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Il beato Giovanni Paolo II visto da Guerino Bardeggia

Redazione di Redazione
10 Maggio 2011
in Cultura
Tempo di lettura : 3 minuti necessari
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di Lara Badioli

– Durante questa Pasqua, appena trascorsa, ho pensato spesso a Giovanni Paolo II, all’alba della sua beatificazione. E’ il papa della mia generazione, della mia storia, in un certo senso, IL papa per eccellenza.
Il pontefice giovane (cominciò a soli 58 anni) e dei giovani, dei viaggi, del dialogo tra i popoli e tra le religioni. Il papa della vita e dell’umiltà, che ha donato alla Chiesa Cattolica un volto amico, che sa di fiducia.
Ho avuto modo di “gustarmi”, a proposito di volti, il viso di Karol Wojtyla a casa di mio padre. Sfogliavo le immagini dei bellissimi rilievi di Guerrino Bardeggia, la “Storia della Salvezza” nella Chiesa di San Lorenzo a Dozza Imolese. Sono quindici ceramiche di una potenza straordinaria che propongono temi biblici ed evangelici dal sapore tipicamente “bardeggiano”: epico, apocalittico, potente ed immediato.
Il ciclo si conclude con il viso del Pontefice, dove ho ritrovato la dolcezza del suo sguardo, la delicatezza del sorriso, in un certo senso ho respirato la sua “santità”.
Il maestro Bardeggia ha ritratto Giovanni Paolo II anche nel ciclo di trenta opere dedicate alle Sacre Scritture: Genesi, Vita di Cristo, Apocalisse. Una narrazione che io definisco “catartica”, nel senso che sembrano esplose dall’interno, dall’inconscio, frammentandosi in disegni vorticosi alternati a bagni di colore. In uno di questi dipinti Bargeggia ritrae il concilio ecumenicoVaticano II voluto da Papa Giovanni XXIII, presieduto poi da Papa Paolo VI e conclusosi sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. I tre Papi sono ritratti in basso a destra e qui la meraviglia sta di nuovo nei loro volti, nella loro forza, nell’espressione accigliata e profonda. Per non parlare delle pennellate di luce, dell’eco sacro delle voci dei partecipanti raffigurati e nel loro rigore sontuoso e rimbombante.

In ambedue i cicli, uno scultoreo e l’altro pittorico, le elaborazioni sono sfacciatamente simboliche, semplici nel linguaggio, nobilmente elementari, che trasudano l’amore forte e tormentato di Bardeggia per il suo Dio.
A volte sorrido pensando a chi mi dice che la sua pittura “è troppo forte, è impressionante”.
Credo che i Cristi sofferenti di Bardeggia siano molto più vicini all’ espressione del sacrificio e del messaggio religioso autentico, più di qualsiasi Gesù patinato con gli occhioni azzurri che guardano all’insù, cosparsi di qualche gocciolina di sangue qua e là…ma questa è un’opinione personale.

La religiosità di Bardeggia sulla quale mi trovo a riflettere va di pari passo con la sua filosofia di vita: egli non è mai stato un’artista “ruffiano”, mai incline al compromesso, mai sedotto dal denaro e dal successo. Tanto è vero che qui nella sua terra in pochi conoscono i premi e le onorificenze delle quali è stato insignito. Ha avuto una vita completamente, visceralmente dedicata alla sua arte, all’esigenza di esprimersi attraverso la sua fede. Temi legati al popolo, alla gente umile, alla religiosità intimamente biblica e primordiale, fino alla liricità della sua natura, commovente e delicata.
Una comunicatività unica, capillare che arriva presto e direttamente dentro le pieghe dell’anima.
Bardeggia è già stato definito un uomo di Fede dalla straordinaria potenza artistica, ma è stato valorizzato molto più nel resto d’Italia che qui nelle sue Gabicce e Cattolica.
La ragione credo sia semplice, o per lo meno mi piace immaginare che sia per questo motivo: Bardeggia è il poeta della terra, della natura, dell’amore e della fede, del sangue e della vita.
C’è un po’ di Bardeggia in ognuna delle nostre case e un po’ del suo linguaggio in tutti i nostri cuori.
Il nostro sostrato comune non mente, e, in fondo, tutto ciò che è quotidiano e che appartiene alle nostre radici a volte passa inosservato, non viene valorizzato.
Rimane lì parte di una cultura comune che può essere riscoperta solo osservandola con occhi nuovi. Io consiglio di farlo, perché, se è vero che l’Arte è l’espressione della nostra storia, ciò che ci appartiene, come le opere di Guerrino, sono senz’altro un tesoro pregiato, prezioso, e in questo caso profondamente intriso di autentica e intima devozione.

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