Cento violoncelli, cento, anzi mille chitarre, mille cantori: la musica di massa non è una novità, né dei nostri tempi né di quelli passati. Ci sono i 100 Cellos di Giovanni Sollima ed Enrico Melozzi, c’è la “Sinfonia popolare per 1000 chitarre” di Franco Mussida, che nella sua massima ampiezza ha riempito piazza Duomo a Milano. Ci sono, soprattutto, le grandi feste del canto baltiche, che dal 1869 radunano sotto il cielo di Tallinn cori congiunti di trenta e più mila voci; e le orchestre-monstre da record, da Francoforte alla Caracas del Sistema di Abreu, e perfino i cori virtuali di migliaia di voci cucite insieme da uno schermo. La massa, dunque, non è la novità. La novità è chi la guida.
Perché a mettersi davanti a questa moltitudine, per la seconda volta, è uno dei più grandi direttori viventi: un’autorità su Verdi come su Mozart, Beethoven e Bruckner, di casa a Vienna come a Chicago, a Philadelphia come a Londra, e prima ancora alla Scala, al Maggio, al Regio di Torino e naturalmente qui al “suo” Ravenna Festival. È il punto da cui non si scappa, ed è bene dirlo senza enfasi. Gli altri grandi, quando vanno verso il popolo, lo fanno quasi sempre attraverso un filtro: il vivaio dei giovani internazionali selezionati, lo schermo del montaggio digitale, l’organico professionale di un superorganico mahleriano. Muti i filtri li toglie tutti in un colpo: appello aperto, ogni età e ogni livello, dal vivo, una partitura da preparare per davvero, e lui solo davanti a tutti. E badando a una distinzione che è il cuore della cosa: questo non è per l’élite, non è per i giovani artisti di valore, per loro c’è già la sua Cherubini. Questo è per la gente.
‘Cantare amantis est’, il cantare è proprio di chi ama, è la frase di Sant’Agostino da cui tutto prende nome. È frutto della generosità del Maestro ma anche di una squadra, passata e presente, della direzione artistica del festival: da Anna Leonardi a Michele Rossi, a Cristina Mazzavillani Muti. Questa seconda edizione è dedicata a don Giovanni Minzoni, il cappellano ravennate e grande educatore dei giovani, ucciso dalla violenza fascista nel 1923 per aver difeso la libertà di educazione di fronte alle pretese totalitarie del regime sui ragazzi. Non è un dettaglio decorativo: è il senso stesso di queste due giornate e Muti stesso ne ricostruisce la vicenda con vigore. E infatti sulle magliette, da un lato c’è il logo del festival con l’autografo di Muti, dall’altro una frase di don Minzoni: «La felicità dei vostri volti è come un grido di vita».
La mail di benvenuto a noi coristi, settimane prima, era già un piccolo manifesto. «Saremo diverse migliaia di cantanti, più dello scorso anno, di tutte le età, provenienze ed esperienze di vita: diventeremo tutti un unico grande Coro.» Avevano dovuto escludere tanti, perché non si entrava più nel Pala De André, che pure è grande, e scrivevano che l’unico modo di scusarsi con chi era rimasto fuori era non lasciare posti vuoti. Poi le regole, poche e ferree: bianco per le voci bianche e gli under 18, azzurro per i soprani, rosso per mezzosoprani e contralti, giallo per i tenori, verde, il mio, per baritoni e bassi. Plastic free, ognuno con la sua borraccia. Le convocazioni scaglionate per cognome, fascia oraria dopo fascia oraria. E ai cori già formati la raccomandazione tecnica di preparare sia il coro primo sia il coro secondo del “Mefistofele”, così da bilanciare tutte le voci.
