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Home Economia

Economia. I mercati credono ancora nella Fed

Redazione di Redazione
20 Gennaio 2026
in Economia, Rimini
Tempo di lettura : 3 minuti necessari
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Vignetta di Cecco

Vignetta di Cecco

Tratto da lavoce.info

Di Leonardo Melosi, professore di economia all’Istituto Universitario Europeo e Research Fellow del Centre for Economic Policy Research (CEPR).

 

Mercati e famiglie Usa sembrano confidare nella capacità della Fed di resistere alle pressioni politiche. Ma le aspettative di inflazione non si risvegliano anche per la fiducia nei guadagni di produttività legati all’intelligenza artificiale.

Lo scontro Fed-amministrazione

La dura risposta del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, all’annuncio di un’indagine condotta sulla sua persona dal dipartimento di Giustizia rappresenta un chiaro esempio di conflitto istituzionale tra banca centrale e governo, proprio quello che avevamo discusso nel terzo “passo” de lavoce in tre passi – Le due ancore dell’inflazione. Powell ha definito l’iniziativa pretestuosa e ha affermato che la minaccia di accuse penali è la conseguenza del fatto che la Fed stabilisce i tassi di interesse sulla base dell’interesse pubblico, e non seguendo le preferenze del presidente.

Perché il governo degli Stati Uniti sta esercitando una pressione così intensa sulla Fed? E soprattutto, cosa cerca di ottenere?

Le “accuse” di Trump

Donald Trump accusa da tempo la Fed di Powell di muoversi “in ritardo” e chiede tagli più rapidi ai tassi, non solo per sostenere l’economia, ma soprattutto per ridurre il peso del debito pubblico. Secondo lo U.S. Office of Management and Budget, la spesa per interessi salirà a circa mille miliardi di dollari l’anno (3,2 per cento del Pil), il massimo dal secondo dopoguerra. Nel 2026 gli interessi assorbiranno quasi il 14 per cento della spesa federale, erodendo drasticamente lo spazio fiscale.

L’elevata spesa per interessi è il risultato dell’espansione del debito durante la pandemia, non seguita da un adeguato aggiustamento fiscale, e del successivo rialzo dei tassi da parte della Fed per contrastare l’inflazione. Il cuore del conflitto tra autorità monetaria e fiscale risiede quindi, in larga misura, nel livello dei tassi di interesse.

Da settembre 2025, la Fed ha tagliato i tassi tre volte, senza però arrestare la crescita della spesa per interessi in rapporto al Pil, che invece ha accelerato lo scorso anno come si vede nella figura 1, né soddisfare il governo. I tagli sono stati giustificati dal peggioramento di alcuni indicatori anticipatori di una possibile recessione. Senza i tagli, la Fed sarebbe stata esposta all’accusa di intervenire “troppo tardi” e di contribuire così a una recessione, rafforzando l’etichetta di “Mr. Too Late” che il presidente Trump ha più volte attribuito a Powell.

 

I dati recenti riducono il rischio di una recessione imminente: nel terzo trimestre il Pil statunitense è cresciuto del 4,3 per cento annualizzato, mentre l’inflazione resta sopra il target della Fed per il quinto anno consecutivo. In questo contesto la banca centrale si trova di fronte a un bivio: ulteriori tagli ai tassi accrescerebbero il rischio inflazionistico, mentre un una pausa o addirittura un rialzo segnerebbe un impegno chiaro verso la stabilità dei prezzi.

Perché non cambiano le aspettative di inflazione

Ma se il conflitto tra Casa Bianca e Fed è reale, perché le aspettative di inflazione restano stabili? Un conflitto simile non è necessariamente inflazionistico: come abbiamo discusso nel terzo “passo” de lavoce in tre passi – Le due ancore dell’inflazione, tutto dipende dalle aspettative. Se i mercati si aspettano che prevalga il governo, la stretta monetaria aggrava la recessione e alimenta inflazione; se invece si ritiene che la Fed possa imporre disciplina fiscale, la stretta produce deflazione e contrazione economica.

Alla luce delle aspettative di inflazione stabili osservate nei mercati finanziari, non sembra che il primo scenario sia oggi dominante. Anche i dati dell’University of Michigan che misurano le aspettative di inflazione delle famiglie americane – pur mostrando livelli più elevati e un lieve recente aumento sul lungo periodo – sembrano confermare questa valutazione.

È rassicurante che i mercati confidino nella capacità della Fed di mantenere il controllo dell’inflazione. Ma la calma potrebbe riflettere anche una scommessa sull’impatto dell’intelligenza artificiale, capace di combinare disinflazione, bassi tassi di interesse e crescita più elevata e quindi minori pressioni politiche sulla banca centrale. La resilienza mostrata recentemente dai consumi è coerente con questa lettura. E gli effetti dell’IA sono già visibili: nel 2025, secondo una survey condotta dall’University of Michigan, la percezione del rischio di perdere il lavoro tra i laureati è salita dal 18 al 24 per cento, un aumento assente tra i lavoratori con titoli di studio inferiori.

Oggi i mercati sembrano scommettere sia sulla capacità della Fed di resistere alle pressioni dell’amministrazione Trump, sia sui guadagni attesi di produttività legati alle nuove tecnologie. Avranno ragione? È presto per dirlo. La narrazione è ottimistica, ma non implausibile. La storia, però, invita alla cautela: in passato i mercati hanno sottovalutato gli effetti di lungo periodo delle pressioni politiche sulla Fed – allora più latenti di quelle odierne – che contribuirono a preparare il terreno alla grande inflazione degli anni Settanta, e si sono spesso rivelati imprecisi nel valutare l’impatto macroeconomico delle innovazioni tecnologiche.

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