di Gianni FabbriStoria/Mito (Seconda Parte)
“La rotta di Enea”
Enea
Il protagonista dell’Eneide di Virgilio, una personalità
unica ed estremamente moderna per il modo con cui l’eroe
troiano, lasciata la città fumante con in spalle il vecchio padre
Anchise e per mano il figlio Ascanio, interpreterà la sua “nuova”
esistenza; inoltre, l’itinerario del suo viaggio, le tappe lungo le coste del Mediterraneo: un viaggio che, tra storia, mito
e leggenda, fa pensare ad una presa di possesso da parte del
futuro fondatore di Roma di quel “Mare fra le Terre” che i Romani poi ameranno chiamare “Mare Nostrum”.
Tracciando un’ipotetica “rotta di Enea”, si può ripercorre il
viaggio nel Mediterraneo fatto dall’eroe di Troia quando
fuggì dalla sua città e si mise per mare.
È un itinerario che si snoda in cinque Paesi: Turchia, Grecia,
Albania, Tunisia, Italia, con 21 tappe, toccando luoghi del
Mediterraneo citati da Virgilio nell’Eneide.
Luoghi suggestivi che rispecchiano la civiltà mediterranea
e che sono oltremodo affascinanti per bellezze naturali e
paesaggistiche.
Le 21 tappe toccano sei siti che sono stati dichiarati “Patrimonio dell’umanità” dall’UNESCO: Troia, Butrinto, Monte
Etna, Cartagine, Vallo di Diano, Parco del Cilento;
tre parchi nazionali: Monte Ida (in Turchia), Parco Nazionale del
Butrinto (in Albania), Parco Nazionale del Cilento (in Italia);
per arrivare, come ultima tappa, nell’area metropolitana di Roma, dove i discendenti di Enea fonderanno la “Nuova Troia”,
vale a dire la “Città Eterna”.
In breve sintesi la storia, tra mitologia e leggenda, della
“rotta di Enea”.
Premessa
Enea è un semidio perché figlio della Dea Afrodite/
Venere. Siamo sempre al… “tempo degli Dei falsi e bugiardi”.
Quando fugge da Troia in fiamme arriva ad Antandros sulla
costa della Penisola Anatolica (Turchia), ai piedi del Monte Ida,
monte caro agli Dei.
Lì costruisce le sue navi e poi salpa facendo rotta verso Occidente, alla ricerca del luogo ideale dove fondare la “Nuova Troia” (Roma).
La meta sarà raggiunta dopo lunghe peregrinazioni attraverso
il Mediterraneo (come Odisseo/Ulisse) – descritte nell’Eneide –
con l’arrivo sulle coste tirreniche dell’attuale Lazio.
Qui Enea, che ha perso il padre morto durante il viaggio, fonda
la città di Lavinium (Lavinio), corrispondente all’attuale Pratica di Mare (Pomezia).
Lavinium, la “Nuova Troia” per Enea, diviene quindi luogo simbolo delle origini di Roma, e l’eroe troiano sarà venerato come “Pater Romani”.
Circa 30 anni dopo la fondazione di Lavinium, il figlio di Enea,
Ascanio, fonda una nuova città, Alba Longa, sulla quale regneranno i suoi discendenti. Tra questi Numitore, la cui figlia,
Rea Silvia, è costretta dallo zio Amulio, che nel frattempo aveva
spodestato il fratello, a diventare ‘vestale’ e a fare voto di castità.
Il Dio Marte, però, si innamora della fanciulla e la rende
madre di due gemelli: Romolo e Remo.
Il Re Amulio ordina l’assassinio dei due gemelli, ma il servo incaricato di ucciderli non trova il coraggio di compiere una tale
empietà e li abbandona sulla riva del Tevere.
La cesta con i due gemelli risalirà il fiume fino a raggiungere la
palude del Velabro tra gli attuali Palatino e Campidoglio, e lì
i due gemelli vengono trovati e allattati da una lupa che aveva
perso i cuccioli.
Il resto è storia nota.– Troia (Ilios)
Dove tutto ebbe inizio.
Uno dei siti archeologici più ricchi di fascino che rimanda alla
Iliade e (di nuovo) a Omero.
Situata in una posizione strategica nei pressi dello Stretto dei
Dardanelli, praticamente la ‘porta’ del Bosforo e del Mar Nero,
col nome di Ilios o Ilion – da Ilio il fondatore, uno della famiglia
reale troiana avente come capostipite Elettra, una delle Pleiadi,
e Zeus/Giove – venne costruita col favore degli Dei, per cui sarebbe stata invincibile e le sue mura inespugnabili.
Furono infatti Poseidone e Apollo a dotare la città di grandi mura inattaccabili, ma in cambio chiesero il sacrificio di venti giovani, figli e figlie di nobili famiglie troiane.
Per evitare il sacrificio i genitori, nottetempo, li fecero imbarcare
e far rotta verso Occidente – saranno i primi “migranti” della
storia del Mediterraneo (!) –
Solo Egesta, figlia di Ippote, non annegò tra i flutti del Mediterraneo mare. Arrivò a costeggiare l’isola di Chios; poi la barca sulla quale viaggiava si spinse in mare aperto verso il Peloponneso; da lì risalì verso le isole ioniche, fino a Kerkyra (Corfù); indi attraversò il Mar Ionio fino alla Puglia e, costeggiando il Sud della Penisola, approdò, infine, in Trinacria (Sicilia).
Sarebbe stato poi il figlio di lei, Aceste o Aegesto, fondatore di Segesta, ad aiutare Enea a rimettere in sesto la flotta per riprendere il mare e risalire il Tirreno fino alle coste del Lazio.
Il sito archeologico di Troia consta di nove livelli che corrispondono ad altrettante epoche storiche: dal 3000 a.C. del primo livello, in cui esisteva un villaggio neolitico, a risalire fino al 1350-1200 a.C. del settimo livello, dove sono presenti tracce di un grosso incendio (!), che fanno supporre trattarsi della Troia descritta da Omero nell’Iliade; infine il nono livello, l’ultimo, corrispondente all’età Romana del IV secolo d.C.
Chi arriva da turista e non da esperto archeologo sul sito,
rimane un po’ deluso, soprattutto se lo paragona ad altri siti
nelle vicinanze come Pergamo, Didime, Mileto; in particolare,
fatica ad immaginare che in quella piana, non enorme, sia
potuta avvenire una guerra durata dieci anni che avrebbe coinvolto tutti i combattenti descritti nell’Illiade (?!?)– Ricordi
Chi scrive vi arrivò in camper con amici e relative
signore, provenendo dalla Grecia, esattamente da Kavala,
Gallipoli, attraversando i Dardanelli per arrivare a Çanakkale.
Erano i primi anni ‘90, e non era ancora esploso in Turchia
il turismo di massa: i siti erano pressoché deserti.
Vi soggiornammo un mese e, tranne il Lago Van, centro
dell’antico regno di Urartu, visitammo tutti i siti di un qualche
interesse storico-archeologico: Pergamo, Priene, Didime,
Mileto, Alicarnasso, Selçuk o Efeso (Celso), con la sua famosa
‘Biblioteca’, le tombe Licie ad Adana, il ‘Tell’, o tumulo, allora
non ancora scavato di Cathaloyuk, il primo insediamento
umano nell’allora “Mezza Luna fertile”, dove l’uomo, prima
‘nomade’, decise di fermarsi dando vita all’allevamento e alla
agricoltura (‘Homo sapiens sapiens’), il Nemrut Dagi, sul
Monte Nemrut (si affaccia sul fiume Eufrate), sulla cui
sommità si erge il ‘tumulo’ del Re Antioco I (discendente del
mitico Re Mida) con le sue statue colossali, Hattusat
la capitale degli Ittiti, con la famosa “Porta del Leone”, e
i sorprendenti ‘bassorilievi’ di guerrieri Ittiti con il ‘carro da
guerra’ ittita, scolpiti direttamente sulla roccia di un canyon,
bassorilievi in parte prelevati dai Tedeschi e portati a Berlino
al Pergamon Museum, dove sono ben visibili in una apposita
‘sezione’ –Sempre nella Troade, meno conosciuto ma di straordinario
fascino e il Parco Nazionale del Monte Ida, monte caro agli Dei
(come già detto) e associato alla loro madre Rea, secondo la
mitologia greca, figlia di Gea (la Terra) e Urano (il Cielo) andata in moglie a Crono, dalla cui unione nasceranno Zeus/Giove, Demetra, Era, Ade e Poseidone.
Poco distante dal Parco Nazionale di Troia c’è anche il sito archeologico di Antandros, da cui, secondo l’Eneide, salpò Enea.
