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Home Cultura

Rimini. Vanucci, il dialetto (grande) nel Dna

Redazione di Redazione
15 Ottobre 2026
in Cultura, Rimini
Tempo di lettura : 5 minuti necessari
A A
Mauro Vanucci

Mauro Vanucci

di Claudio Casadei

campagna e il dialetto è una parte
di me”. Comincia così il nostro
incontro con Mauro Vanucci, riminese
classe 1957, poeta, attore
e, soprattutto orgoglioso de “Il mio
(suo) vivere in campagna”, l’incipit
ricorrente dei suoi post quasi quotidiani
sul suo profilo Facebook, dove
posta immagini, parole e attimi
del suo essere contadino.
“Io sono fisicamente nato in
una casa di campagna, ed è li che
ho incontrato il dialetto che è diventato
il mio parlare quotidiano”.
Incontrare Mauro è uno dei regali
inattesi che ti può fare il destino.
Quando riesci a sollevare quel
velo di innata timidezza che lo protegge,
scopri una persona speciale,
buona, generosa e pacifica che ha
voglia di raccontare e raccontarsi.
“Io, per quello che posso, non
ho mai imparato a dire di no!”,
sottolinea. Nasce in una casa contadina,
quella di una famiglia allargata
in cui convivono il nucleo
famigliare di suo padre e quello
dello zio. Cresce assieme ai fratelli
e ai cugini e lui, tra tutti, è il più
giovane.
“Ho avuto un’infanzia irripetibile
per chi nasce oggi. Correvo nei
campi, all’aria aperta. Cercavamo
nei campi i proiettili inesplosi della
guerra finita da poco. D’estate
correvamo nelle fosse secche fino
ad arrivare al mare; mangiavamo i
panini sugli alberi, stavamo più tra
i rami che per terra.” Poi al lavoro
della campagna di allora, crescendo,
aggiunse quello del metalmeccanico.
“Entrai alla SCM. Non è che
quell’idea di lavoro mi appassionasse
più di tanto, ma mi consentiva
di avere qualche soldo di più
in tasca e mi sono adattato. Con i

compagni di lavoro mi sono sempre
trovato bene. Mi chiamavano
‘il maestro’ perché riuscivo a capire
ognuno di loro e, quando era
necessario, cercavo di mettere pace
in ogni diatriba di lavoro. Mi volevano
bene e me lo dimostrarono in
modo straordinario quando andai
in pensione. Organizzarono una
roba mai vista”.
Gli chiediamo quando cominciò
la sua passione per la scrittura.
“È una passione che arrivò tardi. Io
sono del 1957 e cominciai a scrivere
nel 2002. Grazie al Premio Villa
ho avuto modo di scoprire questa
passione e di mettere a frutto quello
che molti considerano un talento.
Io penso che tutte le persone abbiamo
un talento. Manca solo l’occasione
di metterlo a frutto.”
Chiediamo da dove nasca la
forza delle sue zirudéle. “Ma già da
piccolo mio babbo mi raccontava
‘al fòle ad Véla!’, ma non ci facevo
– “Sono nato in una casa di
campagna e il dialetto è una parte
di me”. Comincia così il nostro
incontro con Mauro Vanucci, riminese
classe 1957, poeta, attore
e, soprattutto orgoglioso de “Il mio
(suo) vivere in campagna”, l’incipit
ricorrente dei suoi post quasi quotidiani
sul suo profilo Facebook, dove
posta immagini, parole e attimi
del suo essere contadino.
“Io sono fisicamente nato in
una casa di campagna, ed è li che
ho incontrato il dialetto che è diventato
il mio parlare quotidiano”.
Incontrare Mauro è uno dei regali
inattesi che ti può fare il destino.
Quando riesci a sollevare quel
velo di innata timidezza che lo protegge,
scopri una persona speciale,
buona, generosa e pacifica che ha
voglia di raccontare e raccontarsi.
“Io, per quello che posso, non
ho mai imparato a dire di no!”,
sottolinea. Nasce in una casa contadina,
quella di una famiglia allargata
in cui convivono il nucleo
famigliare di suo padre e quello
dello zio. Cresce assieme ai fratelli
e ai cugini e lui, tra tutti, è il più
giovane.
“Ho avuto un’infanzia irripetibile
per chi nasce oggi. Correvo nei
campi, all’aria aperta. Cercavamo
nei campi i proiettili inesplosi della
guerra finita da poco. D’estate
correvamo nelle fosse secche fino
ad arrivare al mare; mangiavamo i
panini sugli alberi, stavamo più tra
i rami che per terra.” Poi al lavoro
della campagna di allora, crescendo,
aggiunse quello del metalmeccanico.
“Entrai alla SCM. Non è che
quell’idea di lavoro mi appassionasse
più di tanto, ma mi consentiva
di avere qualche soldo di più
in tasca e mi sono adattato. Con i

