di Gianni Fabbri
Cento anni fa nasceva la Route 66, la strada più famosa del Pianeta, diventata una sorta di magnete attrattivo per turisti e nostalgici, che, fra souvenir, cowboy e hamburger, cercano l’anima dell’America, quella dei nativi? Dei mormoni? Delle pistole nella fondina?…
Cercano l’America profonda, quella che ha votato la fiducia nello “Psicopatico” per ben due volte!
Selligman, Arizona, è considerata la “Culla della Route 66”.
È qui che il mito della “Mother Road” è stato salvato.
In una delle sale di Peggy Sue’s, una tavola calda inalterata dagli anni ‘50, non lontano da un cartellone di Marilyn Monroe, c’è un frigorifero di vetro pieno di dolci, sulla porta c’è scritto:
“Have a slice of pic & a slice of the past”
(Prendi una fetta di torta e una fetta di passato)
Ed è il migliore riassunto di questo viaggio sulla mitica Route 66.
Storicamente fu “battezzata” il 30 Aprile 1926, per essere inaugurata ufficialmente poi l’11 Novembre.
Fu John Steinbeck, nientemeno, a battezzarla “Mother Road”, e…
percorrendola, tappa dopo tappa, ci si accorge che non è solo folklore, ma un pezzo di storia dell’America, come già detto dell’America profonda, la provincia americana.
New York, San Francisco, Los Angeles, Boston, che tutti conoscono, costituiscono l’America affacciata sul mare, ma… non sono l’anima degli States.
La Route 66 nasce a Chicago e muore quasi 4.000 chilometri più a Sud, a Santa Monica, in California.
Per percorrerla tutta in auto, alla media turistica di 10 ore al giorno,
ci vorrebbero almeno cinque giorni; facendola con calma, per osservare e capire la vera America, sarebbero necessarie almeno un paio di settimane.
– Ricordi
Chi scrive con amici e signore, tre copie, in totale sei persone, dopo essere volati su San Francisco e noleggiato un camper ‘RV’ a Oakland si programmò un tour nei parchi dell’Arizona e dello Utah, quello che viene definito il “Grand Circle Americano”
Dopo aver visitato il Josemite Park, Monterey e percorso il Big Sur, entrati in Arizona, abbiamo cominciato ad incrociare la Route 66
e percorrerne lunghi tratti –
Descrivere l’intero percorso praticamente è impossibile, ci si limita perciò a descrive l’ultimo pezzo: quello che va da Seligman in Arizona a Santa Monica, la spiaggia di Los Angeles, tratto in buona parte percorso nel viaggio indicato sopra.
Seligman è importante perché ci vive quello che è conosciuto come il “sindaco” della Route 66, un gagliardo novantenne che risponde al nome di Angel Delgadillo, un barbiere che solo cinque anni fa ha appeso al chiodo il rasoio.
“Sindaco” perché è stato lui che, nel 1986, quando la Route è stata “decommissionata” per sostituirla con autostrade più moderne, ha iniziato una sorta di ‘resistenza’ contro l’oblio.
Questa parte dell’Arizona ha una densità abitativa bassissima.
I pochi villaggi presenti costituiscono come dei puntini nel deserto, nel mezzo del niente, puntini che esistevano fintanto che erano connessi alla “Mother Road”.
Delgadillo lo capì e si inventò la prima associazione per trasformare quella che era una vecchia via di comunicazione in un “capolavoro” di comunicazione: la mitica Route 66.
Il tutto è… nero su bianco nel “The Road to Happiness”, un ‘memoir’ scritto dallo stesso Delgadillo che è un invito al lettore per capire che percorrendo la Route 66 si percorre
la… strada per la felicità (!)
Si può iniziare dalla “main street” che attraversa il centro di Seligman, un villaggio di 456 anime, dove si affacciano una decina di negozi, tutti a tema ‘nostalgia’, o meglio… “once upon a time!”.
Il più importante è sicuramente il Black Cat Bar, dove si può trovare di tutto, e sul fronte scritte cubitali tipo:
“Route 66 Historic Seligman Sundries”, “Museum”, “Coffee”, “Kaffe-Java-Espresso”, seguito dal Rusty Bolt, un negozio di modernariato, sulla cui facciata si legge a chiare lettere la frase:
“La vita è breve, sorridi finché ti restano tutti i denti”
Al Route 66 Museum, oltre ai consueti cartelli storici c’è anche un monitor dove il visitatore può anche virtualmente intervistare il “sindaco” Delgadillo, che risponderà grazie a un ‘robot’ che ha campionato la sua voce e sincronizzato il suo labiale.