La rotta seguita dalla flotta di Enea si snoda lunghissima lungo
tutto il Mediterraneo, toccando molteplici porti, approdi, isole
Si segnalano e si descrivono, di seguito, i siti di maggior rilievo.– Delos (Delo)
L’Isola sacra di Delos è un piccolo lembo di terra,
rocciosa e disabitata, a poche miglia di mare a Ovest di
Mykonos.
Secondo la mitologia greca è il luogo dove sarebbe nato Apollo,
Dio della bellezza, nonché Artemide/Diana, Dea della caccia e
degli animali selvatici.
Enea navigò fino a Delos per consultare l’oracolo di Apollo,
che lo esortò a continuare il viaggio per ricercare le radici della
sua stirpe.
Delos è un immenso sito archeologico: un museo a cielo aperto,
di valore inestimabile, secondo per importanza solo a Delfi.
Dal porto una maestosa ‘Via Sacra’ porta al Santuario di Apollo
dove ci sono templi ed altari.
A Nord, c’è il famoso ‘Lago Sacro’, con l’altrettanta famosa
“Terrazza dei Leoni” e l’Agora’ (piazza) dove si vendevano gli
schiavi. Alcune dimore mostrano ancora frammenti di pavimenti in mosaico.
I reperti archeologici ritrovati sono stati suddivisi in quattro
aree principali:
– Il Quartiere marittimo;
– Il Teatro;
– Il Santuario di Apollo;
– Il Distretto del Leone.– Ricordi
Chi scrive è arrivato a Delos da Mykonos, dove era
in vacanza con amici e signore, con un battello del servizio
giornaliero. –Nell’antichità Delos si Chiamava Ortigia, ovvero “Isola delle
quaglie”. Era abitata fin dal 3000 a.C.
I primi coloni dell’isola, che abitavano sulle pendici del Monte Cinto, furono soppiantati attorno all’anno 1000 a.C. dai Micenei,
che, con tutta probabilità, vi portarono il culto di Apollo e il culto
di Artemide. Ma… ad imporsi fu il culto di Apollo, tanto che l’isola
veniva frequentata soprattutto dai visitatori del Santuario.
Delos raggiunse il massimo splendore in due epoche:
– tra l’VIII e il VII secolo a. C., nei tempi arcaici;
– tra il V e il IV secolo a.C., in età classica.
Durante il III e il II secolo a.C., fu ‘Città Stato’, nota come il maggior mercato di schiavi del Mondo Ellenico.
Delos decadde nell’86 a.C., a seguito del saccheggio perpetrato da parte di Mitridate Re del Ponto, allorché i suoi abitanti vennero uccisi e la gran parte dei monumenti distrutti.
Nel 1400, lo storico umanista Ciriaco di Ancona visitò l’isola
descrivendo dettagliatamente i resti delle sculture presenti.
Nel 1500, i Veneziani guidati da Morosini, portarono via uno
dei ‘leoni di marmo’ della mitica “Terrazza dei Leoni”, per collocarlo all’ingresso dell’Arsenale di Venezia (dove si trova tuttora).
Le prime campagne di scavo del sito furono ufficialmente
iniziate nel 1872, dalla Scuola Archeoligica Francese.
Delos è stato riconosciuto come “Patrimonio dell’umanità”
dall’UNESCO nel 1990.– Butrinto
Antica città dell’Epiro (ora Albania) è oggi un sito
archeologico importantissimo: un vero e proprio Museo a cielo aperto, con tanto di anfiteatro perfettamente conservato.
Il sito, scoperto negli anni Venti dall’archeologo italiano Luigi
Maria Ugolini, è stato riconosciuto “Patrimonio dell’umanità”
dall’UNESCO nel 1992, ed inserito nel Parco Nazionale di
Butrinto, parco istituito nel 2000 per proteggere sia l’area archeologica, sia lo straordinario patrimonio paesaggistico e
naturale che fa da cornice.
I reperti archeologici più antichi datano tra il X e l’VIII sec. a. C.
Nel periodo di massimo splendore, attorno al IV sec. a. C., poteva vantare un Teatro, un Tempio edificato ad Asclepius, o
Esculapio, semidio figlio di Apollo, venerato come Dio della medicina, e una Agora (piazza).
Il Teatro poteva ospitare 2.500 spettatori.
Butrinto, nella Antichità conosciuto col nome greco di Bouthroton, e, successivamente, col nome latino di Buthrotum, faceva parte della storica Regione dell’Epiro (Grecia)
Divenne in seguito colonia Romana.
I collegamenti tra Roma e Buthrotum erano garantiti dalla mitica
Via Appia che arrivava a Brundisium (Brindisi), dal messapico “Brunda”, ‘testa di cervo’, la figura del suo porto;
da Brundisium, attraverso l’Adriatico, fino ad Apollonia, antico
porto (situato in Albania vicino all’attuale Vallona) appartenuto
prima agli Illiri e poi ai Greci.
Butrinto ebbe contatti frequenti con le tribù dell’Illiria (i Pirati
Illiri) e con la colonia greca di Kerkyra (Corfù).
Secondo Virgilio, tra storia e mitologia, venne fondata dal profeta troiano Eleno, altro figlio del Re Priamo, che dopo la caduta di Troia si trasferì verso Occidente, sposando la vedova di Ettore, Andromaca (!).“Protinus aerias Pheacum abscondimus arces
litoraque Epiri legimus portuque subimus
Chaonio et celsam Buthroti accedimus urbem”In questo modo anche lo storico Dionigi di Alicarnasso
conferma quello che scrive Virgilio sulla visita di Enea a
Butrinto per salutare Andromaca.
Nella vasta area archeologica, degni di visita sono anche:
– i piccoli bagni pubblici con mosaici geometrici;
– il Battistero paleocristiano del VI sec. d. C., decorato con
mosaici colorati di animali e uccelli;
– la Basilica, costruita all’inizio del VI sec. d. C.
– il Castello Veneziano (last but not least…), costruito su quella
che era l’antica acropoli.– Ricordi
Negli otto anni che vanno dal 1992 al 2000, in cui,
con l’Associazione Riccionese “Amici dell’Albania”,
si sono portati aiuti alla città di Saranda, gemellata con
Riccione, era quasi d’obbligo fare una visita al sito di
Butrinto, per verificare gli sviluppi e i progressi nelle
campagne di scavo. Cosa che anche chi scrive fece!
Butrinto dista da Saranda una ventina di chilometri e si
trova dopo la splendida spiaggia di Ksamil, spiaggia che è
diventata oggigiorno una della mete preferite dai turisti
italiani. –– Castrum Minervae
Ovvero il primo approdo di Enea nella
Penisola italica.
Il suo nome odierno è Castro, ed è una piccola e ridente località
del Salento – indicata tra i “Borghi d’Italia –
In questo borgo Virgilio nell’Eneide colloca il punto di approdo
di Enea in Italia.
Il suo porto era dominato da un alto promontorio, alla sommità
del quale si ergeva un maestoso Tempio consacrato alla Dea
Minerva (Atena per i Greci).
Nel Libro III dell’Eneide Virgilio mette in bocca ad Enea questa
frase:
“Ci spingiamo innanzi sul mare (…)
Quando da lungi scorgiamo oscuri colli e il basso
lido dell’Italia (…)
Le invocate brezze rinforzano e già più vicino si
intravede un porto e appare un Tempio di Minerva
su una roccia.
I compagni ammainano le vele e volgono a riva le
prore. Il porto è incurvato ad arco dalla corrente
dell’Euro; i suoi moli rocciosi protesi nel mare
schiumano di spruzzi salati e lo nascondono;
alti scogli infatti lo cingono con le loro braccia
come un doppio muro, e ai nostri occhi il Tempio
si allontana dalla riva…”Perfetta la descrizione di Virgilio: da navigatore e marinaio
descrive puntualmente il navigare in Adriatico, mare “nervoso”
con onde spesso incrociate che frangono pericolosamente
sulla costa rocciosa, rendendo arduo l’approdo, in ogni porto
o rada che sia.
Nel Museo archeologico di Castro vi sono reperti straordinari:
ritrovamenti fatti nelle diverse campagne di scavo che hanno
portato alla luce anche il Santuario di Minerva/Atena; in
particolare una statua in calcare (esattamente pietra leccese)
di Atena, di cui è rimasto solo il busto, che ha permesso di
ricostruire una scultura alta più di 3 metri, così come doveva
essere posizionata all’interno del Tempio.
Straordinarie sono anche le ‘lastre’, sempre in pietra leccese,
che, con tutta probabilità, costituivano il recinto intorno a quello
che doveva essere l’altare principale all’aperto.
