Tratto da la voce.info
Di Tommaso Monacelli, professore ordinario di Economia all’Università Bocconi di Milano, e Fellow di IGIER Bocconi e del CEPR di Londra
Da decenni l’Italia cresce poco. Una delle cause principali è la dimensione ridotta delle imprese. Una situazione che difficile da modificare se gli imprenditori continueranno a considerare l’ingresso di soci esterni come una perdita di controllo.
La crescita che non c’è
È fatto tristemente noto che da quasi tre decenni la crescita italiana procede molto più lentamente di quella delle altre grandi economie avanzate. La figura 1 mostra che tra il 1990 e il 2025 il Pil reale pro capite è aumentato soltanto del 25,7 per cento in Italia, contro il 42,6 per cento in Francia, il 48,3 per cento in Germania e il 73,3 per cento negli Stati Uniti. Il motore centrale della crescita economica, la produttività del lavoro, si è fermato. La stessa figura 1 mostra che, fra il 1997 e il 2025, il Pil reale per ora lavorata, una misura della quantità di prodotto realizzata per ogni ora di lavoro, è cresciuta appena del 5,7 per cento in Italia, contro il 26,8 per cento in Francia, il 30,3 per cento in Germania e il 62,6 per cento negli Stati Uniti. Viene istintivo chiedersi: come può il paese parlare d’altro se non di questo?
La questione della dimensione d’impresa
L’allarmante dato di fondo è una matassa difficile da sbrogliare perché le cause sono multivariate. Se dovessi però tirare un filo sceglierei un fattore tra gli altri: la dimensione d’impresa. La presenza di un tessuto produttivo con numerosissime micro e piccole imprese richiede di interrogarsi sulla loro organizzazione e sulla distribuzione di capitale e lavoro fra attività a diversa produttività.
L’Italia non manca di imprenditori. Secondo dati Eurostat nel 2024 il paese contava circa 4,65 milioni di imprese: 79 ogni mille abitanti, contro 39 in Germania e 72 in Spagna; il valore francese era vicino a quello italiano (79). Il confronto descrive un sistema produttivo particolarmente frammentato, non un deficit di iniziativa imprenditoriale. Il vero problema è che troppe imprese restano piccole, anche quando potrebbero espandersi. Nelle stime riportate dalla Commissione europea, quelle con almeno 250 addetti generano il 38,5 per cento del valore aggiunto in Italia, contro il 47,5 nell’Unione europea, il 51,5 in Germania e il 56 in Francia (figura 2). Non è una semplice questione di numero di aziende: il lavoro e il capitale si concentrano relativamente poco nelle organizzazioni capaci di produrre su scala più ampia.
Le ragioni della persistente piccola dimensione delle imprese italiane sono molteplici e strettamente interconnesse. In questo primo articolo ci concentriamo su due fattori: la prevalenza della proprietà familiare e la riluttanza a condividere il controllo; e lo scarso sviluppo dei mercati dei capitali e la difficoltà di finanziare l’espansione. La gestione manageriale, gli incentivi a rimanere piccoli e l’innovazione saranno analizzati in un secondo articolo.
Il capitalismo familiare è una risorsa: favorisce continuità, specializzazione e investimenti pazienti. Ma la conservazione del controllo può entrare in conflitto con la crescita. Uno studio della Banca d’Italia pubblicato nell’ottobre 2026 rileva che circa tre società di capitali su quattro sono a controllo familiare: il dato riguarda soprattutto Srl e Spa, non l’intero universo delle imprese. Queste società sono mediamente più piccole e meno produttive delle altre, pur risultando più redditizie e meno esposte all’uscita dal mercato. L’ingresso di soci esterni si accompagna tipicamente a una maggiore produttività e occupazione. È importante distinguere proprietà e gestione. Una famiglia può conservare il controllo affidando la direzione a manager selezionati sul mercato: il Mittelstand tedesco mostra che impresa familiare e crescita sono compatibili. Il limite emerge quando la famiglia chiude contemporaneamente capitale e posizioni dirigenziali. Passare da un’organizzazione centrata sul fondatore a una fondata su deleghe, sistemi informativi, controllo dei risultati e competenze specialistiche è una condizione per l’espansione della scala produttiva, non un dettaglio organizzativo.