Il clima, fin dall’arrivo, è da festa popolare. Aggregazioni di gente attorno e dentro il palazzetto, in attesa della registrazione; e si capisce subito che sono venuti come me, preparati e pieni di attese. Quattro passi e c’è la fermata del 70 o dell’80 per gli alberghi e per il centro, a scelta. E già sul bus ci si conosce e si fraternizza: «Lei è di Como? Io di Torino». Si accenna alla parte, si prova sottovoce, ci si confronta su una sesta maggiore, e si ipotizza che cosa canteremo stasera in piazza, “Va’ pensiero” o “O Fortuna” dai “Carmina Burana”? Dentro il Pala de André l’attesa è già musica: si fa la ola, si canta “Volare”, poi “Azzurro”, poi “‘O surdato ‘nnammurato”, poi “Romagna mia”. Non si vede l’ora di cantare insieme, non si vede l’ora di essere diretti: «Riccardo, Riccardo» invoca la folla.
Poi l’urlo, la standing ovation: il Maestro è arrivato. «Benvenuti! Abbiamo mantenuto la promessa e alzato l’asticella», e un boato di assenso. La più giovane ha sei anni e si chiama Carlotta; il più anziano, «più anziano di me», è Benito Davalli del Coro Bellini di Budrio, novantatré anni. In tutto siamo più di tremilacinquecento: 459 cori, 696 coristi singoli e 116 voci bianche, da tutte le regioni d’Italia, che Muti elenca una per una. «Un fatto molto importante: nel nostro Paese c’è un humus che fa sperare per il futuro.»
Si comincia con l’“Ave verum corpus” di Mozart, «un gioiello scritto a poco dalla morte». Muti si siede al piano e accompagna i tremilacinquecento. «Il direttore è nemico della musica», scherza, «e il regista fa peggio di lui.» «L’avete cantata bene, con affetto ed espressività: adesso la lavoriamo.» Spiega: due Ave al corpo di Cristo, il primo chiaro e positivo, il secondo «con la sensazione di aver osato troppo»; il “vere passim” da cantare «col dolore per quello che Lui ha sofferto»; la dissonanza dell’“in cruce” «come un chiodo». Alle vocali dei soprani dà gli attacchi: «la melodia sale, ma voi non dovete crescere». «Se la fate bene la mandiamo al Papa.» Poi racconta la morte di Mozart per tifo, il funerale seguito da pochi, il temporale che fa scappare tutti, «come a Molfetta quando piove, e i preti sono i primi ad andarsene», e la fossa comune; gli ultimi due anni terribili di un uomo che sente arrivare la fine. Per come lo racconta, parte un applauso spontaneo. Per lui, non per Mozart soltanto.
Poi Bellini, “Casta diva”, che si crede facile, uno zum-pa-pa, «per l’apparente semplicità: questi sono gli italiani». Ricorda le arrabbiature che gli venivano oltralpe negli anni Settanta, soprattutto coi cori; la volta di una “Norma” in cui il regista, fra strepitose invenzioni, vestiva la protagonista di una sottana circondata da nazisti, «sembrava uscita dai vicoli di Giovinazzo», e i coristi lo offesero mimando l’organetto, oltraggio a Bellini e ma anche al suo amor patrio. E quando, nel 1876, il popolo italiano reclamò le ossa di Bellini, e in ogni stazione la gente chinava la testa al passaggio del feretro in treno da Parigi a Catania: «Dove è finito quel popolo?». Le ossa di Cherubini, da riportare in Santa Croce a Firenze, «le chiedo da anni». «Prima o poi tirerò le cuoia e anche questa storia finirà», «Nooo» urla il palazzetto, «l’ho detto apposta». La lingua italiana, insiste, è un legato continuo, un flusso; e Mozart e Da Ponte, come Bellini, finiti chissà dove, ossa perdute in fosse comuni. Arriva il soprano, Maria Grazia Schiavo, e la prova si fa spettacolo condiviso: applausi, e subito le correzioni. «“Pace” in fortissimo: è quella che cerchiamo noi, oggi!» La bellezza di un’aria malinconica miracolosamente in maggiore. E una domanda che è un programma è una provocazione: «Se prepari un’opera italiana, puoi non sapere l’italiano?».