Su queste lastre vi sono raffigurati fiori, foglie, spighe: un universo agreste all’interno del quale si rincorrono animali,
volano aquile e colombe, corrono figure umane…
Il tutto a significare, probabilmente, l’inesauribile fecondità,
nonché il tripudio della natura.– Ricordi
Chi scrive, in vacanza con la famiglia, arrivò al
porticciolo di Castro Marina – il borgo antico di Castro si
erge alto sul promontorio, dove ai tempi di Enea si ergeva,
probabilmente, il Tempio di Minerva/Atena, e dove oggi fa
bella mostra di sé il Castello Aragonese –
Lì, al porto, un pescatore si offrì di portarli con la sua piccola
barca a visitare la famosa “Grotta Zinzulusa”.
Remava, lo sventurato, con un solo braccio, probabilmente
in passato era stato un pescatore ‘bombarolo’ (!).– Le Isole dei Ciclopi e l’Etna
Dopo aver navigato a lungo nel
Mediterraneo mare, Enea approda in Sicilia da Scilla, la
sponda calabra. Attraversato di lì lo Stretto e giunto a Cariddi,
la sponda sicula, si dirige verso le Isole dei Ciclopi.
Scilla e Cariddi, secondo la mitologia, erano due mostri marini
che vivevano nello Stretto.
Cariddi, come mostro marino, era in principio una ‘Naiade’,
ninfa, figlia di Poseidone e di Gea…
succhiava l’acqua dei mari e la risputava tre volte al giorno
con tale violenza da provocare un mitico ‘gorgo’ sull’estremità
dello Stretto (lato Messina), gorgo che faceva spesso naufragare le navi di passaggio – una scena del gorgo c’è anche nel film “Odissea” di Nolan –
Scilla era, invece, una splendida Ninfa, figlia del Dio Forco e
di Crataide Ninfa del mare, trasformata (Scilla) dalla Maga Circe in un mostro con dodici piedi e sei teste, per gelosia.
Della Ninfa Scilla (sempre secondo il mito) si era innamorato
il Dio del mare Glauco, che si era rivolto alla Maga Circe per avere un filtro d’amore. Ma Circe, invaghitasi a sua volta di Glauco, trasformò la rivale in mostro, mostro che si nascondeva in una spelonca sullo Stretto, lato Calabria.
Le Isole dei Ciclopi sono formate da rupi basaltiche, praticamente dei ‘faraglioni’ e scogli, che si trovano nel Golfo di Catania, davanti ad Aci Trezza, ai piedi del vulcano Etna.
La maestosità del paesaggio, con l’Etna sullo sfondo, la memoria dei due ‘mostri Marini’ Scilla e Cariddi, rimandano anche a Odisseo/Ulisse… Al suo incontro/scontro con il Gigante Ciclope Polifemo e, come ben si sa, il suo ricorso all’ennesimo inganno (!) – per questo motivo l’Ulisse dantesco è collocato all’Inferno fra i ‘fraudolenti’ –
L’itinerario siculo di Enea prosegue fino a Trapani e al Monte
Erice, dove sono ambientate alcune vicende tragiche del viaggio.– Drepano/Trapani e Monte Erice
Circumnavigando lungo la
costa della Sicilia Meridionale Enea e i suoi uomini approdano
a Capo Drepano (antico nome di Trapani), benevolmente accolti
dal Re Aceste (Aegeste), figlio di Crimiso e di Egesta, la nobildonna fuggita a suo tempo da Troia e approdata in Trinacria. Poco distante da Capo Drepano c’è il Monte Erice,
dove sorgeva un Tempio dedicato ad Afrodite/Venere, madre di
Enea (sempre secondo il mito) – attualmente è visitabile il…
“Castello di Venere”, castello Normanno costruito sui resti del
Tempio -. Altri monumenti e luoghi di interesse di Erice:
– le mura ciclopiche del periodo Elimo-Fenicio-Punico, VIII e VII
secolo a. C.;
– Castello e ‘Torri del bacio’;
– Quartiere Spagnolo;
– alcuni palazzi storici;
– Porta Trapani;
– Basilica dell’Assunta, con annessa ‘Torre campanaria’, una
‘summa’ di diversi stili: Romanico – Bizantino – Aragonese di
ispirazione catalana; l’interno a tre ‘navate’ di tipo basilicale;
– antica pasticceria del Convento, dove si possono mangiare
i migliori ‘canoli’ siciliani; pare sia dovuta alle “suorine” la
ricetta originale dei canoli.Enea approda per ben due volte nell’ospitale Porto di Deprano
e ogni volta l’immagine dei luoghi viene focalizzata soprattutto
sull’ospitalità, sull’accoglienza riservata all’eroe Troiano e ai suoi uomini da parte di Aceste che, in particolare, si prende cura delle ‘sacre ossa’ del vecchio padre Anchise, che viene sepolto nella nuda terra delle pendici del Monte Erice, non molto distante dal Tempio di Venere.
La natura brulla e il lido deserto, “triste”, ai piedi del Monte Erice, rimandano, inevitabilmente, al rito celebrativo per la morte di Anchise, anche se, testualmente:
“Di qui, il Porto di Deprano,
la spiaggia che mai mi rallegra, m’accoglie qui, tormentato
da tante tempeste di mare, ahi, perdo il Padre, conforto di
tutti gli affanni, perdo Anchise.
Qui, padre caro, mi lasci scorato, o inutilmente sottratto a
tanti pericoli…”
(Eneide, Libro III, versi 707 e segg.)Quando Enea tornerà a Deprano, dopo la fuga da Cartagine e
da Didone (allora, il mondo era veramente piccolo!), celebrerà
con giochi grandiosi la memoria del Padre.“C’è per me terra più cara, o dove meglio vorrei dare
riposo alle navi, di questa che vivo Aceste Dardanio
mi riserba e in grembo l’ossa del Padre Anchise
raccoglie?”
(Eneide)– ‘Dardanio’: discendente di Dardano, il mitico fondatore di
Troia –
Convinto che quanto sia accaduto vada comunque accettato
perché nasconde la volontà divina, Enea prepara le commemorazioni funebri, grazie anche alla generosità di Aceste che dona una copia di buoi per ogni nave della flotta.
Si indicono, quindi, i giochi in onore di Anchise: una gara tra le
navi, la corsa, il lancio del giavellotto, il tiro con l’arco, il pugilato
Secondo il rito, Enea versa sulla ‘umida terra’ due coppe di vino,
due tazze di latte fresco, due vasi di sangue sacro; poi sparge
dei fiori; indi saluta il genitore… le sue ceneri, l’anima e l’ombra,
infine, offre il sacrificio.
Giunge il giorno tanto atteso delle competizioni.
Vengono esposti… “i premi ben in vista… al centro dell’Arena”
Si inizia con la gara fra le navi: la prima ‘regata’ della storia della nautica.
Quattro sono gli equipaggi:
– la nave “Pristi” è governata da Mnesteo;
– la seconda nave, gigantesca, “Chimera” è condotta da Gia;
– “Centauro” timonata da Sergesto;
– infine, “Scilla”, al comando di Cloanto.
La ‘boa’, dove ‘virare’, è uno scoglio.
La ‘regata’, che prende il via dallo squillo delle trombe, viene
accompagnata da… “l’urlio dei marinai” (il tifo).
Il “narratore” commenta le fasi della gara come farebbe un
telecronista oggigiorno (!)
“In fuga davanti agli altri
Taglia il fronte delle onde
Nel muggito della folla, Gia, tallonato da Cloanto
Molto migliore ai remi, ma attardato dalla stazza
Del suo legno, dietro, con pari distacco la “Pristi”
E la “Centauro” tentano di superarsi:
Ora sembra riuscirci
La “Pristi”, ora è la grande “Centauro” a prendere la testa”La ‘regata’ è emozionante.
Non la seguiamo in ‘presa diretta’, ma ci spostiamo sul traguardo per vedere l’arrivo.
Si vedono i ‘rostri’ appaiati di due equipaggi.
Cloanto promette di sacrificare un toro alle divinità marine.
Ed ecco dalle profondità del mare sopraggiungere l’aiuto invocato che sospinge l’imbarcazione di Cloanto fino alla linea
del traguardo, e vince così il primo premio.
I giochi si concluderanno con il “Ludus Troiae”, una forma
antica di processione.– “Chartago delenda est” (storia, mito, leggenda)
Mai, Enea,
approdando faticosamente a Cartagine e trovandovi calorosa
ospitalità ed amore, avrebbe potuto immaginare che i suoi
discendenti, i Romani, sarebbero stati gli artefici della sua distruzione.