nemmeno caso. Poi, sul giornale ‘Il
Ponte’, ebbi modo di vedere la pubblicità
del premio Villa e nel 2002
partecipai. Alla serata finale ascoltando
gli autori riuscii a capire l’anima
delle zirudéle e l’anno dopo
vinsi il Villa con “La Biciclèteda”.
So che nelle mie opere ci sono rime
forzate, la metrica non è precisa e
chissà quanti altri difetti. Ma per
me la zirudéla deve essere qualcosa
che metta buonumore, evidenzi i
sentimenti, i ricordi, esalti la fantasia.
Deve essere fatta di ironia e di
quella autoironia che aiuta le persone
nei momenti difficili. Prendersi
un po’ in giro in fondo non significa
non essere seri.”
Gli confesso l’impressione che
lui scriva più per la gente che per i
puristi. E lui: “In effetti ho scritto
moltissime ‘zirudéle private’ ed ho
cominciato quando i miei colleghi
andavano in pensione. Poi si sparse
la voce ed ho scritto centinaia
di composizioni per matrimoni,
festeggiamenti di nozze, pensioni
e altre felici occasioni. Questo mi
ha fatto trascurare le zirudéle per i
concorsi e un po’ me ne rammarico.
Ma è una grande soddisfazione
incontrare gli amici e sentirsi dire
‘Oh Mavro, la tu zirudèla la è ilé
tacheda m’e mur. E quéla la ven zo
quand e vén zo e mur!’.
Devo dire però che chi scrive
poesie non dovrebbe mai farlo a
comando. Ma non potevo dire di
no a nessuno”.
Mauro ha scritto anche composizioni
in lingua. C’è un cuore
grande in quelle scritte per Marco
Simoncelli a cui era molto legato e
nella sua raccolta ‘Da la mi zenta’
le raccoglie in uno speciale capitolo.
E poi c’è l’amore per il teatro.
“Fu don Giovanni Tonelli, parroco di San Lorenzo in Correggiano
che sentendo noi parrocchiani
dialogare in dialetto ci invitò a
scrivere qualcosa per la festa della
Parrocchia. Con gli altri parrocchiani
nacque la Compagnia San
Lorenzo sotto le Stelle per la quale
scrissi le prime due commedie. Fu
sempre il don che nel frattempo
ci consigliò di trovare qualcuno
che ci seguisse perché, diceva, ‘s’e
dialet a si brev, mo se pélc un vi si
guerda!’ e così fu. Esaurita dopo 10
anni l’esperienza della parrocchia,
avevo voglia di fare qualcosa da
solo e l’occasione fu un laboratorio
di dialetto che si teneva al teatro di
Coriano. Attori e autori veri come
Francesca Airaudo, Giorgia Penzo,
Checco Tonti, Alex e Francesco
Gabellini mi insegnarono tantissimo.
Mi cambiarono, imparai a
prendere gli impegni con più attenzione
e quando venivo chiamato a
fare qualcosa, ogni volta a prepararmi
scrupolosamente. Avevo nel
cassetto il sogno del mio monologo
‘Sitembre d’e 44’, un racconto tramandato
in famiglia soprattutto
dai miei cugini che erano più grandi
di me. Volevo raccontare della
guerra, di quanto la nostra casa e
le nostre terre erano state occupate
dai tedeschi e della battaglia che
si era sviluppata per la loro liberazione
quando gli alleati avevano
sfondato le linee a Coriano per
scendere verso Rimini. Nel gruppo
dei ragazzi della ‘Butéga d’e Dialet’
ebbi la fortuna di incontrare il
compianto Marco Bianchini. Lui
era il re dei monologhi e io ne ero
diventato amico. Gli raccontai di
avere da tempo quel foglio nel casdi
Claudio Casadei
setto e lui mi rassicurò che presto o
tardi quel foglio lo avrei tirato fuori.
Marco ci lasciò troppo presto e a
un anno dalla sua scomparsa i suoi
amici di teatro organizzarono una
serata in suo onore. Io portai un
frammento di Sitembre d’è 44 e lo
recitai per lui.”
Quel monologo è ancora uno
dei suoi cavalli di battaglia. Mauro
lo ha ampliato e completato con
immagini e musiche grazie agli
apprezzati consigli dei coniugi
Laureti. ”Ma un grande ringraziamento
va a Giorgia Penzo che mi
ha aiutato a farlo nascere”. Il monologo
è stato rappresentato in quasi
tutti i teatri del circondario. Vanucci
ha scritto altri due monologhi:
Zénta l’è fadiga a vés doni! sulla
violenza di genere e Un è colpa
dla lòuna dedicata all’amico Marco
Bianchini. Oltre ai teatri Mauro
ha recitato in parrocchie, centri per
anziani, scuole e manifestazioni
private.
Dice: “Io vado a chiamata, e
non chiedo soldi. Spesso nelle mie
serate vengono raccolti fondi per
opere di bene o per acquistare attrezzature
per ospedali, scuole o
dove ce n’è bisogno! La mia paga
è la carezza che la gente mi regala
nelle conversazioni a fine spettacolo.
Il dialetto è di tutti e la vicinanza
di chi viene a dedicarmi parte
del suo tempo per me è la paga migliore.
Se poi si può fare anche del
bene sono contento.”
Questo è il riassunto di un po’
del mondo artistico di Mauro Vanucci,
poeta, attore e nonno dall’anima
grande e dalla timidezza gentile
che sa regalare il suo talento a
quel mondo a cui sente di appartenere.
Un mondo che comprende
tutti coloro che desiderano farne
parte.

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