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Home Economia

Quinto appuntamento con le “Grandi interviste della Piazza”. Oggi parla Umberto Paolucci

Redazione di Redazione
29 Settembre 2022
in Economia
Tempo di lettura : 3 minuti necessari
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Umberto Paolucci, presidente della Microsoft per l’Europa, per il Medio Oriente e l’Africa non legge i libri di management. Afferma: “Non mi piacciono. La maggior parte sono scontati. Spesso le idee sono poche, con il resto delle pagine che serve solo ad irrobustire il libro”. Cattolichino, casa in uno dei posti più belli della zona, Granarola (Gradara), con vista sul mare e sulla Rocca Malatestiana, Paolucci ha una grande passione per i libri antichi. Ne possiede molte migliaia. Vive a Milano, ma torna spesso a Gradara.

Ingegner Paolucci, come vede l’economia italiana?
“Purtroppo non bene. Nelle tabelle, dalla Banca d’Italia all’Economist (prestigioso settimanale economico inglese), non ci sono buone notizie. E’ un guaio. Si sta andando indietro insieme a tutta l’Europa. Si fanno pochi investimenti, dall’estero non arrivano gli investitori, gli italiani del Nord-Est vanno fuori. E quando in un’azienda si mette dentro poco, si raccoglie poco. Mentre gli Stati Uniti crescono, la Cina cresce. La produttività americana è cresciuta.  Insomma, siamo in un angolo da tutte le parti. Su questi temi si fanno molti convegni ma le soluzioni non ci sono. Le aziende sono chiamate ad innovare. Solo sul prezzo, senza arrivare in Cina, gli altri, ci battono alla grande. Bisognerà mettersi seriamente a trovare una via di sviluppo. Non vanno ridotti i costi sociali, con meno tutele, meno garanzie, come qualcuno avanza per essere maggiormente competitivi; sarebbe sufficiente innalzare l’età pensionistica. L’Europa al momento è a metà del guado. Non riesce a trovare la propria strada. E non è neppure facile dire che battiamo i cinesi sull’innovazione, sulla tecnica. Bisogna lavorare insieme, ma in Italia c’è un discredito reciproco tra maggioranza ed opposizione.  E per avere un peso l’Italia deve mandare a Bruxelles gli uomini migliori; invece i nostri parlamentari spesso sono coloro che non sono riusciti a trovare spazio qua. Ci sono i Paesi nordici che nonostante il fatto che abbiano meno abitanti, si battono ed hanno più peso. Mentre in Italia si continua a pensare che il centro di tutto sia Roma”.
Come vanno le imprese italiane?
“Nella partita globale le nostre piccole e medie imprese sono in difficoltà. Hanno bisogno di tecnologia. Le imprese italiane sono quelle che hanno meno computer per numero di addetti, meno abbonamenti ad Internet; hanno costi energetici più alti. Senza si ha un’organizzazione peggiore. Occorrono scelte coraggiose. Che vanno fatte insieme se si capisce che i mercati sono difficili, competitivi. Va scelta una strada anche in una logica dialettica aspra. Al momento il Paese è in difesa, quando dovrebbe andare all’attacco. Se tutti hanno paura di prendere il gol, sarà poi il Paese a subirlo”.
Quale consiglio dare alle imprese italiane?
“Capire che gli investimenti non sono un costo, ma strategici. Sono una formidabile arma competitiva. Non usata, è una perdita. Il 70 per cento degli imprenditori italiani pensa che l’innovazione degli strumenti tecnologici non sono giusti. Forse hanno avuto esempi negativi. L’adozione di strumenti informatici, ad esempio, non è altro che la trasposizione digitale del cartaceo. E si riesce a tenere sotto controllo la produzione, la concorrenza. L’importante è trovare l’interlocutore adatto”.
Perché in Italia è così difficile coniugare rigore intellettuale con onestà morale?
“L’unica via è questa. I due concetti sono sinonimi, non separabili. Se non marciano uniti si spacca tutto. Le furbizie non portano da nessuna parte; non costruiscono niente. In Microsoft il superiore valuta il sottoposto e viceversa. Le valutazioni, poi, anonime, vengono inviate al dirigente. Il nostro obiettivo non è smascherare le debolezze, ma imparare a crescere. La cosa potrebbe sembrare un’americanata, ma è soltanto un vissuto che ti porta a vivere meglio con gli altri”.

Quali differenze tra le aziende italiane e quelle americane?
“Da noi prevalgono le gerarchie piuttosto che il flusso efficiente del lavoro, con rapporti meno franchi. Mentre un’azienda deve essere agile. Deve avere la forza di mettere in discussione le cose che fa, rivalutarle costantemente, per cambiare. Poi c’è un altro grosso problema, le imprese italiane piuttosto che combattere sui mercati aperti scappano”.

E l’etica?
“Oltre ai valori, ci vogliono dei sistemi per verificare se vanno bene. Non è una questione di scriverli ma di applicazione: scriverli sono capaci tutti. Va detto che senza etica non c’è crescita, sviluppo, forza lavoro che si possa guidare. Le persone non ci stanno: se hanno un’alternativa se ne vanno”.
Perchè non si parla più di giustizia sociale?
“Le imprese attente pubblicano una sorta di bilancio sociale. Hanno sensibilità per certi temi sociali, all’ambiente”.

I giovani italiani sono competitivi con gli amici stranieri?
“Sì. Sono brillanti. Sono simpatici. Tengono il vino. C’è da essere fieri”.

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 Redazione Online
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tags: interviste umberto paoluccimicrosoftpiazza onlineumberto paolucci
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