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Home Economia

Economia. Il recupero dei salari non vale per tutti

Redazione di Redazione
6 Settembre 2026
in Economia
Tempo di lettura : 5 minuti necessari
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Vignetta di Cecco

Vignetta di Cecco

Tratto da lavoce.info

 

Di Marco Leonardi, professore ordinario di Economia dell’Università degli studi di Milano
Leonzio Rizzo, professore ordinario di Scienza delle Finanze a Ferrara
e Riccardo Secomandi, ricercatore RTT presso l’Università di Ferrara

Per sapere se la contrattazione collettiva ha protetto i salari dall’inflazione bisogna confrontare i minimi di oggi con quelli precedenti allo shock, usando una base comune e distinguendo tra parametro contrattuale e costo della vita effettivo.

Chi ha recuperato l’inflazione e chi no

La contrattazione collettiva ha recuperato il potere d’acquisto perduto con lo shock inflazionistico? Per rispondere non basta osservare che gli aumenti dell’ultima tornata di rinnovi contrattuali hanno superato l’inflazione prevista nello stesso triennio. La domanda economicamente rilevante è un’altra: nel 2026 i minimi tabellari sono tornati, in termini reali, al livello precedente alla fiammata dell’inflazione?

Claudia Peiti e Cesare Vignocchi hanno mostrato su lavoce.info che, nei contratti rinnovati tempestivamente, gli aumenti concordati per il 2025-2027 recuperano buona parte della perdita maturata nella prima fase inflazionistica. È un risultato importante, ma condizionato: riguarda soprattutto industria, utilities e credito, comparti nei quali i rinnovi sono arrivati senza ritardi rilevanti o nei quali operano meccanismi di adeguamento più efficaci. Non dimostra che lo stesso sia accaduto per il lavoratore coperto dal Ccnl medio italiano.

Il quadro aggregato resta infatti meno rassicurante. L’Employment Outlook 2026 dell’Ocse indica per l’Italia una perdita del salario reale del 6,1 per cento tra il primo trimestre del 2021 e il primo trimestre del 2026. L’Ufficio parlamentare di bilancio stima che le retribuzioni lorde reali del settore privato siano diminuite di oltre il 6 per cento tra il 2019 e il 2025.

Se alcuni comparti hanno quasi recuperato, la perdita deve dunque concentrarsi altrove, soprattutto nei grandi contratti del terziario che non figurano nel confronto più favorevole.

Due periodi, ma una sola base di confronto

Separare lo shock in una prima tornata 2022-2024 e in una seconda tornata 2025-2027 può essere utile per descrivere la sequenza negoziale, ma non basta per misurare il recupero. Le variazioni dei due periodi devono essere concatenate e ricondotte alla stessa base iniziale. In caso contrario una crescita reale positiva nella seconda finestra può apparire come un ristoro completo, anche se il salario reale resta sotto il livello precedente allo shock. Il risultato non è falso, ma è poco interpretabile rispetto alla domanda che interessa ai lavoratori: quanto posso acquistare oggi rispetto a prima dell’inflazione?

La differenza tra settori si spiega in larga misura con i tempi della contrattazione. Il Ccnl Confcommercio, firmato il 22 marzo 2024 dopo oltre quattro anni di attesa, è valido fino al 31 marzo 2027 e prevede un aumento complessivo di 240 euro al quarto livello, inclusi i 30 euro già anticipati nel 2023. Un solo rinnovo attraversa così quasi per intero le due finestre – 2022-2024 e 2025-2027 – che altrove corrispondono a due tornate distinte. Non è quindi corretto leggere per il commercio una prima perdita e un successivo recupero come se fossero il risultato di due negoziazioni indipendenti.

C’è stata una compensazione una tantum per il ritardo ma vedremo in tabella che non rileva quanto confronti il potere d’acquisto tra gli anni.

Lo stesso problema, con intensità diverse, riguarda altri comparti ad alta occupazione. Nel turismo l’accordo è arrivato il 5 luglio 2024 e distribuisce gli aumenti fino a novembre 2027. Le cooperative sociali hanno firmato nel gennaio 2024 un contratto con decorrenza retroattiva da gennaio 2023 e ultima tranche nell’ottobre 2025. Anche pulizie, vigilanza privata e parte della logistica hanno conosciuto ritardi o incrementi insufficienti. Proprio in questi settori, spesso caratterizzati da salari bassi, la seconda tornata non cancella la perdita della prima.

