di Gianni Fabbri
Nonostante che le notizie di tredicenni che accoltellano e feriscono la propria insegnante o si accoltellino fra loro siano sempre più frequenti, nonostante che la maggioranza di ragazzi e ragazze che hanno partecipato agli scontri di Sabato/Domenica scorsi a Milano, Torino, Bologna fossero appunto minorenni senza alcuna appartenenza politica, né facenti parte di alcun centro sociale, senza nessun leader, né alcuna bandiera che potesse in qualche modo identificarli, senza nemmeno sapersi muovere in modo organizzato, quel che è certo è che si erano auto convocati per esprimere la loro rabbia, danneggiando e saccheggiando negozi simboli della società che li rifiuta e in cui loro non si riconoscono e perciò rifiutano a loro volta: una violenza la loro in apparenza “apolitica”.
Ebbene, nonostante tutto questo, si deve essere fiduciosi sul futuro loro e dell’umanità intera.
Questa è una speranza potente, una pesante responsabilità che spesso gli adulti proiettano sulle nuove generazioni.
Ciononostante gli adulti ancora una volta, nell’occasione degli scontri di piazza hanno dimostrato di non conoscere questi minori, di non conoscere i loro figli.
Tutti a chiedersi chi e perché, e tutti concordi nel chiedere l’ulteriore stretta sui minori con il via libera all’ottavo “Decreto Sicurezza” del Governo di Giorgia Meloni.
Lo stesso Presidente Mattarella parla di “partecipazione inedita”
agli scontri, il Ministro della Difesa parla addirittura di”guerra ibrida”
L’unico che, come sempre, tenta un’analisi seria della situazione è Luigi Manconi che su’ “la Repubblica “ di Mercoledì 21 Ottobre, col titolo “È un Paese per vecchi, la rabbia dei giovani spiegata dalla demografia” scrive un lungo e dettagliato articolo.
Già il titolo è emblematico.
Si riportano alcuni passi significativi.
“Emile Durkheim (sociologo) diceva: per comprendere
la società bisogna dare ascolto alle levatrici e ai becchini.
Il grande sociologo intendeva, con quelle parole, sottolineare
l’importanza della scienza demografica nell’analisi dei
processi sociali: e, in particolare, della composizione
della popolazione sotto il profilo innanzitutto delle
classi d’età, quindi della “giovinezza” o “vecchiaia”
di un paese. I movimenti collettivi della fine degli anni
‘60 e primi ‘70 (gli “anni caldi”) nascono e si sviluppano
all’interno di organizzazioni sociali incomparabilmente
diverse da quelle attuali. Nell’Italia di quegli anni gli
‘under 24’ rappresentavano il 41,5% dell’intera popolazione;
a distanza di mezzo secolo, quella fascia di età si è
progressivamente ridotta fino a costituire oggi appena
il 21,7%. Per contro gli ‘over 65’ che fra gli anni ‘60 e ‘70
raggiungevano appena il 12,1%, oggi sono più che
raddoppiati e superano il 25%.
È sufficiente questo per valutare come il peso – sociale,
economico, politico, culturale, elettorale – dell’attuale
Italia giovanile sia pressoché, e irreparabilmente,
irrilevante…
Da questo pezzo di Paese, vengono anche gli autori
delle scorribande milanesi e torinesi della scorsa
settimana. I loro coetanei di sessant’anni fa erano
a tal punto ottimisti da voler scientemente “fare la
Rivoluzione” – “I Ragazzi che volevano fare la Rivoluzione”,
come ha scritto nel suo libro Aldo Cazzullo, ndr. -,
credevano di poter cambiare il mondo… – va ricordato
che anche Luigi Manconi militava in Lotta Continua. ndr. –
… E ne avevano ben ragione: l’Italia aveva conosciuto
il ‘miracolo economico’. I consumi crescevano in modo
irresistibile, le università si aprivano… “Anche l’operaio
vuole il figlio dottore” (così cantava Paolo Pietrangeli).
Oggi, invece, le Università si chiudono, selezionano,
discriminando secondo severi criteri di censo.