Il Prologo del “Mefistofele” di Boito è un capitolo a sé, e Muti lo apre con la storia. Boito scapigliato, rivoluzionario, garibaldino e wagneriano, che da giovane detestava Verdi, scrisse che «insozzava l’altare della musica», e che poi ne riconobbe la grandezza, tanto che proprio dal suo “contagio” nacquero, al vecchio Verdi, “Otello”, “Falstaff” e la riscrittura del “Simon Boccanegra”. Il “Mefistofele”, composto a ventisei anni nel 1868, geniale e audace, lui lo diresse alla Scala fra i fischi dei verdiani che volevano vendicarsi, e continuò a dirigere finché non finì in bagarre con tanto di polizia. Per tutti noi il brano è una ventata d’aria meravigliosa, bassi e tenori col petto in fuori, spiega Muti. Ma dopo la prima lettura, il verdetto: «Bene: è una schifezza». «Bambini, diamogli una lezione», dice all’attacco dell’“Ave signor degli angeli”, rivolgendosi alle voci bianche: «Quando il professore chiamava a interrogare, io guardavo in basso». Cita Dante, la croce illuminata del Paradiso che «mi rapiva, sanza intender l’inno». E dopo tanta analisi minuziosa, la domanda vera: «Chi conosce la verità dietro le note? Nessuno. Non la puoi toccare, né vedere: l’emozione non è quantificabile. Che cos’è la musica?». Sappiamo solo che è importante per noi, «bisogna dirlo a quelli di Roma, di portarla nella scuola». E infine l’inno nazionale e il modo sbagliato in cui lo si esegue: «Siamo un popolo serio!». Poi, dopo lo zolfo di Mefistofele, chiude la giornata tornando all’“Ave verum”: «Vi lascio pregare».
La sera è la parte che non ti aspetti, nonostante l’invito ufficiale. In Piazza del Popolo, appartato a un tavolo, c’è Muti che cena, e intorno i coristi che cantano a capannelli. Arrivo che alcuni stanno intonando “La preghiera delle cime”, e si prosegue con i canti di montagna; poi, di colpo, il “Sicut cervus” di Palestrina. Più in là qualcuno canta “Falling in Love”, qualcuno De André, qualcuno “Stelutis alpinis”; un coro venuto da Bologna canta in francese un “Pater”; un altro le zingarelle della “Traviata”, e le facce appassionate mettono in scena la scena verdiana. Solo donne cantano e danzano “Angels Watching Over Me”; altri hanno armonizzato “Caro amico ti scrivo” di Dalla; e siccome ci sono anche quelli del Sud, ecco “Femmena”, ecco le ciociare che ballano al suono dell’organetto. Più tardi, in albergo, dallo spiraglio della finestra arrivano ancora voci armonizzate nella notte ravennate. E penso che fino a ieri, sotto le mie finestre di Milano, lo sfondo era il pulsare sintetico e innaturale degli iperbassi elettronici di una piazza: giovani ignari che non hanno ancora scoperto che cosa potrebbero fare, senza invadere la pace di nessuno, semplicemente con la loro voce. E mi paiono di colpo tristi, passivi, anche i locali attorno alla piazza di Ravenna, i ristoranti e i wine bar con le loro musiche modaiole di sottofondo.
Il secondo giorno Muti si siede al piano e suona due minuti, per il palazzetto, così. «Oggi è la festa della Repubblica», dice ai bambini, «sapete da dove viene? Da res publica. Bravi!» E si comincia dall’inno. “Fratelli d’Italia” «abbastanza bene». «Alzi la mano chi è davvero pronto alla morte.» Poche mani, sparute. «Cambiamo il testo: “Non siam pronti alla morte”?» Poi serio: «Non fatene una marcetta. Legate note e parole, non frantumate la frase, non sillabate: se leghiamo, diventa più nobile. E va cantato da una moltitudine, non da solisti come negli Stati Uniti (ma anche Bocelli in quel momento lo stava cantando da solista al Quirinale).
