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Home Economia

Economia. La mela che non cade lontano dall’albero: la mobilità sociale nei paesi Ocse

Redazione di Redazione
11 Giugno 2026
in Economia
Tempo di lettura : 4 minuti necessari
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Vignetta di Cecco

Vignetta di Cecco

Tratto da lavoce.info

di Orsetta Causa, Senior Economist presso il Dipartimento di Economia dell’OCSE

Studiare la mobilità sociale intergenerazionale aiuta a progettare politiche che potenziano crescita economica e uguaglianza delle opportunità. Le nuove stime comparative in ventinove paesi Ocse indicano che l’istruzione rappresenta un canale chiave.

Quanto conta ancora il background familiare

La mobilità sociale intergenerazionale misura la relazione tra lo status socioeconomico dei genitori e quello che i figli raggiungono da adulti. Rimuovere gli ostacoli alla mobilità è importante per equità ed efficienza: permettere a tutti di esprimere il proprio potenziale stimola innovazione e produttività.

Un recente studio Ocse fornisce nuove evidenze da una prospettiva comparativa, basandosi su dati armonizzati dell’ultima inchiesta sulle competenze degli adulti (Piaac).

Lo studio analizza la mobilità attraverso diverse angolature. Il background familiare è misurato dal livello di istruzione più alto raggiunto dai genitori, per analizzarne l’influenza su redditi, occupazione e partecipazione al lavoro dei figli. L’analisi esplora i meccanismi di trasmissione intergenerazionale, in particolare il ruolo dell’istruzione, ed esamina le differenze tra gruppi sociodemografici.

In tutti i paesi, l’istruzione dei genitori è fortemente correlata ai redditi dei figli: se i genitori sono meno istruiti, si concentrano nella parte bassa della distribuzione dei redditi, se i genitori sono più istruiti nella parte alta. Ma l’andamento varia molto tra paesi: generalmente, è in quelli del Nord Europa che si osserva una minore persistenza sociale tra generazioni.

L’analisi econometrica conferma l’importanza dell’istruzione dei genitori. La figura 1 mostra che i figli di genitori più istruiti godono di un premio salariale, mentre quelli di genitori meno istruiti subiscono una penalizzazione. Il premio va oltre il 30 per cento in Israele e in Polonia, la penalizzazione è altrettanto forte in Portogallo ed è relativamente alta in Cile, Italia e Stati Uniti, intorno al 22-25 per cento.

Se si estende l’analisi per considerare il livello di istruzione degli individui stessi, si vede che educazione e competenze sono meccanismi chiave della mobilità sociale: gli effetti del background familiare sui redditi diventano minori o non significativi quando si considera l’istruzione propria. Vale soprattutto per le donne. Tuttavia, spesso gli effetti rimangono significativi: anche a parità di istruzione, il background familiare continua a influenzare i risultati economici.

Questi risultati evidenziano il ruolo delle politiche educative nel potenziare la mobilità sociale. Una semplice correlazione mostra che i paesi che spendono di più per l’educazione della prima infanzia e per i trasferimenti alle famiglie presentano minore persistenza dello svantaggio sociale, ossia educativo ed economico, da una generazione all’altra.

L’analisi del legame tra istruzione dei genitori e dei figli mostra che il conseguimento dell’istruzione terziaria è positivamente associato al crescere in una famiglia altamente istruita. La persistenza educativa è però eterogenea: i paesi nordici sono i più mobili; l’Italia, con Ungheria e Polonia, fa parte dei meno mobili (figura 3).

L’istruzione è un driver chiave della mobilità sociale, ma non basta: conseguire un’istruzione superiore non sempre riduce il divario economico tra individui di diversa origine, come recentemente dimostrato sulla base di dati italiani in uno studio presentato su lavoce.info. Questo riflette molteplici ostacoli: accesso a istituzioni e campi di studio più remunerativi, a occupazioni o settori più redditizi, vincoli finanziari e informativi, accesso a reti sociali e opportunità di mentoring.

Le politiche educative e sociali per supportare chi proviene da contesti svantaggiati sono una priorità comune. Di seguito, proponiamo alcune linee d’azione.

Potenziare l’accesso a servizi di qualità per l’infanzia e l’educazione della prima infanzia, specialmente per le famiglie e le regioni svantaggiate, ad esempio luoghi che sperimentano un debole dinamismo economico insieme a un declino nella disponibilità di servizi pubblici essenziali.

Evitare pratiche educative e scolastiche che raggruppano gli studenti in diversi programmi o curricula in base al livello di competenza, ad esempio la differenziazione precoce dei percorsi scolastici. Un targeting ben progettato delle risorse educative e scolastiche, inclusi incentivi per attrarre insegnanti qualificati ed esperti in aree e scuole svantaggiate, può aiutare equità e performance nel sistema educativo.

Rafforzare le politiche a supporto delle scelte educative e formative dei giovani e delle transizioni dall’istruzione al lavoro. Questo richiede politiche di formazione e del mercato del lavoro che forniscano ai giovani le competenze giuste e permettano di cogliere i benefici dell’innovazione: una priorità per l’Italia, dove nel 2025 oltre il 15 per cento dei giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni non aveva un lavoro, né seguiva un percorso scolastico o formativo (Neet), un tasso in diminuzione rispetto a un decennio fa, ma pur sempre tra i più elevati dell’Ocse.

Utilizzare politiche di concorrenza e politiche quadro per supportare il dinamismo imprenditoriale e ridurre le barriere all’ingresso per le nuove imprese come strumenti importanti per migliorare la mobilità sociale, complementari alle politiche di istruzione e formazione. Liberare i talenti provenienti da tutti i contesti socioeconomici favorisce dinamismo economico e innovazione.

Rimuovere le barriere alla mobilità geografica per chi si vuole trasferire al fine di cogliere migliori opportunità economiche. Questo include un sistema di sussidi sociali che non scoraggia la mobilità, ad esempio in termini di alloggio. Se da un lato, in molti paesi Ocse, e in particolare in Italia per le forti disparità regionali, risultano necessari interventi al livello locale per migliorare le condizioni e le opportunità lavorative nei territori vulnerabili, dall’ altro la riduzione degli ostacoli alla mobilità geografica favorirebbe le opportunità di occupazione e la crescita professionale, soprattutto per i più giovani.

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