Secondo il Censimento Istat, nel 2022 era a controllo familiare l’83,3 per cento delle microimprese con 3–9 addetti, il 74,5 per cento delle piccole, il 58,8 per cento delle medie e il 41,6 per cento delle grandi (figura 3). La proprietà familiare non è tuttavia un’anomalia soltanto italiana: un confronto ZEW (2023), basato su una definizione differente, stima una quota di imprese familiari pari all’87 per cento in Italia e al 78 in Germania. Fra le imprese familiari, quelle con meno di dieci addetti sono il 58 per cento in Italia e circa il 40 per cento in Germania.
La tipica impresa italiana si fonda su autofinanziamento e credito bancario. Questi strumenti sono adatti a sostenere attività consolidate, molto meno a finanziare progetti con rischio elevato, garanzie scarse e risultati lontani nel tempo. Il paradosso centrale è che l’Italia dispone di molto risparmio privato, ma fatica a trasformarlo in capitale di rischio per imprese in espansione. Secondo l’Ocse, nel 2024 il finanziamento tramite venture capital alle Pmi valeva lo 0,02 per cento del Pil, contro lo 0,09 in Francia e lo 0,12 nei Paesi Bassi. Esiste però anche un problema di domanda, collegato al controllo familiare: diversi imprenditori rinunciano a soci esterni per evitare di diluire la propria partecipazione.
Nel 2025 gli investimenti in venture capital erano pari allo 0,049 per cento del Pil in Italia, contro lo 0,078 in Francia, lo 0,055 in Germania e lo 0,624 negli Stati Uniti (figura 4). Il divario rispetto agli Stati Uniti rimane quindi particolarmente ampio, nonostante la crescita del mercato italiano.
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Per favorire la crescita dimensionale è necessario ampliare la disponibilità di capitale di rischio, cioè finanziamenti che entrano nel patrimonio delle imprese e ne condividono i risultati senza imporre scadenze di rimborso come un prestito bancario. Il problema non riguarda soltanto le startup innovative, tradizionali destinatarie del venture capital, ma anche le imprese già avviate che intendono espandere la produzione, acquisire concorrenti o entrare in nuovi mercati. Per queste aziende occorre sviluppare il growth equity, cioè fondi specializzati nell’investimento in imprese con un’attività consolidata e prospettive di espansione.
Una fonte potenziale di finanziamento è il risparmio istituzionale. Secondo la Covip, alla fine del 2025 i fondi pensione italiani amministravano 262 miliardi di euro, equivalenti all’11,6 per cento del Pil: un dato rilevante. Destinare una quota di queste risorse, attraverso fondi diversificati e con adeguate garanzie prudenziali, al capitale di imprese italiane ed europee in crescita potrebbe ampliare il mercato. Non si tratta di indirizzare obbligatoriamente il risparmio previdenziale verso le imprese nazionali, ma di rimuovere ostacoli a investimenti potenzialmente redditizi, salvaguardando gli interessi dei risparmiatori.
Un secondo canale è il mercato azionario. Alla fine del 2025 erano quotate sui mercati di Borsa italiana 411 società, di cui 212 su Euronext Growth Milan, il segmento dedicato alle imprese di minori dimensioni. Nello stesso anno questo mercato ha registrato 21 nuove quotazioni, raccogliendo complessivamente circa 124 milioni di euro. Per ampliare questo canale occorre ridurre i costi di accesso sproporzionati, migliorare la liquidità dei titoli e rafforzare la fiducia degli investitori attraverso trasparenza e governance.
Una maggiore integrazione dei mercati finanziari europei amplierebbe la platea degli investitori. L’intervento pubblico dovrebbe concentrarsi sulla rimozione degli ostacoli agli investimenti privati. In alcuni casi, lo Stato potrebbe investire, insieme a fondi e investitori privati, nel capitale di imprese con prospettive di crescita, condividendo rischi e rendimenti; gli interventi dovrebbero avere durata limitata e risultati verificabili. Resta però un vincolo decisivo: anche aumentando l’offerta di capitale, le imprese non cresceranno se gli imprenditori continueranno a considerare l’ingresso di soci esterni soprattutto come una perdita di controllo.
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