di Gianni Fabbri
Termine molto diffuso oggigiorno, ma cosa significa veramente?
Potrebbe significare “Svegliati (Wake), prendi coscienza!”.
Il termine “Woke” nasce proprio con questo significato: è il participio passato del verbo inglese ‘wake’ (svegliarsi) e, nello slang americano, è diventato un invito a “stare svegli” e prendere coscienza, nei confronti delle ingiustizie sociali e del razzismo – in Italia anche dei diritti negati ai migranti (!) -.
Originariamente la frase tipica era “stay woke” (stai sveglio/vigile).
Nel corso degli anni però l’uso di questo termine si è evoluto ed è diventato molto più complesso.
* Nel significato originale (in senso positivo): Essere consapevoli,
informati e attenti alle discriminazioni razziali, alla xenofobia, alle disuguaglianze di genere, ai diritti delle minoranze. In buona sostanza una consapevolezza critica e costante riguardo alle ingiustizie sociali. È nato originariamente negli anni Trenta all’interno della comunità afroamericana.
* Uso politico attuale (spesso in senso negativo): Oggi il termine
viene molto spesso utilizzato in senso dispregiativo o sarcastico dagli oppositori politici per criticare quello che ritengono un eccesso di politicamente corretto, o di moralismo giudicato di facciata, o di attivismo troppo radicale – si veda a quanto è accaduto recentemente all’interno del “Campo largo” quando Giuseppe Conte ha criticato pubblicamente gli eccessi della cultura “woke” per differenziare la linea politica del Movimento 5 Stelle, da quella del PD di Elly Schlein -.
C’è chi si è espresso nei termini “One woke was crazy”, la prima ondata woke era pazza. Difficile chiarire con certezza se la definizione fosse legata a un momento storico preciso o a iniziative altrettanto precise quel che è certo è che poi il termine si è evoluto, ha preso connotazioni più importanti, radicali, ma anche complesse.
L’ondata woke ha avuto ripercussioni reali in Italia?
O si è solo scimmiottato l’America?
Quel che è fuor di dubbio è che sia stata strumentalizzata da personaggi politici, giornalisti e intellettuali redenti.
Verrebbe da chiedere loro se sanno di che cosa parlano.
E a dir poco strano l’ondata woke in un Paese, l’Italia, che non ha mai applicato concretamente l’Art. 3 della Costituzione – “Tutti i cittadini hanno pari dignità di fronte alla legge senza alcuna discriminazione di sesso, razza, religione o condizione sociale” –
facendo discriminazione di genere nel lavoro, negando alle copie omosessuali e omoaffettive gli stessi diritti, e, soprattutto, negando ai migranti il diritto alla cittadinanza e alla ‘inclusione’ – che è cosa diversa da ‘integrazione’, termine spesso, troppo spesso, usato impropriamente al posto di ‘inclusione’: non si può integrare chi ha religione, cultura e tradizioni diverse, perché mussulmano, induista o buddista !?! –
La parola “woke” quando usata in termini dispregiativi, come vero e proprio insulto, non è da abbracciare, ma da respingere nettamente.
Per quel che riguarda l’ondata woke nel nostro Paese, anche se poteva sembrare una rivoluzione, in effetti era solo una versione un po’ più ‘cool’ del solito ‘soft power’ statunitense.
In conclusione, c’è da capire se stiamo vivendo una nuova normalità o un contraccolpo, se quelle istanze giuste siano organicamente filtrate da qualche parte.
Quel che è certo che “woke”, NON è un termine nostro, non ci appartiene, per cui è necessario esprimerci in termini più chiari e comprensivi, tipo: vigilare, stare all’erta, che i diritti delle minoranze,
migranti in primis, siano tutelati e non violati sistematicamente (!).
In conclusione,










