Rimini. Jamil Sadegholvaad: “Uno Bianca, quei tragici segni”.
“Come sindaco di una città, Rimini, che porta ancora sulla propria pelle i tragici segni degli efferati crimini della banda della Uno Bianca, vorrei dire un paio di cose a commento delle dichiarazioni di Roberto Savi al programma televisivo ‘Belve Crime’.
La prima. Le carte processuali hanno stabilito esattamente le colpe e le pene. In un Paese abituato al complottismo, ai Misteri d’Italia, a ‘chi c’è dietro’, ai casi eternamente aperti che diluiscono responsabilità e polverizzano la fiducia nelle istituzioni, la vicenda dolorosa e sanguinosa dei fratelli Savi è una eccezione. E tutto ciò grazie a una straordinaria inchiesta condotta da persone delle Istituzioni, da riminesi: Daniele Paci, Luciano Baglioni, Pietro Costanza, tante altre donne e uomini in divisa. La rivelazione e la cattura dei responsabili, 32 anni fa, avvennero grazie alla loro abilità, alla loro pazienza, alla loro competenza. Riporto qui le parole del giudice Paci: ‘Quando prendemmo in mano l’inchiesta aleggiava una sorta di rassegnazione. Noi dicemmo: partiamo dai fatti. Cominciammo costituendo un pool interforze, togliendo di mezzo la rivalità tra Polizia e Carabinieri. All’epoca eravamo in una stanza dove riesaminavamo tutto e non escludevamo nulla. Siamo partiti da una sola fotografia, un soggetto che aveva rapinato una banca a Forlì. L’idea semplice è stata questa: ipotizzando che la banda conoscesse i luoghi doveva fare dei sopralluoghi, noi abbiamo preso la decisione di fare sopralluoghi con 9 agenti sulle banche che avevano certe condizioni: nessuna guardia giurata, vicinanza a vie ad alto scorrimento.’. Di lì i clamorosi sviluppi dell’indagine, gli arresti choc, i processi e le condanne definitive. Questa è la verità. Questo il motivo enorme per cui non solo la città di Rimini ma il Paese intero dovrebbe onorare ogni giorno chi ha consentito di interrompere quella scia di sangue cominciata nel 1987 e proseguita fino al 1994. Le insinuazioni a oltre 30 anni di distanza e i sorrisini di Roberto Savi offendono le famiglie delle vittime, offendono il Paese e offendono la verità. Un tentativo patetico e ‘telefonato’ di riaprire, magari per propri interessi banali o per semplice gusto sadico, quello che è già scritto nelle carte e nei processi.
La seconda cosa che vorrei sottolineare è la solidarietà che ancora una volta la comunità riminese vuole portare a tutti coloro i quali sono stati vittime di questa banda di assassini. In particolare, se mi si permette, oggi sono vicino alla famiglia, alle colleghe e ai colleghi, agli amici di Antonio Mosca, il Sovrintendente capo in servizio al Commissariato di Polizia di Rimini deceduto il 29 luglio del 1989, a seguito delle numerose ferite durante uno scontro a mano armato con i fratelli Savi avvenuto il 3 ottobre 1987 lungo l’autostrada A14, all’altezza del casello di Cesena. Ascoltare in tv le parole sprezzanti e vergognose con cui Roberto Savi ha descritto quell’omicidio (E vabbeh…oh, che cosa dovevamo fare? Quello mi sparava addosso e io sparavo a lui) rinnova un dolore che chi conosceva Antonio Mosca non merita”.
Jamil Sadegholvaad
Sindaco della Città di Rimini











