di Alfonso Scarano
Nel momento del massimo sconforto di notizie tremende e preoccupanti accade che la Politica torna ad avere una schiena. E, piaccia o no, questa volta la schiena l’ha mostrata Pedro Sánchez.
Mentre il continente europeo si affanna a misurare l’umore di Washington e a bilanciare le proprie parole con la stadera del timore reverenziale, il presidente del governo spagnolo ha fatto una cosa semplice e rarissima: ha detto no. No all’uso delle basi di Rota e Morón per un’operazione militare contro l’Iran. No all’idea che l’Europa debba diventare retrovia automatica di ogni iniziativa americana o israeliana. No, soprattutto, alla guerra come riflesso pavovliano al campanello dei bellicosi.
“ *La posizione della Spagna si riassume in quattro parole: no alla guerra* ”. In tempi di equilibrismi lessicali e di comunicati scritti in anestesia morale, quattro parole così sono un vero atto politico.
Sánchez non ha nascosto la gravità della crisi. Ha parlato di mercati in caduta, dello Stretto di Hormuz da cui passa una quota decisiva di gas e petrolio, di una possibile “guerra lunga, con numerose vittime e gravi conseguenze economiche globali”. Ma ha rifiutato la scorciatoia retorica dell’emergenza indotta che giustifica tutto. Ha ricordato che il diritto internazionale “ci protegge tutti, soprattutto i più vulnerabili”. E che non possiamo “dare per scontato che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo attraverso conflitti e bombe”.
Parole che dovrebbero essere ovvie. Non lo erano ieri, ed oggi ritornano apprezzabilmente.
Il passaggio più urticante per le cancellerie allineate è quello sul precedente iracheno. Ventitré anni fa – ha ricordato – un’altra amministrazione statunitense trascinò l’Europa in una guerra giustificata con armi di distruzione di massa mai trovate. Il risultato? “La più grande ondata di insicurezza che il nostro continente abbia mai subito dalla caduta del Muro di Berlino”: terrorismo jihadista, crisi migratorie, prezzi energetici alle stelle. Un “regalo” avvelenato che molti, allora, applaudirono in nome della fedeltà atlantica.
La fedeltà è una virtù, la sudditanza è un vizio. E in questi giorni, tra leader europei spalmati sulle posizioni di Donald Trump e del governo israeliano, la schiena dritta era desaparecida, e i contorsionismi abbondano. Dichiarazioni prudenti, sostegni comprensivi, silenzi strategici. *Tutto purché non si dica l’unica frase che conta: fermatevi.*
Sánchez l’ha detta, assumendosene il prezzo. Perché ha osato anche l’affermazione più scomoda: “ *È assolutamente inaccettabile che leader incapaci di migliorare la vita dei loro cittadini sfruttino la guerra per nascondere il loro fallimento, riempiendo le tasche dei soliti pochi* ”. Sdoganando di fatti la condanna all’affarismo che sta dietro a queste crisi, lucrando. Non è solo un j’accuse morale, è un promemoria anche di tipo economico. “Gli unici che vincono – ha aggiunto – sono quelli che prosperano quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili”.
Non è pacifismo da salotto, è realismo e coraggio politico. La guerra non produce “salari più alti, servizi pubblici migliori o un ambiente più sano”. Produce incertezza, inflazione, dolore, lacrime e sangue soprattutto di innocenti. E chi governa dovrebbe occuparsi di questo: della vita concreta dei cittadini, non delle posture muscolari e degli affari dei lobbisti delle armi e del gas.
Il premier spagnolo ha affiancato alle parole i fatti: evacuazione dei connazionali, studio di misure per proteggere famiglie e imprese, cooperazione con i Paesi che promuovono pace e legalità internazionale. Non proclami, ma amministrazione responsabile della crisi.
In un’Europa che si dice avere visione geopolitica ma sempre più spesso si comporta da provincia impaurita sempre dal suono del campanellino pavovliano, la scelta spagnola intona un richiamo alla dignità europa. Non significa rompere l’alleanza atlantica, significa ricordare che un’alleanza è tale solo tra soggetti sovrani, non tra ventriloqui e burattinai e burattini.
Forse la storia smentirà Sánchez. Ma non credo e spero di no. Auspico che molti ritardatari trovino da qursto esempio la forza ed il coraggio di emergere. Forse l’esito del conflitto sorprenderà tutti. Ma intanto resta il fatto che nel momento in cui la pressione era massima, qualcuno ha preferito la coerenza coraggiosa al conformismo. E in politica, oggi, è già una notizia.











