Gabicce Mare. Eden Rock, Sergio Cusani e Carlo Sama presentano i loro libri sulla caduta dell’impero Ferruzzi e gli anni di Mani pulite. Appuntamento il 24 dicembre, alle 17, all’Eden Rock a Gabicce Monte. Insieme a lui, a presentare la sua autobiografia “Caduta di un impero”, Carlo Sama, genero di Serafino Ferruzzi e cognato di Raul Gardini. Interloquisce con gli autori Daniele Prioli, l’organizzatore, nonché titolare di Geocom, azienda pesarese leader in Italia in geo-marketing.
“Il colpevole. Serafino Ferruzzi, Raul Gardini, la maxitangente, i potenti visti da vicino” (396 pagine. Rizzoli, 19 euro). Il libro di Sergio Cusani racconta l’ascesa e la caduta dell’impero agro-alimentare dei Ferruzzi, Mani pulite, il potere bancario ed industriale visti da dentro, le responsabilità personali, la sensibilità e la stranezza degli uomini, la politica nel bene e nel male. Ed anche la dignità e la preparazione dell’autore. Chi scrive pensa che il libro di Sergio Cusani andrebbe letto; perché è una bussola istruttiva con cui navigare per persone, fatti e mistero della vita.
Ogni pagina non è mai banale. Anzi. Nelle prime, si legge che “Mani pulite ha determinato la scrematura della parte più sconcia del sistema, ma non ha toccato i gangli veri della corruzione. Quello che è accaduto prima continua a ripetersi ancora e spesso mi capita di sorridere quando rivedo gli stessi nomi di allora dietro ad operazioni finanziarie di oggi. L’economia e la finanza sono specchi fedeli della realtà sociale”.
Classe 1948, figlio di imprenditori napoletani, da ragazzo Sergio Cusani porta aiuti a famiglie disagiate della propria città e gli vengono i sensi di colpa. Sale a Milano per frequentare la Bocconi e diventa tra i capi del Movimento studentesco; Movimento che vorrebbe cambiare il mondo. Si ritrova ad operare in Borsa valori grazie al babbo di un amico. Impara il mestiere ed approda prima alla corte di Serafino Ferruzzi (a capo di uno dei primi cinque gruppi agro-alimentare nel mondo), dopo la sua morte in un incidente aereo a Forlì, diventa fidato collaboratore di Raul Gardini, che si prende il timone di comando del suocero. Quale collaboratore, Cusani segue le gesta di Raul Gardini: scalate, successi e caduta. Negli anni ’80 – ’90 è tra gli uomini più influenti d’Italia. Vanta relazioni importanti. Il giorno della crisi di Sigonella (1987), il presidente del Consiglio Bettino Craxi lo chiama il mattino e gli dice di scendere a Roma da Milano con urgenza. Lo raggiunge nell’albergo dove alloggiava Craxi. Parlano per mezz’ora, Cusani gli chiede che cosa gli serve e Craxi risponde: “Nulla. Solo far quattro chiacchiere con un amico; sei tra i pochi che non mi ha mai chiesto niente”. Quella mattina, l’ambasciatore americano a Roma, si era piombato a Palazzo Chigi per parlare con Craxi senza farsi annunciare. Craxi non lo riceve, lo lascia nelle mani dei suoi collaboratori e si defila.
Pagine dense, si diceva. Tratteggia gli uomini potenti con la lente dell’etica; si sofferma sul potere ed i caratteri. Ne esce un affresco dell’Italia di quei decenni, con il quale si può leggere l’Italia ed il mondo di oggi. Condannato per la maxi tangente da 150 milioni di Enimont, Sergio Cusani si fa 5 anni di carcere. dentro aiuta i detenuti. Scrive che il carcere è stato una fortuna e gli ha salvato la vita. Esce e continua ad impegnarsi nel sociale. Un uomo a cui stringere la mano con forza.
Qualche mese fa a Pesaro, Carlo Sama è sceso a presentare il suo libro “Caduta di un impero” (quello dei Ferruzzi). Con lui c’era anche l’amico Sergio Cusani, che porta una piccola testimonianza sul palco. Prima di iniziare allo scriba presentano i due uomini. “Che onore stringere le mani ad una bella mente”. La risposta di Cusani col tono di voce di persona riservata e timida: “Mi sta per caso prendendo per caso in giro?”. “Assolutamente no, perché di lei i giornali scrivevano che fosse preparatissimo, corretto, ma entrato in un certo ingranaggio”. Quell’ingranaggio, il napoletano che sale a Milano a frequentare la Bocconi e che diventa un raffinato esperto della Borsa e della finanza, lo ha pagato con 5 anni di carcere. Il libro si chiude con una poesia di William Henley, che Nelson Mandela leggeva ogni giorno in carcere per farsi forza.
Nella feroce morsa del caso
non ho arretrato né ho gridato d’angoscia.
Sotto la scure della sorte
il mio capo sanguina ma non si piega.
[…]
Non importa quanto sia stretta la porta quanto pieno di castighi il destino.
Io sono il padrone della mia sorte:
io sono il capitano della mia anima.












