di Alfonso Scarano
Ogni epoca ha la sua macchina salvifica. Nell’Ottocento fu la locomotiva, nel Novecento l’elettricità, poi l’energia nucleare ed oggi l’intelligenza artificiale nella recentissima e specifica tecnologia generativa/agentica. A sentirne parlare, pare che il mondo possa essere governato da algoritmi più saggi dei ministri e più imparziali dei giudici. È possibile, Dio ne scampi. Ma prima di consegnare a novelli potenziali dittatori le chiavi di casa repubblicana conviene dare un’occhiata alla serratura. Nel nostro caso si chiama Costituzione della Repubblica Italiana.
La Costituzione non è un manuale di tecnologia, e’ una bussola politica, culturale e morale costruita all’indomani di una catastrofe storica della seconda guerra mondiale scatenata dai totalitarismi. I padri costituzionali non avevano mai visto un computer, ma avevano visto qualcosa di peggio: il potere senza controllo. Per questo la Carta non si limita a stabilire chi governa. Stabilisce soprattutto come e a quali condizioni il potere può essere esercitato.
Ora, l’intelligenza artificiale generativa/agentica introduce una novità che i costituenti non potevano prevedere: la possibilità che una parte crescente delle decisioni sociali venga mediata da sistemi tecnici. Non solo macchine che eseguono ordini, ma sistemi che analizzano dati, suggeriscono scelte, orientano comportamenti e, qualche volta, li decidono anche.
Questo tocca almeno tre pilastri dell’architettura costituzionale.
Il primo è il *lavoro* . L’Italia – lo afferma l’articolo 1 della Carta – è una Repubblica fondata sul lavoro. Non sulla rendita, non sulla tecnologia, non sull’efficienza. Sul lavoro. Significa che l’attività con cui una persona contribuisce alla società è anche il fondamento della dignità civile sua e della comunità. Se l’automazione cognitiva riduce drasticamente il ruolo di molte professioni – e non solo quelle manuali ma anche quelle intellettuali – il problema non è soltanto occupazionale, è straordinariamentepolitico. Una democrazia costruita attorno al lavoro deve interrogarsi su cosa accade quando una parte crescente del lavoro viene delegata alle macchine.
Il secondo pilastro è *l’uguaglianza* . Non quella formale – che consiste nel dire che siamo tutti uguali davanti alla legge – ma quella sostanziale, che impone alla Repubblica di _rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà dei cittadini._(art. 3). L’intelligenza artificiale, per come è oggi organizzata, rischia di produrre una concentrazione di potere che va nella direzione opposta. I modelli più avanzati non nascono nei laboratori pubblici, ma in poche grandi aziende tecnologiche, quasi tutte situate fuori dall’Europa. Sono loro che possiedono i dati, la potenza di calcolo e le infrastrutture necessarie. In altre parole, sono loro che definiscono le regole del gioco.
Il terzo pilastro è la *responsabilità del potere* . In una democrazia costituzionale ogni decisione deve avere un autore riconoscibile. Un governo risponde al Parlamento, un magistrato alla legge, un amministratore ai cittadini. Ma quando una scelta è il risultato di un sistema algoritmico IAgen/ agentico addestrato su miliardi di dati, la catena della responsabilità diventa più sfuggente. Chi risponde davvero? L’ingegnere che ha scritto il codice? L’azienda che lo ha commercializzato? L’organizzazione che lo utilizza? Oppure nessuno?
Non si tratta di demonizzare la tecnologia, sarebbe un esercizio tanto inutile quanto nostalgico. L’intelligenza artificiale può migliorare l’efficienza dei servizi pubblici, accelerare la ricerca scientifica, rendere più accessibile la conoscenza. Ma non è neutrale. È prodotta da soggetti economici che operano in un mercato globale e che rispondono, prima di tutto (o solamente), ai propri azionisti.
Ecco perché la questione non è se l’AI debba entrare nella nostra società – ci è già entrata – ma a quali condizioni costituzionali possa e debba farlo. Una democrazia può accettare ovviamente macchine sempre più intelligenti, ma non può accettare poteri sempre meno responsabili.
La Costituzione, in fondo, serve proprio a questo: ricordare che il progresso non è soltanto una questione di velocità, è soprattutto una questione di direzione e di valori obiettivo. E quella, almeno finché viviamo in una Repubblica, non dovrebbe deciderla un algoritmo.










