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Rimini. III – La lèngua rumagnòla  (La lingua romagnola)

Redazione di Redazione
16 Ottobre 2026
in Cultura, Rimini, Saludecio
Tempo di lettura : 9 minuti necessari
A A
Vincenzo Sanchini

Vincenzo Sanchini

di Vincenzo Sanchini

 

III – La lèngua rumagnòla                                                                                                               

  1. Contadino
  2. Maestro

 

C-        E el nòst, u rumagnòl?                                   E il nostro il Romagnolo?

s’ t’ aves vòja… dò paròl.                               se avessi voglia… due parole.

 

M-       E’ dei Celti il suo sostrato

col latino imparentato.

(va dei Galli e dei latini

poi l’impronta oltre i confini)

in Liguria, Lombardia,

in Piemonte e così via,

anche se coi Marchigiani

e più ancora coi Toscani

la frontiera dialettale

netta è stata, ancora tale,

perché i Galli le incursioni

solo han fatto in stè regioni

 

C-        Ta n po èsa un pò pio tchjér?                                    Non puoi essere un po’ più chiaro?

Perché um pèr che sti fruntiér…                   perché mi pare che queste frontiere…

Cio, dli volt u m’è captèd                               Di’, a volte mi è capitato

da sintì ‘ncà li parlèd                                     di sentire anche le parlate

dli rigion ch’ t’è apéna det                            delle regioni che hai appena detto

e s’ capesc quasi i djalet.                               e si capiscono quasi i dialetti.

 

M-       Alla fin del cinquecento

avanti Cristo un grande evento,

fatto storico grandioso

ch’è nei secoli famoso:

fu dei Galli l’invasione

a improntar nella regione

il latino poi portato

dai Romani e lì parlato.

E un accenno ci può stare

dalla Galia all’irradiare

di un latino pronunciato

alla gallica e arrivato

poi nei secoli futuri,

IV e V i più sicuri,

ma l’idioma per capire

ciò non serve a definire

che accomuna altre regioni

e diverse le questioni.

 

C-        Ancà è che u s’ trata ‘d storia,                      Anche qui si tratta di storia,

snò che urmaj la mi mimoria…                     solo che ormai la mia memoria…

mò arturnand mu rumagnòl,                        ma ritornando al romagnolo,

cum s’è arvéd mli nòst paròl?                       come si è arrivati alle nostre parole?

 

M-       Di Ravenna l’Esarcato

poi “Romania” diventato,

importante, stai attento,                               Esarcato, perché governato direttamente

fu allor l’isolamento                                      da un esarca (prefetto) residente a Ravenna

che il vecchio ha conservato                         Solo nel IX e X sec. le terre dell’esarcato                                                                                              assunsero il nome di Romania o Romandiola

e nel tempo tramandato,

atto certo a influenzare                                                              (forse fai fuggiaschi romani ivi ricoverati

le tendenze nel parlare.                                durante le persecuzioni longobarde o per opera                                  ,                                              degli stessi abitanti di origine romana)

C-        A stèd dréd l’è ‘n po’ fadgos,                        A starti dietro è faticoso,

mò at cunfès ch’a sò curios                           ma ti confesso che sono curioso

ad savé cum i j ha dèd                                  di sapere come hanno dato

po sta facia mli parlèd.                                 poi questa faccia alle parlate.

 

M-       Ma i dialetti, gli attuali,

da stè parti se son tali,

la Via Emilia non scordare

ha concorso ad impolpare.

 

C-        In efèti l’è pli strèd                                        In effetti è per le strade

ch’li s’armescta ‘d pio l’parlèd,                     che si mischiano di più le parlate,

cumè l’ “ia” del Tavléd                                 come l’ia di Tavoleto

ch’ “ej” l’è dvent po gio ma C’réd.               che éj diventato poi giù a Cerreto.

“me” invec sora Murcén                               me invece sopra Morciano

u s’è ferme da te’ pjén.                                 si è fermato dalla pianura.

 

M-       Dai Romani allor tracciata

grande via trafficata                                     La via Emilia

ha nel tempo consentito

che i caratteri d’ un sito

poi varcassero i confini

la Romagna a unificare

con l’Emilia nel parlare.

 

C-        Pio che ‘n scambje, per capì                         Più che uno scambio, per capire,

ma me um per che t’ vèja di’                                    a me pare che tu voglia dire

du ch’u s’ dèva e s’ acitèva                           dove si dava e si accettava

tra i dialet ch’i s’ancuntrèva.                        tra i dialetti che si incontravano.

L’era quel po dla cità                                    Era poi quello della città

a spustès s’ el temp pio ‘n là,                                    a spostarsi col tempo più in là,

cumè adès pe’ ME rimnés                            come adesso per il ME riminese

ch’ Ej i s’ dà te’ mi paés.                               che Ej si danno nel mio paese.

