– “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda”. La bella frase è dello scrittore colombiano Premio Nobel Gabriel Garcia Marquez. Alfio Bernabé, 81 anni, l’ha fatta propria ed ha scritto la sua speciale e bellissima biografia, nella quale si possono riconoscere tutti i riccionesi della sua età: le ristrettezze economiche, il freddo pungente invernale, la gioia dello stare insieme, lo studio, l’impegno, il boom economico. Specchio di tutti gli italiani. Le narrazioni sono simili, non meno che uniche.
“Davanti al camino. Racconti di un nonno” (196 pagine, la Piazza Editore) è stato dedicato ai nipoti Martina, Mattia, Federico, Tommaso, Samuele e Gaia loro regalato durante il pranzo di Natale. Ed anche ai fratelli di Alfio, che nella lettura (e nelle istantanee di famiglia) si sono emozionati fino alla lacrima.
Scritto con un linguaggio piacevole, preciso ed elegante, Bernabé ha narrato la sua famiglia: i trisnonni, i bisnonni, l’infanzia, l’adolescenza, gli anni ‘60, il militare, il lavoro, l’amore, la famiglia… A rendere più vivo il racconto immagini di famiglia e di Riccione.
Alfio Bernabé ha avuto la bravura e la fortuna di frequentare il prestigioso istituto tecnico di Fermo. La scuola attirava ragazzi da tutt’Italia; nei decenni ha formato tecnici e classe dirigente. Data la distanza dalle proprie case, era una specie di Università per adolescenti. E quegli anni, nella vita di Bernabé, sono forse i più belli. Ricorda: “ (…) La scuola, il militare, il lavoro e infine la famiglia, hanno forgiato il mio modo di essere, chiedendomi tanto impegno ma dandomi altrettanta soddisfazione nel vedere realizzate le mie aspirazioni.
Ma andiamo per ordine, partendo dalla scuola a partire dalla seconda metà degli anni ’50, subito dopo le elementari, periodo che più di tutti ha formato e plasmato il mio carattere.
Non so dire perché, come quasi tutti facevano dopo le Elementari, non andai alle Medie ma inizia a frequentare l’Istituto Marinaro di Cattolica; probabilmente venne suggerito a mia mamma da qualcuno che vedeva in me delle attitudini più tecniche che letterarie, e fu amore a prima vista. Imparai il disegno meccanico, la lavorazione in officina con lima e raschietto, tante attività di laboratorio e perfino lezioni sulla navigazione e su come eseguire i vari tipi di nodi usati in marineria (…)”.
Fermo. “(…) la scelta dell’I.T.I. di Fermo come istruzione superiore, all’epoca uno dei migliori Istituti Tecnici d’Italia, è stata la naturale conseguenza. L’unico problema era dato dal fatto che questa scuola fosse lontana da casa.
Per questo, grazie al tanto lavoro di mamma e babbo, e ad essere sincero, anche mio, dopo le stagioni estive del 1957/58/59 al Bazar che ci dettero la disponibilità economica, nell’Ottobre del 1959 partii alla volta di Fermo e iniziai il mio percorso verso la maturità con tutta la determinazione di questo mondo (…).
Si legge nella quarta di copertina: “Nato a Riccione il 30 ottobre 1945, Alfio Bernabé ha vissuto l’infanzia a ridosso di viale Ceccarini, in uno stabile dove i genitori erano custodi. Nel 1956 si trasferiscono nel complesso delle case popolari di via Cellini (bellissime), nella zona sud di Riccione; la chiamavano “Abissinia”, e lì ha trascorso tutta l’adolescenza. Dopo il diploma di Perito Industriale conseguito a Fermo e dopo il servizio militare, ha trovato lavoro come ragioniere alla Concessionaria Fiat Papini, facendolo diventare da impiego occasionale a occupazione definitiva, fino al pensionamento. Nel 1970 ha sposato Elisa, con la quale ha avuto due figli, Francesca e Simone, che hanno regalato sei meravigliosi nipoti e ai quali dedica questo libro”.
Lo dovrebbero leggere non soltanto gli adolescenti tirati su nella noia e nell’insoddisfazione (avviene anche l’esatto contrario), ma anche coloro che hanno dimenticato le basi della vita. Le pagine di Bernabé sono boccate di ossigeno per l’anima.











