LE RAGIONI DEL NO
di Piergiorgio Morosini, presidente del Tribunale di Palermo. Già componente del Consiglio superiore della magistratura
– Conto alla rovescia per il referendum. Si vota il 22 e il 23 marzo. Dovremo dire si o no alla riforma costituzionale della giustizia voluta dalla maggioranza di governo. Cosa cambia? Perché si separano le carriere tra giudici e pubblici ministeri”? A cosa serve il Consiglio superiore della magistratura? Il testo della riforma non è di immediata comprensione. E i suoi sostenitori non lo spiegano. Però, nelle televisioni e sui social, lo promuovono denigrando indistintamente tutti i giudici. Li bollano come politicizzati o inadeguati. Dimenticano che costoro, con le forze dell’ordine, sono ogni giorno il volto dello Stato nel contrasto alla criminalità più feroce e alle drammatiche emergenze sociali del paese (casa, lavoro, immigrazione). Non calcolano gli effetti nefasti per la nostra democrazia di campagne di stampa che seminano sfiducia diffusa verso una istituzione essenziale.
Una cosa è certa e lo ammette pure il ministro Nordio. La riforma non cura la piaga principale della nostra giustizia: la lentezza dei processi civili e penali. Che, sia chiaro, non dipende dai giudici italiani, tra i più produttivi di Europa, come certificano i controlli annuali dell’Unione europea; ma dalla carenza di risorse adeguate in termini di uomini e mezzi. Si mettano, dunque, il cuore in pace: il lavoratore ingiustamente licenziato che attende il reintegro; il proprietario di casa che vuole sfrattare l’inquilino moroso; il fornitore che non riesce a riscuotere il suo credito dall’impresa inadempiente e rischia di fallire; le vittime anziane delle truffe on line o dei delinquenti da strada. Anche se al referendum vincerà il si, migliaia di persone continueranno a soffrire i processi lunghi e i costi legali che lievitano. In tanti rimarranno esposti ai vari soprusi delle autorità pubbliche o private.
Come si spiega, allora, tutto questo agonismo per il referendum di marzo? Una chiave di lettura la offre la premier Giorgia Meloni. Il 29 ottobre 2025, commentando la sentenza che ha negato il visto di legittimità al ponte sullo stretto di Messina, afferma: “La riforma costituzionale della giustizia è la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza, che non fermerà l’azione di governo”. Tre giorni più tardi, sulla stampa le fa eco il ministro Nordio. Alludendo a indagini su esponenti politici, dice: “Mi stupisce che Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe pure a loro nel momento in cui andassero al governo”.
Certi sfoghi manifestano una idiosincrasia verso i controlli giudiziari su atti dell’esecutivo e illeciti di chi ricopre cariche pubbliche. Rivelano una volontà di intervenire su una magistratura ancora non addomesticabile.
A rischio è, quindi, la separazione tra poteri dello Stato, condizione indefettibile della “legge uguale per tutti”. E non basta dire, come fa la maggioranza di governo, che nel testo della riforma è scritto che i magistrati restano indipendenti. Anche le costituzioni dell’Iran e della Russia lo scrivono, ma sappiamo che quelle parole sono lettera morta. In quei paesi la giustizia è nelle mani di chi governa e certi modelli stanno pericolosamente contaminando anche il mondo occidentale. Negli Stati uniti, ad esempio, l’esecutivo sta impedendo all’autorità giudiziaria di indagare sulla morte di Renee Nicole Good, l’attivista per i diritti umani, “freddata” dalle revolverate di un agente dell’Ice a Minneapolis.
Dunque dobbiamo capire se la riforma su cui voteremo mantiene in vita i presupposti per garantire serenità e indipendenza al giudice e al pubblico ministero nei processi. I costituenti del 48 avevano affidato quel compito di garanzia al Consiglio superiore della magistratura. L’organo, composto in prevalenza da magistrati eletti da magistrati, ha sottratto al ministro della Giustizia la competenza su assunzioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari delle toghe, ossia la leva con la quale, durante il fascismo, si influenzavano i processi politicamente sensibili. Ebbene, la riforma Nordio smembra il Consiglio superiore in tre nuove strutture (un Csm per i giudici, uno per i pm, più l’Alta corte disciplinare), tutte egemonizzate da un blocco di componenti laici (avvocati e professori) espressi dalla maggioranza parlamentare di turno. A governare le toghe sarà la politica.
Teniamocela stretta la Costituzione del 48. E’ quella che ha consentito ai magistrati italiani, pur coi loro errori, di arginare lo strapotere di chi comanda e le tante diseguaglianze della nostra società. La riforma che ci propongono affida il governo dei magistrati alla politica. E la novità non nasce da un compromesso alto tra diverse sensibilità politiche, come nell’Assemblea costituente. Piuttosto è maturata in un clima da resa dei conti, a tappe forzate e senza un confronto serio. Anche per questo l’operazione ha tutte le stigmate del “salto nel buio”. Pensiamoci bene, prima di votare.