 

M-       Spianamento, distinzione

questa infatti la ragione

che nel tempo ha poi portato

al dialetto qui parlato,                                  B. Biondelli: saggio sui dialetti Gallo.Italici

ma al passaggio dal “volgare”                      Alto-italiani, si intendono:

voglio invece un po’ accennare,                   i dialetti gallo-italici, il Veneto, listriano.

ai dialetti “Alto – Italiani”,                            Gallo-italici, si intendono:

son compresi anche i nostrani,                                                 piemontesi, lombardi, liguri e Emilia-Romagna         che Bolelli pèl sostrato

“Gallo – Italici” ha chiamato.

 

C-        E’ mutiv t u m’ l’è già det,                             IL motivo me l’ha già detto,

va ‘ avènti e tira dret,                                               vai avanti e tira dritto,

ch’ um pisrìa d fè n asag                               che mi piacerebbe fare un assaggio

dla grèn torta ‘d sti pasag.                            della gran torta di questi passaggi.

 

 

M-       La “a” tonica passata

nella “e” si è trasformata:

lègh per lacu, tèl per tale,

            chésa, casa, mèl per male.

E spariscon le vocali,                                     Caratteristica della maggior parte dei dialetti

non la “a” quelle finali:                                 gallo-italici (meno il ligure) è la caduta delle

la ‘surèla’ può bastare                                  vocali finali…ad eccezione di “a” (C. Tagliavini

quel che dico a dimostrare.                          Pagg.138, 398)

 

C-        Roba questa ch’la s’arcòrda,                         Roba questa che si ricorda,

mò no lascme è che sla còrda,                     ma non lasciarmi qui sulla corda,

ancà se per èsa tchjér                                               anche se per essere chiaro,

cum el tira stu santér!                                   come tira questo sentiero!

 

M-       Ma le sillabe internate

“stmèna” e “lètra” diventate:                       –protoniche: cavdana, stmèna,

le protoniche a sparire                                  pcon, rusghé

con postoniche a seguire.                              –postoniche: stèmghe, pèdghe,                                                                                                         Remne, pegra, tevde

Forte accento, l’intensivo

è del Celtico il motivo.

 

C-        Dli vuchél che ti djalet                                  Delle vocali che nei dialetti

li s’artròva andè gamb ret,                           si ritrovano a gambe all’aria,

cum sucéd per “prèdga” e “pcon”                come succede per predica e boccone

e la m’ pis la spigazion,                                 e mi piace la spiegazione,

m’ ho sintùd, t’ ava pacénza,                         ma ho sentito, abbi pazienza,

a parlè t’ na cunfirénza                                 a parlare in una conferenza

sce, u m pèr ‘d “metafonia”                         si, mi pare di “metafonia”

ch’a nu sò po cusa sia.                                   che non so poi cosa sia.

 

M-       Mutamento per spiegare

della voce sta indicare,

nella “i” la gran questione                            –metà: mutamento

alla fine in posizione,                                     -fonè: voce

destinata a indebolire

poi nel tempo e scomparire,

che indietro ha influenzato

quel che prima era accettato:

“quist” da “questi” e la ragione

ch’è interna la flessione.                               Es: fiori – fiur / questi – quist

Un fenomeno accertato

nei dialetti dello Stato,

la Toscana eccettuato

con gli Etruschi imparentata.

 

C-        Sa sta roba poch e gnint                                Con questa roba, poco e niente,

a t’ el degh tramèza i dint,                            te lo dico in mezzo ai denti,

um pisrìa arturnèi sora,                                mi piacerebbe ritornarci sopra,

mò di’ so che um pèr che ancora…               ma di’ su che mi sembra che ancora…

 

M-       Fino al Foglia giù arrivate

son le ‘sorde’ diventate                                 La sonorizzazione delle occlusive sorde

qui ‘sonore’, tra vocali,                                 (C, T, P) … intervocaliche: amiga, roda,  

‘roda’, ‘amiga’ ancora tali.                            pevèr, invece di pepe…

Altra roba da accennare

son le doppie, non scordare,

consonanti geminate

scempie qui poi diventate:

“mat” per matto, “bèl” per bello                  Fenomeno abbastanza recente,

e “caval” per dir cavallo,                              non attribuibile al sostrato gallico.

diciassette è un’eccezione,                            ‘diccèt’

ma non cambia la questione.

 

C-        L’è per quest ch’a ci ambrujén                     E’ per questo che ci imbrogliamo

chèca volta sl’itaglién.                                  qualche volta con l’italiano.

E adès n’ènta quistion:                                  E adesso un’altra questione:

t u m’ sé di’ se j è na rason                           mi sai dire se c’è una ragione

a d cla “a” ch’a ci artruvèn                           di quella “a” che ci ritroviamo

dnènz e’ verb cant a parlèn?                         davanti al verbo quando parliamo?

Ej “a” degh e po cla “a”                                Io dico e poi quella “a”

mèsa è le cus cla sarà?                                 messa lì che cosa sarà°?

 

M-       I dialetti alto – italiani

fin dai tempi a noi lontani,

al toscano contrapposti

col ladino su discosti,                                     Svalutazione del pronome di prima l

il pronome personale,                                   persona al loro posto si usano

specie l’ego allora tale,                                 i pronomi obliqui acc. – dativo Es:

nelle toniche han perduto,                            Emil.: Me a vagh / Veneto: mi digo

me o mi è il sostituto.

