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Home Cultura

Rimini. La civiltà del dialetto. I – Il dialetto e l’italiano: Contadino – Maestro

Redazione di Redazione
14 Settembre 2026
in Cultura, Rimini, Saludecio
Tempo di lettura : 5 minuti necessari
A A

di Vincenzo Sanchini

 

I – Il dialetto e l’italiano

  1. contadino
  2. maestro

 

C  –     A l sò anch’ej che i dialet                              Lo so anch’io che i dialetti

in Italia j è fet fet,                                          in Italia sono fitti fitti,

mò stè fat l’è snò italién                                ma questo fenomeno è solo italiano

o invec è po stè insén                                    o invece può stare insieme

in Europa s’ djìlt paés,                                   in Europa con altri paesi,

che te’ maz i va cumprés?                            che nel mazzo vanno compresi?

 

M –      Fatto tipico italiano

che appare un poco strano.

Francia, Svezia, l’Inghilterra

quasi fuori dalla serra

e i dialetti, si può dire

meno hanno da spartire,

chè la stessa è la parlata

che nel tempo si è allargata.

 

C –       Questa po, ach difirénza!                              Questa poi, che differenza!

E adès t’ ava pacénza,                                   E adesso abbi pazienza,

per nò armana si carbùn,                              per non restare sui carboni,

è n ti pèr che ‘ncà da nun                              non ti pare che anche da noi

i djalet urmaj pjén, pjén                                i dialetti ormai piano, piano

i s’artìra sl’itagljén?                                       si ritirino con l’italiano?

 

M –      Per lo scritto è obbligato

l’italiano, ma il parlato…

Vaste zone del paese

in sto caso van comprese,

fra amici, confidenti,

poi gli anziani, anche i parenti,

è il dialetto a comandare

si, ancora nel parlare.

 

C –       Per ‘na masa d’Itagljén                                 Per molti Italiani

te t’ vo di’, s’ho capid bén,                            tu vuoi dire, se ho ben capito,

che el djalèt l’è ben prisént                           che il dialetto è ben presente

per esprima i sintimént:                                per esprimere i sentimenti:

chi prufènd e chi pio stret                             quelli profondi e quelli più stretti

che j ha drénta è le zet, zet.                          che hanno dentro lì zitti, zitti.

 

M –      Proprio questo e può bastare,

ma così per accennare…

al dialetto già accusato

d’esser male se parlato:

‘na malerba da estirpare

dalla scuola a cominciare.

 

C –       Cio, u m sa ch’t’ava rason,                            Dì, mi sa che tu abbia ragione,

ch’ ho anch’éj la sinsazion                             che ho anch’io la sensazione

ch’la m’arpòrta so ma C’réd                         che mi riporta su a Cerreto

ti mi grep… ‘na masa indréd.                                    nei miei greppi… molto indietro.

 

M –      Per ‘na vera parità

anche questo già si sa,

prima forse condizione

è un parlar nella Nazione:

si, l’idioma dello Stato

che da tutti va imparato.

 

C-        Mò se quèst l’è l’ubjitìv                                 Ma se questo è l0biettivo,

a n capesc però e’ mutìv                               non capisco però il motivo

‘d vlé canc-lè tot i djalet                               di volere cancellare tutti i dialetti

perchè lèngua di puret.                                 perché lingua dei poveretti.

 

M-       Un errore se c’è stato

che fa parte del passato.

Pensa dunque alla campagna                       T. De Mauro – Mario Lodi, Lingua

che al dialetto si accompagna.                     e dialetti, pag. 11 – Ed. Riuniti 1979

L’italiano? La città                             –

con più agi per chi sta,

ma è il verde il suo polmone

e risposto ho alla questione

 

C –       Ho capid quel che t’ vo’ di’                            Ho capito quello che vuoi dire

e u m pis a stè sintì                                        e mi piace stare a sentire

che el djalèt e l’itagljén                                 che il dialetto e l’italiano

j ha da viva sempre insén.                             devono vivere sempre insieme.

Cum u s’ fa nò ès d’acòrd,                             Come si fa a non essere d’accordo,

s’ tot cli vòltie ch’a m’arcòrd                        con tutte le volte che mi ricordo

l’itagljén a sfarfujé                                        l’italiano a farfugliare

in djalèt po per spjighé?                                in dialetto poi per spiegare?