Oggi con una popolazione anziana di quasi 4 punti
superiore a quella degli ‘under 24’, è fatale che
la gran parte delle risorse si indirizzi verso le classi
di età più avanzate. Anche a ragione dei rapporti
di forza politici a loro favorevoli – quale Partito si
preoccupa dei minori e delle loro esigenze? ndr. –
I politici si preoccupano soprattutto di garantire le
pensioni agli anziani, strumento di coesione sociale,
a discapito della istruzione, formazione, abitazione,
destinate alle generazioni più giovani – e… non è un
caso che anche nel mondo del lavoro, il lavoro a tempo
indeterminato spetti ai genitori, mentre ai figli, se va
bene, lavoro precario e lavoro nero (!) ndr. –
In altre parole, siamo di fronte ad una asperrima
‘lotta di classe generazionale’: vecchi contro giovani!
Già questo aiuta a spiegare perché mai la gioventù
italiana (ma anche francese, albanese, serba, greca,
portoghese, persino americana…) sia
così povera e depressa – e nel contempo arrabbiata,
incazzata! ndr. – Se la prospettiva di cambiare il mondo
appare alquanto implausible a questi adolescenti e,
talvolta, preadolescenti, il timore che il mondo possa
esplodere loro addosso è drammaticamente percepito.
Se ci si sente spossessati di tutto – a partire dal futuro –
davvero non si ha nulla da perdere…”
(Luigi Manconi)
Di qui la rabbia e la violenza scatenate nelle piazze (!)
Manconi conclude il suo articolo con una riflessione, testualmente:
“Domandiamoci cosa saremo in grado di offrire
a quelle ragazze e quei ragazzi per i quali l’unico
destino possibile sembra quello ‘consumistico’,
disegnato dal circuito della produzione e dal
consumo delle merci”.
Una conclusione un po’ pessimistica.
Chi scrive, invece, è, o meglio, vuole essere più ottimista, come scritto sopra. E… si ripete, e ripete a tutti, la domanda:
“Saranno i bambini a salvare l’umanità?”
Se si vuole, è anche un cliché letterario: il “Puer Aeternus (o Fanciullo Divino)”, rappresenta infatti la purezza primordiale, l’inizio assoluto e il potenziale illimitato.
In moltissimi miti, religioni, la salvezza del mondo arriva sotto forma di un neonato (il Natale della religione cristiana), o di un bambino non ancora corrotto dagli errori degli adulti.
La letteratura quindi usa costantemente i bambini come ‘salvatori’ sia perché gli adulti, al contrario, rappresentano il fallimento, il cinismo, il caos, la guerra, il collasso del vecchio mondo, anche perché i bambini rappresentano la metafora del futuro, SONO letteralmente il ‘futuro biologico’ della specie, e proiettare su di loro
la salvezza del mondo è la metafora più immediata per esprimere la speranza di una rigenerazione.
La risposta alla domanda del titolo racchiude due punti di vista profondamente differenti:
* Il rispondere SI è legato a molteplici fattori, tipo le nuove
generazioni crescono con una forte sensibilità verso temi cruciali come il cambiamento climatico, l’inclusione sociale di migranti e minoranze, i diritti civili; rispetto al passato hanno accesso a informazioni globali che li rendono più consapevoli; i bambini e i giovani non sono ancora del tutto condizionati dalle strutture economiche, sociali e politiche, che creano problemi all’umanità di oggi, questo permette loro di immaginare soluzioni creative fuori dagli schemi abituali; negli ultimi anni si sono già visti movimenti globali guidati da giovanissimi – gli esempi di Greta Thunberg per il clima e di Malala Yousafzai per l’istruzione (attivista pakistana e blogger per il diritto all’istruzione alle femmine bandito da un editto dei talebani pakistani, e perciò vincitrice del Premio Nobel per la Pace all’età di 11 anni) sono molto significativi -.
* Il rispondere NO è una trappola di chi non vuole delegare ai
minori, con l’alibi di dire che è un carico di responsabilità ingiusto per loro.
In ogni caso va detto che scaricare il peso del futuro sulle nuove generazioni esonera chi ha oggi il potere politico ed economico dal prendere decisioni difficili.
Molte delle crisi globali attuali (ambientali, geopolitiche, economiche…) richiederebbero interventi immediati. Aspettare che i bambini di oggi diventino la classe dirigente di domani potrebbe significare agire troppo tardi.