L’ “a” dell’l’ego è riduzione,                         …la “a” della prima singolare: a m’arcòrd, per

tutta qui la gran questione:                           per analogia si estende alla prima persona

del soggetto, non scordare,                          plurale e di qui alla seconda plurale: nun “a”

conservato in atonia,                                     magnén, vo “a” magnéd

noi e voi… analogia.

 

C-        Questa propria, a te’ cunfès,                        Questa proprio, te lo confesso,

 

a n gn’andèva gnènch d’après.                     non ci andavo neppure d’appresso.

Una “a” pugèda è le                                      Una “A” appoggiata lì

ch’l’è n prunom da quel chì dis te:                che è un pronome da quel che dici.

 

M-       Giusto un nome a confermare,

Schurr tra i grandi e può bastare.

 

C-        Di’ mò alora cl AMARCORD                          Di’, ma allora quell’AMARCORD

che l’ha mès po tot d’acòrd                          che ha messo poi tutti d’accordo,

èn sarà ch’è va stachéd                                 non sarà che va distaccato

e Fellini u s’è sbajéd?                                    e Fellini si è sbagliato?

 

M-       Bèh, diversa è la questione,

È del logo la ragione,

ma la a va separata

dalla m apostrofata                                       A M’ ARCORD

e in tre parti la parola

si divide come a scuola.

 

C-        E pinsè che n architèt                                               E pensare che un architetto

ch’ u s’angègna s èl djalèt                             che si ingegna col dialetto

u m’ha det del diziunèrie,                             mi ha detto del dizionario,

lo che po èn s’ dà tènt èrie,                          lui che poi non si dà tante arie,

ch’ e’ Carlin u rigalèva,                                 che il Carlino regalava

“amarcòrd” è n’arpurtèva.                           “amarcòrd” non riportava.

S’è fat tèrd e giost isce                                  Si è fatto tardi e giusto così

n’ ultma roba a bot è le:                               un’ultima cosa butto lì:

se scuntèda cum j ha scret                            se scontata come hanno scritto

l’è la fin di nost djalet,                                  è la fine dei nostri dialetti,

sla scumpèrsa d chij parlèva                         con la scomparsa di chi li parlava

e sti scompie u s’anvintèva                           e queste meraviglie si inventava

dli parolie dla mi nona                                  delle parole di mia nonna

per me ancà stranierie l’sona,                      anche per me straniere risuonano,

 

è n ti pèr ch’ è che in Rumàgna                    non ti pare che qui in Romagna

og ancora… i s’la sgavàgna?                         oggi ancora… se la cavino?

…………………………………….

Bibl. –

Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti d’Italia, 2009

Carlo Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine, Patron Bo 1968

Gerhard Rohlfs, Studi e ricerche su lingue e dialetti d’Italia, – Sansoni 1972

Gerhard Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana, vol. I  –  II  –  III – Sansoni 1972

Friedrich Schurr, La voce della Romagna, Il Girasole, 197

  1. Quondamatteo – G. Bellosi, Romagna Civiltà, Grafiche Galeati, 1977

 

Intervista di Luciano Simonelli al prof. Tristano Bolelli, La Domenica del Corriere, 29.10.1983

Tullio De Mauro, La lingua italiana e i dialetti, Emilia Romagna, la Nuova Italia 1969

  1. Bertoni, L’italia dialettale, 1975

Anselmo Calvetti, Romagna celtica. Ed. Longo RA 1999.

 

  1. 6. 2005 / 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibl.      I  –  IL  dialetto  e l’italiano  /  II  –  A scuola  di dialetto    /  III  –  La lèngua rumagnòla

 

  • Carlo Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine, Patron, Bo 1969
  • Fridrich Schurr, La voce della Romagna, il Girasole, Ra i974
  • Devoto – Giacomelli, I dialetti delle regioni d’ Italia, Sansoni, 1975
  • Gianni Quondamatteo – Giuseppe Bellosi, Romagna civiltà, Grafiche Galeati, 1977
  • Anselmo Calvetti, Romagna celtica. Ed. Longo ra, 1999
  • Tribunato di Romagna, Romagna una, Alteo Dolcini e Ilo Spada, ed. il Ponte Vecchio, 1999
  • Roberto Balzani, La Romagna, il Mulino, 2001
  • Tullio de Mauro, La lingua italiana e i dialetti, Emilia Romagna,la Nuova italia, 1969
  • Tullio de Mauro – Mario Lodi, lingua e dialetti, Editori riuniti, 1979
  • Gerhard Rohlfs, Studi e ricerche su lingua e dialetti d’Italia, Sansoni 1972
  • Intervista di Luciano Simonelli al prof Tristano Bolelli. La Domenica del Corriere 10.1983
  • Grandgent. Introduzione allo studio del latino volgare. Hoepli 1976
  • Giulio Bertoni, L’Italia dialettale 1975
  • Erich Auerbach, Introduzione alla filologia romanza PBE Einaudi, 1963
  • Altieri – Biagi ‘Linguistica essenziale Garzanti 1985
  • Bernardino Biondelli . saggio sui dialetti Gallo – Italici  Mi 1853

 

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