Si arriva al “Requiem” di Verdi, il coro a cappella che dialoga col soprano. Verdi, racconta, aveva una grande ritrosia perfino a incontrare Manzoni, che considerava un genio; e lui, Muti, lo ha eseguito a San Marco a Milano, dove il “Requiem” ebbe il suo battesimo diretto dallo stesso Verdi. Hanslick lo liquidò come l’ennesima opera lirica di Verdi; ma Brahms, che un Requiem Tedesco l’aveva scritto, lo capì e lo difese: due culture, due modi di meditare sulla morte. Quello di Verdi porta sempre con sé una domanda, un dubbio: «Tu mi salverai o no?», ed è tipico della cultura mediterranea, mentre quello di Brahms è consolazione e certezza. Al piano: «Il “Requiem” comincia pianissimo, giù verso il baratro». È lezione di grammatica e di teologia insieme: «Non siamo in requie: la stiamo chiedendo. Requiem è accusativo: non è passivo, è attivo». Teresa Stolz chiese a Verdi delle modifiche, e Verdi gliele concesse, «potenza della donna». La prima volta che lo diresse a Firenze, il maestro Gui gli spiegò che la parola chiave non è “tremenda” ma “illa”. E poi il lavoro minuto sulla dinamica: si parte da tre piano e si arriva a quattro, «insistete a curarla, è quella che dà colore»; alla battuta sette le dinamiche e gli accenti opposti sul “dona”, perché «l’umanità ha diversi modi di chiedere». Tra una parodia e l’altra, la “Traviata” e il “Trovatore”, «Manrico è un cretino», si interrompe: «Non ho capito perché vi sto raccontando tutta ‘sta roba». E ancora: «Perché io non so nulla di chimica, e tutti invece sanno tutto di musica?». Alla fine chiama vicino a sé due bambini e dirige con loro accanto.
Ho cantato anch’io, in mezzo ai bassi e ai baritoni, e da dentro ho capito una cosa semplice che da fuori non si vede: che questa non è una parata, e non è nemmeno, propriamente, un concerto. È una scuola. È un grande gesto educativo di un uomo che potrebbe stare soltanto sui podi più prestigiosi del mondo e che invece, per due giorni, si mette al servizio di tremilacinquecento sconosciuti di ogni età, dai sei ai novantatré anni, professionisti pochissimi e amatori a migliaia, e per chiudere la due giorni prima suona e spiega ai coristi al pianoforte tre frammenti di Rossini, Schumann e Chopin. Poi ricorda la famiglia Minghetti, che ha perso il giovane Riccardo nella terribile notte di Crans Montana e il cui padre è venuto insieme al coro di cui fa parte: “La musica forse può lenire simili tragedie”. Lo dice con parole che varrebbe la pena arrivassero «a quelli di Roma»: c’è in questo Paese un humus fecondo, una naturale disponibilità al canto, e in chi non ha potuto studiare emerge lo stesso il bisogno di esprimersi con una certa nobiltà, di capire un fraseggio, un bisogno a cui si è prestata sempre troppo poca attenzione, a scuola come nei media. Per questo la dedica a don Minzoni non è una cornice: la libertà di educare, e di educare attraverso la bellezza, è esattamente ciò che si vede all’opera al Pala de André, fra il rigore e l’allegria. Non scrivo che è un miracolo per enfasi. Lo scrivo perché, cercando bene fra i grandi della musica d’oggi, un gesto così, dal vivo e senza filtri, semplicemente non si trova. Pensate cosa diverrebbe questo Paese se tanti altri suoi colleghi seguissero l’esempio di Riccardo Muti…Perché la felicità di quei tremilacinquecento volti, come diceva il martire ravennate, era davvero “un grido di vita”.