Inoltre va tenuto presente che l’educazione dei bambini dipende e compete agli adulti: i minori assorbono i valori, i modelli, ma anche i pregiudizi degli adulti. Se la comunità non è in grado di fornire loro gli strumenti educativi, formativi, culturali, emotivi corretti, c’è il rischio che finiscano di replicare gli stessi errori delle generazioni precedenti.
In sintesi, i bambini hanno il potenziale per costruire un futuro migliore, ma possono farlo solo se gli adulti di oggi preparino loro il terreno, avendo come prima preoccupazione di salvaguardare il Pianeta e offrendo loro una educazione basata sulla ‘sostenibilità’ e sulla Pace.
Le tenebre in cui sprofonda sempre più il mondo attuale induce obbligatoriamente a sperare che ha salvarlo saranno i ragazzini e le generazioni di domani, anche se spesso, troppo spesso, capita di leggere fatti di cronaca che dimostrano il contrario: certi tredicenni il mondo lo sfasciano anziché salvarlo -vedi l’esempio dei due minorenni individuati e denunciati per aver a Roma nella notte tra il 4 e 5 Ottobre 2026 a bordo di una minicar preso di mira e aggredito
sei persone tra ciclisti e utenti in monopattino nei quartieri di Monteverde e Testaccio, ferito mortalmente l’attore Davide Iacopini-
Si tratta di capire fino a che giorno della loro vita siano ancora ragazzini, e da quale momento in poi perdono invece la loro innocenza, corrotta dal cinismo degli adulti e dalla cattiva educazione che quotidianamente impartiscono i ‘social’ (!).
L’educazione al futuro e il ruolo dei movimenti giovanili rappresentano una sfida cruciale tra disincanto politico, impegno civico, trasformazione sociale…
I giovani mostrano un marcato distacco dalla militanza nei partiti politici tradizionali, distacco compensato però con una spiccata sensibilità verso temi concreti come l’ambiente, il cambiamento climatico – chi scrive da pensionato come guardia ecologica andava nelle scuole a parlare di ‘educazione ambientale’, e riscontrava molta attenzione soprattutto nelle classi più piccole, prime e seconde (!) -, i diritti civili, l’intercultura, il sociale…
L’Italia deve fare i conti anche con l’andamento demografico: sono anni che si registra una forte denatalità, il Paese diventa sempre più un Paese di vecchi e per vecchi, di conseguenza un crescente malessere generazionale che si esprime in ansia, depressione, difficoltà ad acquisire autonomia…
Più di un quarto degli adolescenti di dedica al volontariato (spesso in parrocchia o enti di cura), trovando in queste esperienze un modo per definire la propria identità, le proprie empatie e sensibilità, di conseguenza anche le competenze.
Per una buona educazione al futuro degli adolescenti bisogna tenere presente i seguenti aspetti:
* superamento della loro visione passiva: educarli, infatti, non
significa renderli “destinatari” passivi di contenuti imposti, o spettatori della nuova ‘techno’ e degli algoritmi, ma… autori della propria vita attraverso il pensiero critico, il discernimento, la riflessione,la ponderazione, la coscienza critica.
* centralità della scuola e della pedagogia, scuola intesa non solo
come luogo di trasmissione di nozioni, ma una palestra di cittadinanza, per crescere e formarsi attraverso il dialogo, evitando la dispersione scolastica e la povertà educativa;
* sobrietà e ‘global education’, promuovendo da una parte un’etica
della responsabilità globale, e, dall’altra, stimolando una connessione tra i bisogni locali con le sfide planetarie.
Un dato da cui non si può prescindere è il disagio giovanile nel nostro Paese: circa un adolescente su cinque tra i 14 e i 18 anni presenta i tratti di disturbi d’ansia o depressione, i primi possono sfociare anche in episodi di violenza, mentre i secondi in forme di autolesionismo se non addirittura di suicidio, con una diffusione particolarmente marcata tra le ragazze.
Secondo l’UNICEF in Italia, ansia e depressione rappresentano il 40% dei disturbi mentali diagnosticati tra i giovani.
Il suicidio è la seconda causa di morte per la fascia tra i 15 e i 29 anni (dato fornito dalla Associazionegenitoriche. Org.)
