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Home Località Gabicce Mare

Dal peschereccio al sommergibile

Redazione di Redazione
13 Dicembre 2005
in Gabicce Mare
Tempo di lettura : 3 minuti necessari
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[img align=left]http://www.lapiazza.rn.it/dicembre05/equipaggio_som.jpg[/img]

– Racconto di Novario Galli, classe 1921, storia di vita di un pescatore e di un marinaio della Marina militare.
Ho iniziato ad andare in mare a sarda all’età di undici anni. Questo tipo di pesca si effettuava nel periodo estivo, mentre d’inverno andavo a vongole con piccole barche di sette metri circa. L’attrezzatura era molto antiquata: col verricello a mano “vinc a mèn” e con un asse di legno (bateca) applicato ad un rastrello di ferro. Era un caratteristico tipo di pesca che nel periodo invernale veniva praticato dai marinai sardellieri, in quanto la pesca della sarda si esercitava all’incirca da maggio a settembre. La miseria era grande e molto spesso a casa non c’era nulla da mangiare.
All’epoca abitavo a Gabicce Monte, le barche vongolare venivano ormeggiate lungo il fiume Tavollo e dopo aver sbarcato i sacchi delle vongole sulla banchina si faceva ritorno a casa. Si passava attraverso gli impervi sentieri di campagna che conducevano al vecchio cimitero di Gabicce; i sentieri erano molto stretti tanto che ci passava a malapena un carrettino. Alternavo nell’arco dell’anno questi tipi di pesca fino alla chiamata per il servizio militare.
Partì da casa il dieci giugno 1941 alla volta di Venezia, presso il deposito lagunare insieme a Nevio che praticava il mestiere di muratore e Tino Terenzi “dla Carlota” di Cattolica. In seguito allo smistamento fummo divisi, Tino andò a fare l’attendente di un comandante, Nevio fu trasferito a Brindisi, mentre io rimasi a Venezia al deposito militare con cinque commilitoni di Cesenatico, attendendo con ansia la destinazione definitiva. Passammo circa un mese a Venezia, poi fummo trasferiti alla caserma dei sommergibilisti di La Spezia, dove rimanemmo due mesi assieme ad altri ottocento uomini. Quindi fui trasferito presso la scuola di Pola per la formazione di marinai sommergibilisti.
Qui si faceva un giorno di uscita con il sommergibile e un giorno disponibile a terra, un giorno di guardia e un giorno in franchigia. I pasti erano sempre “quella minestra” fatta con i cavoli. Nell’ambiente militare c’era molta disciplina. Ogni quattro giorni si usciva con il sommergibile “Mameli”; ricordo che a noi militari diedero un libro e un quaderno con la matita per annotare e studiare le varie nozioni proprie del sommergibilista, compresa la struttura del sommergibile, ma nessuno di noi per tutto il tempo studiò e scrisse una parola, suscitando l’ira del maresciallo che disse: “Voi militari marchigiani fate i lavativi, comunque andrete lo stesso sul sommergibile!”.
Terminata la scuola mi concessero la licenza di giorni quindici più tre e così potei venire a casa per le feste di Natale e Capodanno. Feci ritorno il 6 gennaio il giorno della Befana con destinazione Augusta e lì restai in caserma in attesa dell’imbarco che avvenne a bordo del sommergibile “Platino”. I miei superiori mi dissero: “Oggi sei in forza sul Platino!”. Il sommergibile “Mameli” invece fu la mia scuola, il “Platino” la mia esperienza sul campo. Feci una prima missione di otto giorni da Augusta a Monfalcone, il comandante in seconda era un certo Vittorio Patrelli di origine romana, classe 1917, il comandante era un capitano di corvetta “mezzo spostato”. Questa prima missione col “Platino” durò ventisette/ventotto giorni, in quella occasione non avvistammo nessun obiettivo, dopo il rientro siamo stati fermi per circa dieci giorni con l’ordine “pronti a muovere”, poi partimmo per un’altra missione.
Eravamo in piena guerra e lo scopo delle nostre missioni era quello di intercettare navi nemiche angloamericane da attaccare. Due marinai facevano le vedette in plancia, io inizialmente ero timoniere di rotta assieme ad altri tre marinai, la funzione veniva stabilita dal comandante. In seguito divenni timoniere di manovra e al posto di combattimento; il comandante in seconda mi chiamava spesso durante le operazioni perché aveva fiducia. Durante la seconda missione Vittorio Patrelli da comandante in seconda viene nominato comandante. Memorabile fu questa prima missione da comandante: affondò quattro imbarcazioni nemiche (due caccia, un piroscafo e un incrociatore) senza subire nessun attacco. Rientrammo indenni a Cagliari. (Continua)

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