“Chartago delenda est”, con queste parole pronunciate al
Senatus PopulusQue Romanus (SPQR), Catone il ‘Censore’ ne
auspicava la distruzione, che sarebbe avvenuta di lì a poco ad
opera di Scipione detto l’ “Africano” nella ‘Terza Guerra Punica’
(146 a. C.)
L’antica città punica, o meglio ciò che sono oggi i resti della antica Cartagine costituiscono una vasta ed importante area archeologica classificata “Patrimonio dell’umanità” (UNESCO) il 27 Luglio 1979. L’area si trova a qualche chilometro da Tunisi ed è collocata sul lato orientale di un lago – Chi scrive la visitò anni fa durante un viaggio, con signora, in Tunisia –
Cartagine, nome che in lingua fenicia significa “Città nuova”,
esattamente “Nuova Tiro”, fu fondata nell’anno 814 a. C.,
esattamente 60 anni prima della fondazione di Roma, da coloni
Fenici provenienti da Tiro, al seguito della loro Regina Didone
(figlia del Re di Tiro).
In posizione strategica sul Mediterraneo, nel corso di alcuni
decenni, divenne una delle più potenti città marinare del…
“Mare fra le Terre”, al punto di arrivare a scontrarsi prima con
la Siracusa dei Tiranni (“Magna Grecia”) e poi con Roma (Guerre Puniche) per il dominio sui mari, e non solo.
I Cartaginesi fondarono proprie colonie:
– l’Isola di Mozia, nella laguna delle saline dello Stagnone di
Marsala, Panormos (Palermo), Solunto, Salinunte, in Sicilia;
– Tharros, Nora, Sant’Antiaco (isola), Cagliari, Bosa e il Sulcis
in Sardegna.Didone ed Enea: un amore impossibile.
“Improbe amor,
quid non mortalia pectora cogis “
(Virgilio, Eneide, Libro IV, verso 412)
Un amore ingiusto, un amore crudele, un amore che consuma
senza umana pietà.
Tra storia, mito e leggenda, si consuma l’amore tra Enea e Didone. Una storia remota, lontana nel mito, ma attuale e tangibile nella disperazione di una donna innamorata, come mille altre tradita dal più nobile dei sentimenti: l’amore.
Un uomo, una donna, vittime della volontà degli Dei, del capriccio divino… del fato (!).
Enea, semidio, dopo essere salpato una prima volta da Deprano/Trapani con la sua flotta per risalire la Penisola,
viene sbattuto da una tempesta, scatenata non da Poseidone
ma da Era/Giunone, gelosa di Venere (madre di Enea),
e finisce sulle coste africane in prossimità di Cartagine.
Qui viene accolto da Didone (Elissa), una bella Principessa Fenicia, primogenita di Belo, Re di Tiro.
Con la complicità di Cupido, tra Enea e Didone nasce l’amore…
Di più, arrivano ad amarsi follemente, al punto che l’eroe troiano
sarebbe stato disposto a lasciare andare in fumo i grandi destini riservati per lui dagli Dei.
Tutto sembrava filare liscio, a favore dei due amanti, volgere verso il più classico dei… ‘lieto fine’.
Se non che Zeus/Giove interverrà implacabile dall’alto del Monte Olimpo (e siamo nel mito!), tramite il suo ‘messaggero alato’, Ermes/Mercurio, richiamerà Enea al suo dovere, quello di eseguire il volere degli Dei e realizzare il suo fine ultimo di fondare la “Nuova Troia”, cioè Roma, per cui…
È risaputo anche ai comuni mortali che Zeus/Giove non tollera
disobbedienza.
Suo malgrado, Enea è costretto ad abbandonare Didone e
riprendere il mare con la sua flotta.
“Mentre la fiamma divampa
si trafigge il cuore…”
Didone, nella disperazione più profonda, sempre con lo sguardo
rivolto alle navi troiane che si allontanano da Cartagine,
fa inalzare una pila di legna sulla riva del mare, vi sale sopra e,
dopo aver lanciato il suo anatema contro l’amante fuggitivo e
tutti i suoi discendenti, si fa ardere sul rogo.
Un amore impossibile, un amore tradito… Anche se per volontà
degli Dei (“Deus non vult!”).
Ma anche l’anatema lanciato da Didone contro Enea e i suoi
discendenti si rivolterà contro, perché Ascanio figlio di Enea
fonderà Alba Longa nel Lazio, e saranno proprio i discendenti di
Alba Longa e di Ascanio, i Romani, a decretare la fine di Cartagine… “Carthago delenda est” (!).Ma torniamo a Deprano/Trapani
Per ringraziarlo dell’ospitalità
e dell’aiuto concessogli Enea aiuterà Aceste a costruire un
Tempio dedicato alla madre Egesta: il Tempio di Segesta.
Ancora magnificamente conservato fa bella mostra di sé
unitamente all’Anfiteatro collocato più in alto sul colle.
Due autentiche ‘perle’ visitate oggigiorno da moltitudini di
turisti…
-Ma, allora, anni Settanta, quando chi scrive, con famiglia, andò in visita, la zona era pressoché deserta: sul sito
solo due altri visitatori, lo scrittore Alberto Arbasino e un amico-– Capo Palinuro
L’episodio che riporta il mito di Palinuro
viene descritto nel Libro V dell’Eneide, nel quale Virgilio individua esattamente il luogo tra il Golfo di Policastro e
l’insenatura di Pisciotta; luogo dove il timoniere di Enea, Palinuro, per l’appunto, finisce in mare in ora notturna, forse per
un colpo di sonno.
Dopo aver invocato gridando invano i propri compagni, tutti in… grembo a Morfeo in modo profondo, raggiunge a nuoto la spiaggia, dove però sarà ucciso dalla gente del posto e il suo corpo buttato di
nuovo in mare.
È questo, secondo il mito, il sacrificio preteso da Poseidone per
l’aiuto che Afrodite/Venere ha concesso a suo figlio Enea nel condurre in salvo la sua flotta durante le tempeste.
Il punto esatto dove è spiaggiato il timoniere Palinuro ha preso il
nome di Capo Palinuro.
“Unum pro multis dabitur caput”
(“Una sola vittima per la salvezza di molti”)
(Eneide, Libro V, verso 815)Proseguendo lungo la costa tirrenica la flotta di Enea sbarcherà, dopo lunga navigazione e molte peripezie, finalmente (“Deus vult!”), sulla costa del Lazio, a Lavinium
(oggi Pratica di Mare/Pomezia) o Lido di Enea, e qui fondò il suo
primo insediamento.– Lavinium
Meta ultima del lungo viaggio.
L’antica città di Lavinium fu il primo insediamento dei “profughi”
troiani in Italia.
Il nome della città deriva da Lavinia, figlia di Latino Re dei Latini
(antico popolo italico, stanziato in un’ampia zona del Lazio meridionale, interno e costiero) che fu data in sposa ad Enea.
Mito e leggenda tramandano che Lavinium, situata a Sud di Roma e corrispondente all’attuale Pratica di Mare, sarebbe stata fondata nel luogo dove una scrofa, prossima a partorire 30 porcellini, fu ritrovata da Enea dopo essere fuggita ai Sacerdoti che avevano intenzione di sacrificarla agli Dei, in un luogo vicino al porto in cui era sbarcato con i suoi Troiani al seguito.
Lavinium per i Romani diverrà un luogo quasi sacro, perché, sempre secondo mitologia (o leggenda?), sarebbe stato Sacerdote a Lavinium Egeste, colui che avrebbe conservato nella città i “Penati” che Enea aveva portato con sé da Troia
– I “Penati” erano delle divinità domestiche: dei venerati nella
casa, il cui culto veniva trasmesso di padre in figlio –
L’area archeologica di Lavinium è stato oggetto di campagne di scavi negli ultimi decenni del XX secolo, scavi che hanno
portato alla luce tratti delle antiche mura, diverse ‘domus’, vaste aree commerciali e produttive, un grande Tempio nel Foro;
sono stati altresì scoperti due Santuari:
– Santuario dedicato alla Dea Atena/Minerva, dove sono stati
rinvenuti reperti straordinari, tra cui un centinaio di statue
di terracotta alle quali è stato dato il nome di “Fanciulle di
Lavinium”, statue databili un arco di tempo compreso fra
l’inizio del V e la fine del III secolo a. C.;
– il secondo Santuario consta di 13 Altari allineati, che sono
stati probabilmente eretti tra il VI e il IV secolo a. C.;
annesso a quest’ultima area sacra è un tumulo monumentale
scambiato in passato per la tomba di Enea; in realtà si tratta
di un tumulo funerario databile alla metà del VII secolo a. C.
attribuibile ad un eminente personaggio, un nobile, sepolto
con oggetti personali di valore e un ricco corredo.