Molto alta è anche la dipendenza dei giovani dai ‘social’ dai cellulari e digitali in genere. Si stima che circa 500.000 adolescenti (tra 11 e 17 anni) siano a rischio di “Internet Gaming Disorder” (dipendenza comportamentale riconosciuta dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS, e dal Manuale Diagnostico DSM-5, ), vale a dire una dipendenza patologica dai videogiochi per un uso compulsivo e sregolato, dipendenza che compromette la salute mentale e la vita quotidiana dell’adolescente.
La ‘dipendenza’ non si misura solo in ore passate davanti allo schermo, ma con la perdita totale di autocontrollo e conseguente impatto negativo sul rendimento scolastico, ma anche su rapporti affettivi in famiglia e sulle relazioni sociali (amicizie e associazionismo).
Per poter parlare di un vero e proprio disturbo clinico il comportamento di dipendenza deve durare da almeno 12 mesi e presentare diversi segnali d’allarme, o sintomologie, come:
– perdita di autocontrollo, tipo quando l’adolescente non riesce a
smettere o a limitare il tempo dedicato al videogioco;
– priorità assoluta al ‘gaming’, nel senso che i videogiochi diventano
la priorità e il centro della vita dell’adolescente, sostituendo in toto
lo studio, le amicizie, lo sport;
– isolamento sociale con progressivo ritiro dalla vita di gruppo;
– sintomi di astinenza esprimibili in forte irritabilità, aggressività,
irrequietezza, ansia, tristezza;
– si continua a giocare nonostante i danni per la salute, l’insonnia, i
pessimi voti scolastici;
– fuga dalla realtà, il videogioco usato come “anestesia” per non
affrontare la realtà, come narcosi per affrontare lo stress, la noia,
le difficoltà scolastiche e le insicurezze in genere.
I giochi moderni come i videogiochi, la PlayStation, ecc. sono progettati propio per stimolare in continuazione il sistema di ricompensa del cervello degli adolescenti, rendendo le attività del mondo reale meno attraenti e più faticose (lo studio in testa).
La pre-adolescenza e l’adolescenza sono anni in cui si costruisce la propria identità; rifugiarsi in un mondo virtuale dove si ottengono vittorie e risultati immediati, un mondo molto più semplice delle difficoltà quotidiane, può influire negativamente sullo sviluppo della identità.
Cosa i genitori possono fare per porre rimedio a questa situazione?
* Primo: evitare allarmismi immediati.
* Secondo: ricostruire il dialogo cercando di comprendere cosa c’è
dietro il bisogno di rifugiarsi nei giochi. I figli vanno seguiti!
* Terzo: chiedere eventualmente un supporto professionale o a uno
psicologo o a centri specializzati.
Venerdì 16 Ottobre, al Cinema Astra di Misano Adriatico, si è tenuto il terzo appuntamento della serie “La Verità nel tempo della
post-verità”, ospite di turno Lucrezia Ercoli (molto brava) che ha relazionato sul tema “Dubito ergo sum: contro gli spacciatori di verità”, proponendo alcuni passaggi del film di Akira Kurosawa
“Rashomon” del 1950, che racconta l’omicidio di un samurai e lo stupro di sua moglie attraverso quattro versioni contrastanti e soggettive degli stessi eventi, quattro verità diverse, spacciate da quattro soggetti diversi, la qual cosa fa riflettere amaramente il monaco, uno dei protagonisti del film, sul futuro dell’umanità composto da uomini che spacciano menzogne per verità.
Il film si conclude positivamente con una speranza, rappresentata da un bambino in fasce che piange, tenuto in braccio dal Monaco, che lo consegna al boscaiolo, altro personaggio chiave del film, che si offre di adottarlo: l’uomo del presente compromesso che adotta il “bambino-futuro”, che rappresenta la speranza di redenzione per l’umanità.
Per concludere, la fiducia nei giovani come “ultima spes” (ultima speranza) è un concetto molto ricorrente nella storia, e anche importante, lo è stato anche per la filosofia e per la sociologia, soprattutto nei momenti di profonda crisi culturale, politica, sociale.
Quando le generazioni adulte avvertono un senso di declino della società, o di una comunità, lo sguardo si volge inevitabilmente verso i più giovani come… “unica forza capace di generare un cambiamento autentico”.
Salatissimi, G.