Un confronto che non spezza il tempo
Con il parametro contrattuale, metalmeccanici e bancari – circa 2 milioni di dipendenti – hanno sostanzialmente recuperato il livello reale del 2019. Nei quattro grandi comparti dei servizi considerati, che raccolgono oltre 4 milioni di dipendenti, il quadro è molto diverso: commercio e turismo restano circa 10 punti sotto il 2019, logistica oltre 6 e pulizie/multiservizi 4,5 punti. L’eterogeneità non è dunque marginale e riguarda una platea più ampia di quella dei due contratti che hanno recuperato.

Il confronto riguarda i minimi contrattuali e non le retribuzioni di fatto: non considera premi, superminimi, anzianità, contrattazione aziendale o altri elementi della busta paga. Quando gli aumenti sono fissati in euro, inoltre, la variazione percentuale può cambiare leggermente a seconda dell’inquadramento. Ma proprio per questo il dato è utile: misura ciò che il contratto nazionale ha garantito ai lavoratori, isolando l’effetto degli altri istituti.

Fortunatamente, il salario netto ha fatto molto meglio del lordo per via dell’intervento del fisco; ma ancora una volta, noi qui come Peiti e Vignocchi stiamo misurando l’effetto del contratto e non del fisco (che tra l’altro non può essere considerato un intervento ripetibile).

Il parametro contrattuale non è il costo della vita

L’Ipca-Nei è il riferimento appropriato per valutare se le parti sociali abbiano rispettato il meccanismo contrattuale. Non è però il deflatore più adatto per misurare quanto i lavoratori possano effettivamente acquistare, soprattutto quando lo shock nasce proprio dall’energia. Escludere gli energetici importati significa eliminare dal calcolo una parte rilevante dell’aumento dei prezzi che le famiglie hanno comunque pagato.

Se gli stessi minimi vengono deflazionati con l’Ipca generale, assumendo una crescita cumulata 2019-2026 di circa il 24 per cento, il risultato peggiora: metalmeccanici -1,3 per cento; bancari +0,6; commercio -11,1; turismo -11,8; logistica -7,8; pulizie e multiservizi -5,9. L’uso dell’Ipca generale non cambia la graduatoria, ma mostra che persino nei settori più protetti il recupero del potere d’acquisto pre-shock è nullo o molto modesto.

Il dato preliminare Istat di agosto rende il punto ancora più attuale: l’inflazione Nic è salita al 3,3 per cento su base annua e l’Ipca al 3,2, mentre l’inflazione acquisita per il 2026 ha raggiunto il 2,9 per cento. Sono dati diversi dalla media annua e non possono essere inseriti meccanicamente nel calcolo, ma segnalano che l’inflazione attesa alla base dei rinnovi sta cambiando.

Un recupero ancora fragile

Il sistema contrattuale ha dunque funzionato meglio dove i rinnovi sono arrivati in tempo e le regole di adeguamento erano più robuste. Ma anche qui la protezione resta fragile se l’inflazione effettiva si allontana da quella prevista nei contratti. Nel giugno 2026 le retribuzioni contrattuali orarie crescevano del 2,4 per cento su base annua, contro il 3 per cento dei prezzi al consumo; nel secondo trimestre si è così interrotta una sequenza di dieci trimestri in cui i salari contrattuali erano cresciuti più dell’inflazione.

Dalla tabella è poi evidente che per commercio, turismo e gli altri servizi più esposti, un ritorno dell’inflazione al 2 per cento non basta a chiudere il divario. Per recuperare davvero, i prossimi rinnovi dovranno collocare la crescita dei minimi al di sopra dell’inflazione prevista e compensare almeno una parte delle perdite pregresse (cosa che evidentemente creerebbe non poche difficoltà al sistema di contrattazione nazionale). La questione non è quindi se la contrattazione collettiva abbia fatto il suo mestiere in assoluto, ma dove, per quali lavoratori e con quale tempestività. Guardare soltanto ai contratti rinnovati in orario rischia di confondere la parte più protetta del mercato del lavoro con l’intero mercato del lavoro.

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