Lavinium (ovviamente sempre tra storia, mito e leggenda) fu
considerata il sito delle origini del popolo di Roma, e Romolo un
discendente della stessa stirpe di Enea e del di lui figlio Ascanio.
– Narra, poi, la leggenda che Ascanio fonderà la città di
Alba Longa sulla riva destra del Tevere (come riportato anche
sopra)
Qui regnarono diversi suoi discendenti, fino a quando giunsero
al potere Numitore e suo fratello Amulio.
Quest’ultimo si appropriò del trono e costrinse l’unica figlia,
Rea Silvia, a diventare ‘vestale’ e fare voto di castità, in modo
da non poter avere figli, evitando così di generare pretendenti
alla corona. Ma… il mito: Marte, Dio della guerra, si invaghì della
fanciulla e, dopo averla posseduta, la renderà madre di due
gemelli, Romolo e Remo.
Amulio ordinò ad un suo schiavo di uccidere i due bambini,
ma questi, per pietà, li risparmiò e li abbandonò in una cesta
lungo il fiume Tevere.
Una lupa, attirata dai vagiti dei due bambini, li raggiunse, li
allattò, portandoli nella sua tana sul Monte Palatino, dove
furono trovati da un pastore che, insieme alla moglie, li adottò.
Ormai adulti, i Gemelli, conosciuta la loro storia, si vendicarono
di Amulio, uccidendolo, e riconsegnarono il governo usurpato di
Alba Longa al nonno Numitore.
Il resto è storia nota: Romolo fonderà la “Città Eterna”… Roma.Qui, praticamente finisce la “Rotta di Enea”, percorso fatto dall’eroe troiano con lo scopo di fondare la “Nuova Troia”, cioè Roma, che diventerà “Caput Mundi”, le parti seguenti riguardano la storia della marineria nel Mediterraneo (solo per chi fosse interessato).
– I Fenici
Sono stati accreditati di molte importanti invenzioni
nautiche e si sono saldamente affermati come i più grandi navigatori del mondo antico, anche superiori ai Greci.
Le navi fenice hanno fatto scuola nell’arte della carpenteria
nautica e la loro abilità marinaresca ha fatto scuola nel corso
dei secoli.
I Fenici divennero marinai quasi per forza: a causa principalmente della topografia della loro terra.
Anticamente nota come Cananea (Terra di Canaan, figlio di
Cam e nipote di Noe’), poi Fenicia (oggigiorno Libano e parte
costiera della Siria) era una stretta lingua di terra per lo più montagnosa che si affacciava sul Mar Mediterraneo, esattamente a Levante (Est).
Povera di risorse, se si esclude il legname costituito dai tronchi
di ‘cedro’ di cui è ben fornito e ancora oggi noto il Libano…
i famosi ‘cedri del Libano’ (!).
I Fenici, quindi, non erano mai a corto della materia prima necessaria per costruire le loro navi, grazie alle quali lo (il legname) smerciavano pure nei loro commerci/traffici per mare.
Tiro, Sidone, Biblos erano i principali porti da dove partivano
le loro navi.
Erano, i Fenici, abili maestri d’ascia (come vengono definiti ora)
A loro viene attribuita l’invenzione della ‘chiglia’, dell’arco di prua e del ‘rostro’, il prolungamento subacqueo della prua usato
come arma per speronare le navi nemiche; sempre a loro è
attribuito il ‘calafataggio’ fra le tavole strutturali dello scafo.
Oggigiorno si è certi che i Fenici possedessero tre tipi di navi,
tutte a chiglia bassa e lunga.
-Primo tipo: navi da guerra, che avevano una poppa convessa
ed erano spinte da una grande vela ‘quadra’ (vela quadrata o rettangolare) erano perciò monoalbero.
-Secondo tipo: navi da trasporto, usate per i commerci e i traffici marittimi. Come struttura erano simili alle navi da guerra però con scafi più larghi e panciuti in modo da avere ‘stive’ più capienti per imbarcare grossi carichi; forse avevano anche le
fiancate (‘opera morta’) più alte per mettere parte del carico in
coperta. La loro capacità di carico si aggirava intorno alle 450
tonnellate. Altra caratteristica era che non solo la poppa, ma anche la prua dell’imbarcazione era convessa.
Una flotta mercantile fenicia poteva enumerare fino a 50 navi
da carico.
Il tutto è risaputo con certezza perché tali flotte sono
rappresentate nei ‘rilievi’ pervenutici, dai quali risulta anche che
erano scortate da un certo numero di navi da guerra (!).
-Terzo tipo: imbarcazioni da pesca, che all’abbisogna potevano
essere usate anche per il trasporto di merci.
Non risulta però che i Fenici si distinguessero come popolo di
pescatori.
Quest’ultimo tipo di imbarcazione era più piccola delle due
precedenti, aveva una sorta di testa di cavallo scolpita sull’arco
di prua e poteva contare su una sola colonna di remi; veniva usata, oltre che per la pesca, per i trasporti lungo costa.
Nessuna nave fenicia è stata mai recuperata intatta (o quasi)
dagli archeologici, ma dai ‘rilievi’ pervenutici, a giudizio degli
esperti, sarebbero state difficili da manovrare; ergo ne deduco
che… bisognava essere marinai provetti.
I Fenici, chiaramente, non avevano né bussola, né alcun altro
strumento di navigazione, e così si affidavano alle conoscenze
delle caratteristiche naturali delle coste (‘punti cospicui’ e navigazione di ‘cabotaggio’, vale a dire con la costa sempre in vista). Per seguire una ‘rotta’, si affidavano anche agli astri, sole, luna e stelle, e alla ‘navigazione stimata’, frutto della esperienza che si tramandava di padre in figlio.
La stella più importante per loro era la ‘Stella Polare’ della
Costellazione dell’Orsa Minore (o ‘Piccolo Carro’)
Si sa di ‘carte’ che descrivevano i lineamenti delle coste ed
evidenziavano i punti di rilievo (‘punti cospicui’), ma è improbabile che fossero usate come vere e proprie ‘carte nautiche’.
Erodoto menziona l’uso di ‘piombi con sagole’ per misurare la
profondità del mare in prossimità della costa.
È anche risaputo che sull’albero le navi fenice avessero una
‘coffa’, per una maggiore visibilità.
Di certo è, essendo stato confermato da storici e ricercatori,
che i Fenici navigarono in lungo e in largo in tutto il Mediterraneo, spingendosi anche oltre le mitiche “Colonne
d’Ercole” – esistono prove che sia arrivati in Britannia e, pare,
abbiano anche circumnavigato l’Africa (!) –
Fondarono molte colonie, un po’ ovunque, vedi Cartagine (Tunisia), Mothia (Mozia), Lylibaeum (Marsala), Panormo (Palermo), Solunto, in Sicilia, ma anche Cossyra (Pantelleria)
Tharros, Karalis e Bithia (Sulcis), Bosa e Cagliari, in Sardegna,
Cadiz (Cadice), Ibiza e Barchino (Barcellona), in Spagna.
Le rotte effettive fatte dai Fenici in Mediterraneo sono ancora
oggi oggetto di discussione.
La rotta verso Ovest, spinti dal vento di Levante (la vela ‘quadra’ esigeva vento ‘in poppa’ o ‘al traverso’!), con tutta
probabilità si portava su Cipro, indi costeggiava la Penisola
Anatolica, poi toccava Rodi, a seguire, si spingeva verso le
coste greche dell’Attica, risaliva fino alle isole della Grecia Ionica e Kerkyra (Corfù’), per attraversare l’Adriatico fino alla
Puglia, costeggiare lo “Stivale” fino alla Trinacria, da dove,
attraversando il Tirreno, puntare su Ibizia e le Baleari, di lì’
attraversare su Barchino (Barcellona), per poi navigare lungo
la costa del Sud della Spagna fino alle mitiche…
“Colonne d’Ercole”.
Altra rotta, sempre verso Occidente, era quella che costeggiava
tutta l’Africa Mediterranea: Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco…
Il viaggio di ritorno veniva fatto con i venti di Ponente (Ovest)
e con la corrente che dallo Stretto di Gibilterra portava indietro
verso il centro del Mediterraneo, vale a dire verso Malta, poi
Creta, Cipro, e, infine, le coste della Fenicia (Libano).
Sempre secondo Erodoto, i Fenici, verso il 600 a.C., riuscirono
a circumnavigare il continente africano, in un viaggio che durò
tre anni e che partì dal Mar Rosso, per navigare, lungo costa,
verso Ovest, doppiando l’attuale Capo di Buona Speranza in
direzione opposta a quella di Vasco de (da)Gama, al quale verrà attribuito il merito d’aver doppiato il Capo.