 

M –      Di sto fatto la ragione,

ch’è spontanea espressione

dal progresso forse stata,

come dire? castigata,

ma la lingua dello Stato

è un dialetto fortunato.

 

C-        T’ l’è acinèd u m pèr già prima,                    Hai accennato mi sembra già prima,

mò arturnànd un po’ da cima,                      ma ritornando un po’ all’inizio,

cant t’è fat e’ paragon                                   quando hai fatto il paragone

in Europa s’ cli Nazion.                                  in Europa con quelle Nazioni.

Perché propria l’nòst parlèd                         Perché proprio le nostre parlate

gli ha po tchjap ‘na masa ‘d strèd?               hanno poi preso molte strade?

 

M –      Ci vorrebbe per spiegare                          “In Italia c’erano il ligure, il gallico, il retico                       “

‘na cartina da guardare,                                il veneto, l’etrusco, il piceno, l’osco-umbro

perché Roma il suo latino,                            il siculo, il sardo… Fra il III e il I sec. a.c. tutte

niente più che un paesino…                      le popolazioni dell’Italia antica apprese-                         poi sappiamo com’è andata                                   ro in modo diverso il latino”.                                                                                                      (T. De Mauro- M. Lodi – Lingua e dialetti – pag.17)

e l’Italia conquistata.

 

C-        Du che quij ch’la ha po vint                           Dove quelli che hanno poi vinto

a la svélta i s’è cunvint,                                 alla svelta si cono convinti,

ancà è che per intirès                                               anche qui per interesse

e scigùr ch’a i vagh da près,                          e di sicuro ci vado vicino,

di Rumèn a vlé ‘mparè                                  dei Romani a volere imparare

la su lèngua per campè.                                la loro lingua per campare.

 

M-       Con la forza mai imposto

han la lingua in nessun posto,

ma il latino un po’ a fatica

parlò poi l’Italia antica.

 

C-        Se li stès l’era u latìn,                                    Se lo stesso era il latino,

perché dep tot che’ casìn                              perché dopo tutto quel casino

fra la génta ch’la l parlèva                            fra la gente che lo parlava

a sichènd a n du ch’ la stèva?                                   a seconda di dove stava?

 

M-       Bèh, è il modo come è stato

il latino là imparato,

per diversa condizione,

culturale la questione,

a partire dal sostrato

poi l’adstrato, il superstrato.

 

C-        Ròba insèma isce a mimoria,                                    Roba insomma, così a memoria,

ch’ la ha dréd un scrol ad storia.                   che ha dietro un sacco di storia.

E pinsè ch’arcòrd ch’a scòla                          E pensare ricordo che a scuola

s’ u m scapèva ‘na paròla,                             se mi scappava una parola,

gio risédje e po signàc                                   giù risate e poi segnacci

t’ che’ quadèrne ardot a stràc.                      In quel quaderno ridotto a straccio.

 

M-       In quegli anni così andava,

l’italiano si inventava,

ma ancora per finire,

del latino voglio dire                                     “Il periodo del “latino volgare”: dal 200

che poi nuovo diventava                               al 600 circa. Le varietà del latino venutesi                     dove allora si spostava                                 a creare nelle diverse regioni dell’Italia                                                                                               antica, si chiamano “Latino Volgare”.

e “volgare” poi chiamato                              C. H. Grandgent, Introduzione allo studio

i dialetti… ha originato.                                del latino volgare. Cisalpino, Goliardica, pag.9

 

……………………………………………                          .

Bibl      C. H. Grandgent, introduzione allo studio del latino volgare – Cisalpino Goliardica 1976

–           Carlo Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine, Patron, Bo 1969

–              Gerhard Rohlfs, Studi e ricerche su lingua e dialetti d’Italia. Sansoni 1972

  1. Devoto – G. Giacomelli, I dialetti delle regioni d’Italia, Sansoni, 1975
  2. Bertoni, L’Italia dialettale, 1975 – Cisalpino – Goliardica

–              Intervista di Luciano Simonelli al prof. Tristano Bolelli, La domenica del Corriere 29.10.1983

–              Tullio De Mauro, La lingua italiana e i dialetti, la Nuova Italia, 1969.

–

–              2005

 

 

 

 

 

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