere liberamente il pensiero.
È in questa distanza tra possibilità attuali e prospettive future che Speziali intende collocare la propria ricerca.
La sua ambizione è unire creatività artistica, esperienza educativa e innovazione tecnologica, cercando di costruire strumenti che rendano l’intelligenza artificiale non soltanto più potente, ma soprattutto più utile alle persone.











