di Arianna Lanci
Viviamo tempi durissimi, oserei dire tempi tragici, per la Natura.
Se vero è che da un lato la sensibilità ambientale sembra crescere e diffondersi, ugualmente vero è che sia a livello locale che nazionale, ma anche a livello europeo, si sta profilando una situazione di grandissima criticità, che mette in pericolo la nostra stessa salute, legata a filo doppio con la salute degli animali e delle piante, sempre per tornare sul concetto di One Health– mai sufficientemente preso in considerazione dalle politiche pubbliche.
Un esempio per tutti a livello nazionale: lo scenario angosciante che si profila per quanto riguarda il futuro della fauna selvatica. Il 27 novembre la Camera deciderà la sorte di milioni di animali, tra mammiferi e uccelli. Esseri senzienti, capaci di provare dolore, paura e stress, trasformati in puro e semplice bersaglio dalla proposta di legge n. 2984 sulla caccia, già approvata dal Senato, scritta sotto dettatura delle frange più oltranziste del mondo venatorio. Non solo, il provvedimento è affidato a una Commissione il cui presidente, l’on. Francesco Bruzzone, ne è anche relatore ed è da sempre tra i più noti sostenitori degli interessi dei cacciatori in Parlamento, mentre la Vicepresidente, l’on Maria Cristina Caretta, è lei stessa cacciatrice. Nonostante la Costituzione, a partire dal 2022, impegni la Repubblica nella tutela degli animali, la proposta di legge non a caso definita “Sparatutto” amplia enormemente le possibilità di ucciderli a scopo ricreativo, andando quindi nella direzione totalmente opposta.
E purtroppo anche dall’Europa non giungono notizie confortanti: la Commissione europea torna infatti a mettere in discussione i due pilastri della tutela della biodiversità, le direttive Uccelli e Habitat, su cui si fonda la rete Natura 2000, il più importante sistema europeo di aree naturali protette. La prospettiva è quella di indebolire le norme, contraddicendo così gli impegni recentemente ribaditi dall’Unione europea alla Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità (COP17). Detto altrimenti: l’Europa chiede al resto del mondo di proteggere la natura e contemporaneamente mette in discussione le proprie leggi ambientali più importanti. Non solo, la Commissione Europea nel dicembre 2025 ha presentato una proposta che punta ad introdurre l’autorizzazione a tempo indeterminato per i pesticidi e a estendere le deroghe sul mercato per prodotti cancerogeni o contaminanti delle falde acquifere, eliminando quei controlli periodici di sicurezza che dal 2011 ad oggi hanno consentito di vietare 54 sostanze nocive. Un fatto di una gravità indicibile, che testimonia come ai vertici prevalga ancora una visione di sviluppo del tutto distante dalla salute delle persone.
E per concludere sulla situazione locale, nonostante l’ultimo e drammatico report di Ispra sul consumo di suolo, e nonostante sia ormai di dominio pubblico il fatto che il suolo sia un corpo vivente, non resiliente e non rinnovabile (impiega circa 2000 anni per crescere di soli 10 cm), nel nostro Comune continuano ad essere sostenuti progetti indifendibili di cementificazione e di distruzione di aree verdi, progetti figli di una visione di sviluppo che peggiora la qualità della vita degli abitanti per poi dare ricchezza a quei pochi che su quel peggioramento faranno profitti. E a riguardo non posso nascondere il disagio che ho provato ieri sera, durante la visione della trasmissione Fuori dall’Aula su Icaro TV, nel sentire pronunciare in difesa dell’ampliamento fiera dal Presidente della CNA Rimini questa frase che cito testualmente: “facciamo fatica ad anteporre il problema del consumo del suolo al bene della collettività”. Ma è proprio nel consumo di suolo che risiede esattamente la fine del bene della collettività! Come possiamo nel 2026, nel pieno di una crisi climatica ed ecologica epocale, indentificare il bene della collettività ancora e sempre con l’arricchirsi di pochi e non con la salute di tutte e di tutti? Cementificare 155 mila metri quadri di aree verdi non può essere una strategia per incrementare il bene della collettività: questa narrazione, oltre che distorta, è frutto di una visione impoverita della realtà. Nello stesso intervento infatti il mare viene definito come primo volano dell’economia (e la fiera come secondo), tradendo così la mancanza di attenzione verso il mare non come risorsa economica, ma in primis come ecosistema, un ecosistema vivo che non a caso in questo preciso momento storico versa in condizioni gravissime. E lo stesso discorso vale per quelle aree verdi destinate a scomparire: sono vive, sono ecosistemi, sono abitate da animali e piante che hanno diritto in quanto tali a continuare a vivere. Lo ha detto anche papa Francesco nella sua Enciclica Laudato sì’: le diverse specie non sono soltanto risorse sfruttabili, “hanno un valore in sé stesse”. Come possiamo pensare di continuare a sacrificare la natura e nel mentre osannare la sostenibilità e la green economy dentro le mura di EcoMondo? Proprio in virtù di quella sensibilità ambientale che sembra crescere, non è più possibile predicare bene nei contesti istituzionali e razzolare male nelle scelte concrete.
Serve a tutti i livelli una politica che faccia della responsabilità verso la Natura una questione di sensibilità profonda e non di semplice facciata. Serve abbandonare la via dei compromessi per abbracciare finalmente quella delle soluzioni.