Addirittura, narrazione tramanda che i Fenici di Cartagine, dopo
aver attraversato lo Stretto di Gibilterra, abbiano navigato in
Oceano Atlantico fino a raggiungere l’antica Britannia, in una
spedizione effettuata nell’anno 450 a. C. e guidata da Imilcone.– Etruschi: marineria e pirateria
“Subito da una nave
dai bei fianchi, velocemente, apparvero pirati sul mare
di colore scuro: erano Tirreni.
Li guidava un cattivo destino…”
(Da “Inno a Dioniso”, attribuito ad Omero)La fama di pirati perseguiterà i Tirreni o Etruschi per tutto l’arco
della loro storia.
Fama certamente “meritata” e non usurpata. D’altronde, dati i
tempi, non sono immuni da pirateria nemmeno le altre marinerie.
Sin dagli arbori della navigazione la pirateria si era manifestata
come una piaga endemica, visto che la vastità delle distese marine consentiva ai più scaltri di depredare con ampie possibilità di impunità.
In effetti quasi tutte le popolazioni marinare dell’antichità ebbero delle frange dedite alla pirateria.
Vedi, in Adriatico gli Illiri, i Narentani, i Liburni, ma la stessa Roma ebbe problemi da una pirateria di “casa”, quella di Sesto Pompeo (37-36 a. C.), contro la quale Ottaviano Augusto fu
costretto a mandare la flotta da guerra comandata dal più
valoroso degli ammiragli, Marco Vipsanio Agrippa.
Va però detto che ad un attento esame si scoprirà che il più delle volte quelli che venivano indicati come atti di pirateria in effetti erano azioni di… “guerra da corsa”: più che di pirati, quindi, si trattava di ‘corsari’ con tanto di… ‘lettera di autorizzazione’.
Iniziò Filippo V, Re di Macedonia, assegnando delle navi a
Dicearco d’Etolia (regione della Grecia che si affaccia sull’Egeo) per condurre la guerra da corsa nel mare Egeo.
Ma i ‘corsari’ riceveranno un vera e propria legittimazione soltanto in tempi più recenti, a partire dal XVI secolo -valga per tutti l’esempio di Sir Francis Drake, insignito del titolo di
‘Baronetto’ dalla storica Regina Elisabetta I, per l’attività di corsaro al servizio della ‘Corona’ svolta nel periodo 1572/1590-
Nell’ “Inno di Dioniso”, di cui sopra, l’espressione “una nave dai bei fianchi” rivela che, fin dagli arbori della civiltà, l’arte della cantieristica era molto apprezzata.
L’innamoramento dei marinai per la propria imbarcazione, come fosse una donna dai… “bei fianchi”, ha quindi radici molto
antiche, forse fin dai tempi della nave “Argo” e degli “Argonauti”
Il citato “Inno” continua poi a narrare come questi… “Pirati Tirreni” catturassero il Dio Dioniso/Bacco. Ma…
Sventurati loro, perché il Dio, adirato, li trasformò subito in un branco di delfini.
Mito o leggenda che fosse, influì sulla marineria etrusca, perché
da quel momento il delfino fu sempre sacro per le genti di mare
etrusche, che, ogni qual volta scorgevano esemplari guizzare
davanti alla prua della nave, consideravano la cosa di buon auspicio.
Il simbolo del delfino appare in molte pitture parietali di tombe
etrusche.
Che la marineria etrusca si fosse affermata nel Mar Tirreno e
in parte del Mediterraneo è confermato anche dal fatto che proprio agli Etruschi/Tirreni è attribuita l’invenzione dell’arnese
noto col nome di “uncino”, arnese classico usato dai pirati per
dare l’arrembaggio alle altre navi.
Chi non ricorda, dalle letture dell’infanzia, il leggendario “Capitan Uncino” e le sue scorribande, da “Peter Pan”.
Sempre alla marineria etrusca, secondo Plinio, si deve l’abbandono delle arcaiche ancore di pietra e l’adozione delle
nuove ancore con ‘marre’, ‘contromarre’, ‘ceppo’, inizialmente di
piombo, poi, con l’età del ferro, di ghisa e ferro (!).
Fin dai tempi di Omero i Tirreni/Etruschi sono conosciuti come
abili navigatori che imperversavano con agili navigli in tutto il
bacino del Mediterraneo Occidentale, Adriatico compreso
(vedi Spina).
La marineria etrusca era già comparsa al tempo delle incursioni lungo le coste del Mediterraneo dei leggendari
“Popoli del mare”, in particolare le loro incursioni contro le terre
dei Faraoni, e ciò a datare dall’ultimo quarto del Il Millennio a. C.
Saranno i Faraoni Merenpthah (1224-1214 a. C.) e Ramses III
(1018-1006 a. C.) a fermare, prima, e respingere, poi, quello strano miscuglio di avventurieri e pirati, di razze e etnie diverse,
chiamati “Popoli del mare”, e questa è storia… né mito, né leggenda.
È ormai accertato in modo incontrovertibile che la nazione etrusca comincia a formarsi dal IX al VIII sec. a. C. sulle coste
della odierna Toscana (nel Grossetano), dove esistevano notevoli giacimenti minerari.
E sarà proprio il commercio via mare di questi minerali il fulcro dei traffici marittimi etruschi che daranno impulso alla loro marineria.
Strabone ci informa come nel medesimo periodo gli Etruschi
navigassero anche nel Mar Adriatico, e che sia Adria che Spina
fossero loro porti importanti, con tanto di ‘emporio’, sulla costa
adriatica. – Insediamenti etruschi erano presenti anche lungo
il fiume Marecchia (Ariminus per i Romani) come dimostrano i
reperti del Museo di Archeologia di Verucchio, che era località strategica sulla mitica “Via dell’Ambra” –
Il periodo di massima espansione della potenza navale etrusca si avrà nei secoli VII e VI a. C., secoli nei quali si può parlare di vera e propria ‘Talassocrazia’ sul Tirreno, e non solo.
La flotta etrusca poteva vantare di vere e proprie navi da guerra
che, oltre all’albero con vele ‘quadre’, avevano un solo ordine di
remi, ma erano già dotate, al pari delle navi greche, di ‘rostro’ per speronare le navi nemiche.
Alla fine del VI secolo la flottiglia da guerra etrusca sarà dotata anche di ‘bireme’.
L’abilità marinaresca dei Tirreni/Etruschi, secondo alcuni storici, li spingerà a varcare le mitiche “Colonne d’Ercole” e
navigare nelle acque atlantiche, fino ad arrivare a scoprire le
Isole Canarie (!).– Spina
La città etrusca venne scoperta nelle Valli di Comacchio
(straordinario rinvenimento della necropoli di Valle Trebba)
cento anni fa e da allora la città di Spina entrò di diritto nella
storia dando veridicità alle fonti antiche che sostenevano esservi un porto in Adriatico testa di ponte della potenza marittima etrusca, nonché ‘porta d’ingresso’ della grecità in Occidente.
Proprio nell’ambiente lagunare delle Valli, fatto di dossi sabbiosi, canali e ampie zone d’acqua, a partire dal VI sec. a. C.
si sviluppò Spina, destinata a diventare una delle più importanti
città dell’Etruria padana.
Testimonianze dell’importanza strategica in Adriatico nonché
della potenza di Spina, si possono ricavare dalla visita al…
“Museo Delta Adriatico”, allestito nella imponente architettura neo classica del settecentesco Ospedale degli Infermi di Comacchio.
I quasi 2.000 reperti archeologici trovati nel territorio ed ivi esposti sono la prova inconfutabile che dall’età protostorica
sino al Medioevo le Valli e l’area deltizia padana hanno rappresentato nei secoli importanti vettori commerciali e culturali di comunicazione tra le civiltà del mondo mediterraneo
e l’Europa continentale.
In particolare la sezione di Spina dedicata all’età del Bronzo
(fase finale) e Primo periodo dell’età del Ferro, espone i rinvenimenti archeologici più antichi della zona: alcuni sono relativi ad insediamenti umani antecedenti all’affacciarsi di Adria e di Spina sull’Adriatico mare.
La sezione di “Spina crocevia del mondo antico” è incentrata sulla storia della città etrusca, porto e avamposto etrusco per
il commercio da e per l’Oriente mediterraneo.
Di questa città sono descritti i rapporti con Atene e la civiltà Greca, i rapporti con le popolazioni etrusche della Padania,
con quelle venete, con i Celti… Ma anche la vita quotidiana
degli abitanti e la struttura urbana “leggera” di città lagunare.– I Romani e il “Mare Nostrum” come massima dichiarazione
della loro potenza.