LE RAGIONI DEL SI’
di Gianfranco Vanzini, già direttore generale di Aeffe
– Verso la fine di marzo gli italiani saranno chiamati a votare il referendum popolare per approvare o respingere la Legge Costituzionale approvata in seconda lettura dalla Camera dei Deputati il 18 settembre 2025 e dal Senato il 30 ottobre 2025, recante: “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale ed istituzione della Corte disciplinare”, in sintesi quello che viene comunemente conosciuto come la legge costituzionale che separa le carriere dei magistrati e istituisce l’Alta Corte disciplinare.
Vediamo che cosa comporta l’approvazione della legge in questione.
1. I Magistrati sono divisi in due categorie: Magistrati requirenti (i Pm) e Magistrati giudicanti, con due carriere separate e soggetti a due Consigli Superiori della Magistratura (CSM), uno per i magistrati requirenti e uno per i magistrati giudicanti, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica.
2. Viene inoltre istituita una Alta Corte disciplinare.
3. Alcuni componenti dei due CSM e dell’Alta Corte, anziché essere eletti, sono sorteggiati da appositi elenchi predisposti dal Parlamento in seduta comune.
Questo è quello che, in sintesi, prevede il testo letterale della legge. Entrando in dettaglio e nel merito vediamo che per quanto riguarda l’Autonomia della Magistratura dalla politica, attorno alla quale si è creata una grande confusione, l’art 104 nella sua nuova formulazione prevede al primo comma che –“ La Magistratura costituisce un organo autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta da Magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente” esattamente come recita l’attuale formulazione. Cioè non cambia niente.
Il quarto comma dello stesso articolo prevede che i rapporti di forza tra i componenti laici e togati all’interno dei due CSM (quello dalla Magistratura giudicante e quello della Magistratura requirente) restano invariati (rispettivamente un terzo e due terzi).
Con la nuova formulazione del’art.105 si istituisce l’Alta Corte disciplinare alla quale spetterà la giurisdizione disciplinare nei confronti dei giudici e dei pubblici ministeri.
Risulterà composta da 15 giudici di cui tre nominati dal Presidente della Repubblica (ovvero la massima carica della Repubblica) tre estratti a sorte da un elenco di soggetti altamente qualificati eletti dal Parlamento in seduta comune e altri nove estratti a sorte dai magistrati giudicanti e requirenti di cui sei giudici e tre pubblici ministeri con almeno 20 anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgono o abbiano svolto funzione di legittimità presso la Suprema Corte di Cassazione.
Come si vede, l’indipendenza esterna della magistratura resterà garantita al massimo grado contro l’invasione di campo della politica. Esattamente come è oggi. Non cambia niente nel rapporti con il Governo, nascono solo: il sorteggio e l’Alta Corte.
Questo non lo dico io, è scritto nero su bianco nella legge. Basta saper leggere correttamente l’italiano.
Vediamo come andranno le cose ai fini della Indipendenza interna della magistratura o meglio ancora dei singoli magistrati dopo l’approvazione della legge.
Attraverso il sistema del sorteggio che è il vero e proprio perno attorno al quale ruoterà il nuovo assetto della magistratura e contro il quale si levano le voci di protesta più forti, in particolare quelle della Associazione Nazionale Magistrati, questa risulterà sicuramente rafforzata.
Il sorteggio, infatti, limita (era ora) il potere di condizionamento delle correnti. Non ci potranno più essere, o quanto meno sarà molto più difficile, fare nomine legate alle simpatie o alla partecipazione a questa o quella corrente. Il sorteggio toglierà di mezzo la forza di queste confraternite e questo è quello che crea problemi a molti magistrati in particolare a quelli dell’Associazione Nazionale Magistrati che in questo modo vedono molto ridotto il loro potere di discrezionalità e di condizionamento delle nomine e della carriera di molti magistrati.
Che il correntismo abbia provocato grossi danni è sotto gli occhi di tutti. Palamara docet. Finalmente si potrà parlare di merito e di competenza e non solo di appartenenza. Da non sottovalutare neppure il fatto che separare le carriere vuol dire anche andare verso una maggiore specializzazione e far aumentare la professionalità del magistrato. Il mestiere del pubblico ministero è infatti profondamente diverso da quello del giudice.
Per cercare la verità, cosa sempre molto complessa, possono servire specifiche competenze in vari settori del sapere quali l’informatica, la medicina legale, la psichiatria, la grafologia, la criminologia che sono proprie degli inquirenti più che dei giuristi.
Il potere e il dovere gestire il coordinamento delle forze della polizia giudiziaria richiedono attitudine e percorsi esperienziali specifici, diverse volte anche valutazioni di opportunità e persino di natura economica (costi-benefici) che sono estranee, di solito, alla cultura della giurisdizione intesa in senso stretto.
Una cosa infatti è scrivere una sentenza, altra cosa (molto diversa) è disporre o eseguire una perquisizione, svolgere un sopralluogo, oppure stabilire quante unità di polizia giudiziaria impiegare in certe indagini. In questo senso la maggiore specializzazione consentirà anche una migliore qualità dell’indagine e un più efficace contrasto ad ogni forma di criminalità organizzata o sporadica.
Tutto questo a beneficio di tutta la comunità. La mia conclusione pertanto è: votiamo convintamente si’ e speriamo che l’iter previsto per l’entrata in funzione delle nuove norme sia celere e corretto. Sarà un bene per tutti.