La più vasta espansione dell’Impero Romano, raggiunta sotto
l’Imperatore Traiano (117 d. C.), comprendeva l’intero bacino del
Mediterraneo con i Paesi che vi si affacciavano, prolungandosi
però dalla Britannia alla Mesopotamia.
Ma si può dire che i Romani siano stati un popolo di marinai come i Fenici? Assolutamente No!
– Roma fu fondata lungo il Tevere, ma a 40 chilometri da Ostia
e dal Mar Tirreno! –
Cosa rappresentava per Roma il Mediterraneo?
La prima risposta che viene in mente: la possibilità di espandere
la sua potenza (“Mare Nostrum”).
Grazie alla flotta che i Romani decideranno di costruire, ma solo alcuni secoli dopo la fondazione, datata il 713 a. C., potranno poi affrontare e sconfiggere una prima volta Cartagine, che allora dominava i mari, nella battaglia navale delle Isole Egadi (Favignana e Marettimo) del 10 Marzo 241 a.C.
(Prima Guerra Punica).
Sempre grazie alla flotta, potevano trasportare le loro Legioni in
qualsivoglia Provincia dell’Impero che si affacciasse sul bacino del Mediterraneo, arrivando così alla sua massima espansione
“Roma Caput mundi” (!).
Le navi romane servivano per portare ovunque la storica
“Pax Romana”: in tutte le Province dell’Impero, ma anche per i
commerci e per garantire a Roma il flusso di merci di cui aveva
bisogno. È noto che i ‘granai’ della Città Eterna fossero Egitto,
Libia e Tunisia.
“Panem et circenses”, garantiva Roma ai propri cittadini,
esattamente con l’”annona” (fornitura annuale di grano) assicurava il ‘pane gratuito’ a 300.000 famiglie dell’Urbe.
Le navi mercantili che portavano materie prime a Roma erano sempre accompagnate da imbarcazioni militari, e approdavano
al porto di Pozzuoli.
Tutt’altro che lupi di mare i Romani raggiunsero comunque
la supremazia sul “Mare Nostrum” e, grazie alla loro flotta, furono in grado di difendere l’Urbe e l’impero dai nemici per secoli.– Puteoli/Pozzuoli.
Puteoli, l’odierna Pozzuoli, fu fondata nel
528 a. C. ad Ovest di Napoli, nell’area vulcanica dei Campi Flegrei, da coloni Greci provenienti dall’Isola di Samos, col nome
originario di Dicearchia, cioè la “Città dal giusto governo”.
Dicearchia visse alle dipendenze di Cuma e con essa dovette
difendere le origini e la cultura ellenica in Campania, prima contro gli Etruschi, poi contro i Sanniti.
L’occupazione da parte di Roma della Campania, avvenuta nel
338 a. C., segnò la ‘romanizzazione’ della città greco-sannitica.
I Romani le cambiarono anche il nome con quello latino di Puteolis, che significa “Piccoli pozzi”, per le numerose sorgenti
di acque sulfuree che vi si trovavano.
Roma, che aveva sfruttato il porto di Puteoli durante le Guerre Puniche come uno dei ricoveri della sua flotta da guerra, ne valorizzò poi la posizione strategica come “porta” per i traffici e i commerci da e per il Mediterraneo, e ne fece una sua colonia marittima – Gli studi di Werner Johannowsky e di Lorenzo Quilici hanno mostrato con chiarezza l’ampiezza del progetto e
l’avanzato stato dei lavori per la realizzazione della “fossa Neronis” (canale voluto da Nerone e mai ultimato) che, nelle
intenzioni, avrebbe dovuto collegare mediante una via d’acqua litoranea la foce del Tevere alla Zona dei Flegrei.
Il riscontro oggettivo sul terreno e fotografie aeree lungo la costa della Campania, hanno confermato i vasti sbancamenti intrapresi e le arginature relative all’impianto della ‘fossa’ –
Il progressivo sprofondamento del litorale di Puteoli, causato dal fenomeno del bradisismo, costrinse gli abitanti, verso la fine
del V secolo e inizi del VI d. C., a lasciare la parte bassa della città, nonché i quartieri portuali, per stabilirsi sull’altura dove un
tempo era localizzata l’Acropoli della città greca di Dicearchia,
esattamente a Cuma, sede dell’antro della mitica…
“Sibilla Cumana”.
Sorse in tal modo il Castro di Puteoli, ossia il centro fortificato
per difendere le popolazioni da… “lo nero periglio che vien da
lo mare ad ogni inizio di Primavera…”
– “Sibilla Cumana”
Sacerdotessa di Apollo era una delle più importanti ‘Sibille’, figure profetiche della mitologia e della religione ellenica, poi riconosciute anche dai Romani.
Le Sibille erano giovani vergini che svolgevano l’arte ‘mantica’,
arte divinatrice di prevedere il futuro attraverso la lettura e l’interpretazione dei ‘segni’ della natura, in uno stato di trance… un po’ come le attuali veggenti, maghe e cartomanti (!).
La Sibilla Cumana svolgeva la sua attività ‘oracolare’ in una caverna conosciuta come “Antro della Sibilla”.
La sua importanza nel mondo latino era pari a quella del mitico
Oracolo di Delfi in Grecia.
Nell’Eneide di Virgilio la Sibilla Cumana ha la doppia funzione
di ‘veggente’ e di ‘guida’ di Enea nell’oltretomba…
Il nome di “Antro di Sibilla” si deve all’archeologo Amedeo Mauri
che nel 1932 diede inizio alla prima campagna di scavi, orientandosi sui luoghi descritti da Virgilio nell’Eneide.
Gli scavi hanno portato alla luce tesori come la”Cripta Romana”
i resti di un grandioso ‘edificio termale’ di epoca imperiale,
i resti dell’Anfiteatro…
Dall’alto dell’Acropoli (quella che fu) sono ben visibili i resti della
‘Antica Città Greca’ e, in lontananza, l’Arco Felice, viadotto costruito dall’Imperatore Domiziano per il passaggio della ‘Via’
che collegava Puteoli a Roma.
Oltre al ‘bradisismo’, la costruzione del Porto di Ostia contribuì
a segnare il declino di Puteoli.
Numerose e di notevole interesse sono le testimonianze della Puteoli romana che il turista può vedere nell’area archeologica,
la quale può essere suddivisa in quattro settori:
– L’Acropoli;
– Il Porto;
– Il Quartiere marittimo e Emporio;
– I Quartieri superiori.
A contatto del Porto e in parte sommerso c’è il “Macellum”,
tipico esempio di mercato della città antica, noto anche come “Tempio di Serapide”.
Sul fondo del mare del ‘Parco Archeologico di Baia’ esiste un
vero patrimonio sommerso, fra cui una nave romana in perfetto
stato di conservazione.
Nei Quartieri superiori si trovano le ‘Domus’ delle famiglie patrizie, le Terme, lo Stadio, le Osterie, gli Anfiteatri.
Meraviglie fra le meraviglie: l’ “Anfiteatro Flavio”, fatto erigere
dall’Imperatore Tito Flavio Vespasiano, che è il terzo per grandezza dopo il Colosseo e quello di Capua (dove combatté
Spartacus): ora una della maggiori attrattive turistiche dei Campi Flegrei.
Gli ambienti scavati pongono in evidenza le varie successive
trasformazioni nelle diverse epoche in età imperiale e, in particolare, in ‘età neroniana’.
Altra ‘perla’ è il “Tempio di Augusto”, inglobato nelle spesse mura seicentesche della Cattedrale, che anche recenti scavi
stanno portando alla luce.
Last but least… La “Città sotterranea”, a 10-15 metri al di sotto
delle strutture seicentesche; notevole il ‘pistrinum’ (panificio),
con più ambienti destinati alla lavorazione del grano-farina e
alla produzione del pane (!)– “Il Testimone”
Altro libro scritto da Stefano Medas (Mondadori)
che non si può non leggere per avere informazioni preziose
sulla navigazione nell’antichità.
“Sì – come diceva
lo storico Fernand Braudel – si sa quando si parte,
ma non si sa quando si arriva, né se si arriva”Le navi mercantili romane, con la loro propulsione a vela, erano
in costante balia del vento e delle condizioni atmosferiche.
Non esisteva poi la cartografia nautica e non esistevano metodi
per fare il… ‘punto nave’, metodi che si sono sviluppati a partire dalla fine del Medioevo.
Come scriveva già Esiodo ne’ “Le Opere e i Giorni”, il commercio marittimo era estremamente pericoloso: il rischio
di naufragio sempre presente, senza poi trascurare la possibilità di imbattersi nei pirati (!)
Eppure il Mediterraneo era molto trafficato (forse più di oggigiorno). E, non solo: le navi si spingevano, talvolta,
nell’oceano mare, nell’Atlantico, oltre le mitiche Colonne d’Ercole, oppure, a Levante, verso l’Oceano Indiano, partendo
dal Mar Rosso.
I navigatori usavano delle tecniche per stabilire le rotte e per
orientarsi in mare molto più simili a quelle dei Polinesiani – I nativi della Nuova Guinea con le loro agili imbarcazioni, dotate di ‘bilancere’, affrontarono l’Oceano Pacifico sapendo navigare
e orientarsi seguendo gli astri, i venti e le correnti, e riuscirono,
via via, a scoprire tutte le isole dell’attuale Polinesia.“Il Testimone” descrive un avventuroso viaggio per mare,
con meta Roma, viaggio che lambirà le coste dell’Asia Minore
per poi avventurarsi nel cuore del Mediterraneo, fino a toccare
prima Creta, poi Malta, indi la Sicilia.
Un viaggio, come tutti i viaggi per mare, disseminato di insidie,
ma anche di incontri inattesi.
Paolo di Tarso (poi San Paolo) salirà a bordo di quella nave
con destinazione Roma, che è la meta anche di coloro che devono portare nella ‘Città Eterna’ il “Testimone”: una custodia di cuoio perfettamente sigillata che, all’imbarco uno sconosciuto ha affidato al giovane Callimaco, copista presso la mitica Biblioteca di Alessandria d’Egitto (nota come il “Faro” culturale del Mediterraneo) e aspirante filosofo, uno dei protagonisti insieme
al fratello maggiore, Teocrato, del romanzo.– Storiche battaglie navali dell’antichità.
In breve sintesi alcune delle più importanti battaglie navali
dell’antichità, senza entrare nel merito del loro svolgimento,
cosa ormai arcinota.
– Salamina
Grecia, Golfo di Saronico, nel 480 a. C.
I Greci, con le loro navi più agili, ancorché inferiori di numero,
riuscirono a sconfiggere la flotta persiana e fermare l’avanzata
di Serse che voleva conquistare la Grecia.
– Azio
Grecia, vicino alle isole ioniche, nel 31 a. C. la flotta romana
guidata dal famoso ammiraglio Flavio Vipsanio Agrippa, amico
e genero di Ottaviano Augusto, primo imperatore di Roma, sconfisse la flotta egizia di Cleopatra e Antonio, aprendo così
le porte del Mediterraneo a quella che sarà l’età imperiale.
– Lepanto
Domenica 7 Ottobre 1571, le navi cristiane della Lega
Santa comandate da Don Giovanni d’Austria, per conto di Filippo II Re di Spagna e di Pio V, sconfiggeranno la flotta ottomana del Muezzinzade Ali’ Pascià, fermando così le mire
espansionistiche dell’Islam verso Occidente.
– Curzola
Attuale Korcula, dove la battaglia navale del 7 Settembre 1298, vide contrapposte la flotta della Repubblica Marinara di Genova e quella della Serenissima Repubblica di
San Marco, battaglia vinta dalla flotta genovese, durante la
quale venne fatto prigioniero Marco Polo che, portato a Genova
detterà al suo compagno di cella, Rustichello da Pisa, il suo
famoso libro “Il Milione”.
– Manica
Acque antistanti le isole britanniche, 1588, distruzione,
contro ogni previsione, dell’allora ‘Invincibile Armada’, la flotta spagnola, da parte della flotta britannica; vittoria che segnerà
l’inizio della supremazia degli inglesi sui mari.
Sulla flotta inglese era imbarcato anche il famoso corsaro,
Sir Francis Drake.
– Capo Trafalgar (Cadice)
Supremazia inglese sui mari confermata,
il 21 Ottobre 1885, dalla vittoria da parte dell’Ammiraglio Nelson
contro i Francesi e la loro marineria.– Marineria nell’antichità
Sicuramente dopo le navi fenice, dotate di un solo albero con vela ‘quadra’ e un solo ordine di remi, a far scuola sarà la ‘trireme’ greca da guerra.
Di struttura molto allungata, ‘barca lunga’, veloce e facilmente manovrabile, dotata di ‘rostro’, di una o più vele (‘quadre’),
solitamente anche di una vela di prua, di tre ordini di rematori,
sia sulla fiancate destra, sia su quella di sinistra.
Secondo Erodoto, questo tipo di nave, costruita in origine con
tutta probabilità dai Corinzi, venne usata dalla fine del VII sec. a. C., al tempo del Faraone Necao II, che fece costruire un canale tra il Nilo e il Mar Rosso…
“…largo abbastanza per far transitare due ‘trireme’
che vogavano in senso opposto”
Certo è che la ‘trireme’ era la nave più diffusa Del Mar Mediterraneo Orientale.
Venne poi adottata anche dai Romani per la loro flotta.
La lunghezza media di una ‘trireme’ non superava in genere i
36 metri.
Nel 339 a. C., a Siracusa, gli ingegneri del Tiranno Dioniso I
avevano costruito le ‘quinquereme’ (con cinque file di rematori
su ogni lato).
A seguire nel tempo, sempre in cantieri che si affacciavano sul Mediterraneo, verranno costruite navi con sette, poi dieci, fino
a quindici file di rematori, con due e più alberi per vele sempre
‘quadre’ – solo lungo il fiume Nilo, le tipiche ‘feluche’ egiziane
erano dotate di vele ‘triangolari’ (“vela latina”), perché dovevano ‘risalire’ il vento di ‘Borea’ quando veleggiavano da Sud verso Nod, e ‘risalire’ il vento di ‘Ostro’, quando veleggiavano da Nord verso Sud (!) –
Questa la descrizione da parte di Caligeno di una nave ‘monstre’ fatta costruire da Tolomeo IV Filopatore (221-203aC)“Filopatore fece realizzare una nave a 40 file di rematori
che aveva una lunghezza di 280 cubiti (125 m. circa) e
una larghezza di 38 cubiti (17 m. circa), con un’altezza
di 48 cubiti (22 m. circa), al ‘castello’ di prua.
Dal rostro alla linea di galleggiamento c’erano 53 cubiti
(33 m. circa). Aveva quattro pale da timone di 30 cubiti
(13,50 m. circa) l’una. Aveva due poppe, due prue e sette
rostri. Era molto ben proporzionata e ornata in maniera
ammirevole.
Durante una crociera impiegò 400 vogatori e 400 uomini
addetti alle manovre; sul ponte manovravano 2.850 fanti
di marina e sotto bordo addetti alle cucine e ai servizi…”Un vero e proprio ‘mostro da guerra’!
Nel suo complesso la flotta militare antica aveva un certo numero di navi specializzate, la cui costruzione e manutenzione
erano dettate dalle particolari funzioni loro affidate.
La principale funzione era il trasporto delle truppe e loro eventuali cavalcature; le navi più snelle servivano come ‘corrieri’; altre erano modellate sulle navi pirate e destinate a
combatterle e distruggerle; alcune ‘bireme’ erano costruite in modo tale da permettere ad una parte di rematori di lasciare
i remi per partecipare all’arrembaggio.
Gli arsenali erano composti in primo luogo dai ‘bacini di carenaggio’ per le navi – famose le ‘gaggiandre’ dell’Arsenale
di Venezia -, poi dai moli, per ormeggiare, armare le navi, e dai quali imbarcare le attrezzature di bordo.
Gli arsenali erano controllati da collegi speciali di ‘magistrati’
che nel Pireo (Atene) erano conosciuti come ‘neoroi’ o ‘epimelites’.
L’armamento navale di una flotta da guerra, per i grossi oneri
che comportava, competeva direttamente allo Stato.
I vogatori, che spesso venivano incatenati ai remi, erano presi
nelle patrie galere o tra gli schiavi.
Questa, la ragione per cui un certo tipo di nave (della flotta
veneziana soprattutto) veniva chiamata ‘galea’ o ‘galera’
Gli Ateniesi come rematori, invece, reclutavano i cittadini appartenenti ai ranghi inferiori, ai quali corrispondevano un salario corrispondente, più o meno, ad una dracma al giorno.P. S.
Riservato solo agli amministratori del comune di Riccione che hanno deciso la chiusura notturna di due parchi per la presenza del lupo (cattivo!)
“… Guarda come son tranquilla io
Anche se attraverso il bosco
Con l’aiuto del buon Dio
Stando sempre attenta al lupo
Attenti al lupo
Attenti al lupo
Living together
Living together…(“Attenti al Lupo”, Lucio Dalla)