Il Museum come l’imponente Route 66 Visitor Center si trovano a Kingman una città di 35.000 abitanti circa, poco distante dalla famosissima Las Vegas – che, detto per inciso, è spenta, sia perché il costo energetico ha suggerito di spegnere buona parte delle sue luci, ma anche per la drastica diminuzione degli avventori: a causa dell’aumento del costo della vita diminuiscono sempre più quelli che si possono permettere dí sperperare soldi a un tavolo verde o davanti a una ‘slot machin’ (!) –
Qui, a Kingman, si possono trovare pulmini di Cinesi
– oggigiorno i Cinesi li trovi in ogni angolo del Pianeta -, che, disciplinati, seguono la guida del posto, Jim Hinckley, col suo cappello da cowboy grande quanto una parabola satellitare.
È stato mandriano, minatore e camionista, poi è diventato una sorta di Alessandro Barbero della Route 66, di cui conosce vita e miracoli (!).
Sempre a Kingman c’è la concessionaria Dunton, ristrutturata in tempo per il centenario e trasformata in un piccolo museo con vecchi modelli di auto e dove si produce anche il ‘root beer’, una birra di radice dolcificata, una sorta di chinotto o giù di lì (!).
A sentire il tour operator Triple AAA, quattro americani su dieci dovrebbero arrivare qui quest’estate, anche perché con la crisi energetica in atto e il caro carburante pochi americani andranno all’estero.
Sempre a Kingman, oltre a Jim Hinckley, c’è Tim Webb, che gestisce una gelateria, uno spaccio di caramelle e chewing-gum, nonché otto magnifiche roulotte in alluminio, stile anni ‘30, convertite in miniappartamenti ‘Air-bnb’ (Tin Can Alley) sui 700 dollari weekly.
“Noi siamo molto accoglienti”
assicura Tim Webb, che ha un ciuffo di capelli gialli come lo “Psicopatico” Donald Trump.
Oatman, è la tappa successiva, a meno di un’ora di auto, ancorché tutta in salita con tornanti ‘assassini’.
C’è da immaginare che facendo questa strada, ai tempi dell’ esodo all’Ovest durante la Grande Depressione – descritto da John Steinbeck in “Furore” – numerosi malcapitati siano finiti giù in una scarpata.
Il rischio viene ripagato perché Oatman è un vero minuscolo villaggio western, con più asini che cristiani: non più di 98 anime!
Luogo spettrale, anche perché, data l’ora, è tutto chiuso.
Sembra proprio una scena western prima del fatidico duello, con tanto di vento che fa volare i ‘tumbleeweed’ (rotolacampi), arbusti secchi che rotolano col vento per disperdere i semi.
Sulla facciata di quello che parrebbe il Saloon una scritta per i turisti: “Basta carote!”, parcheggiate davanti due immancabili Harley Davidson.
Appena fuori al villaggio, sulla strada per Needles, un enorme poligono a cielo aperto, dove probabilmente vanno ad addestrarsi quelli che poi vanno a fare delle stragi, come quella dell’Agosto 2025, a Minneapolis (Minnesota), dove un ex studente ha aperto il fuoco da una finestra di una chiesa, uccidendo due bambini di 8 e 10 anni e ferendo altre 17 persone.
Siamo nella Mohave Valley, nello Stato dell’Arizona, dal deserto omonimo, nella direzione di Needles, zona attraversata dal fiume Colorado, che forma il Lake Havasu che caratterizza il Colorado River Indian Reservation, da dove, proseguendo più a Sud, si arriva alla leggendaria Yuma, quella del celebre “Three Ten to Yuma”, Film, in italiano noto come “Quel Treno per Yuma”, interpretato dai famosi Glenn Ford e Van Henflin, ma anche della famosa canzone della colonna sonora, cantata allora da Frankie Laine.
Sono, ovviamente distese piatte prima di arrivare a Yuma, tipiche di una zona desertica, dove domina la “dust bowl” (tazza della polvere) alzata dai refoli di vento.
Si incrociano poche macchine, chiaramente, e il paesaggio è da fine del mondo, manca solo di sentire risuonare le note di “American Pie”, brano Folk-Rock: correva l’anno 1971, esattamente il mese di Dicembre, quando usciva il celebre capolavoro di Don McLean, un brano della durata di otto minuti e mezzo, che è molto di più di una semplice canzone, è un vero proprio affresco sulla fine della innocenza americana, in particolare la strofa che dice: “The three men I admired most; the Father, Son, and the Holy Ghost”.
Come conseguenza inevitabile, tutti salutano dicendo: “Dio ti benedica!”.
Amboy, California, nella Contea di San Bernardino, è la tappa successiva. All’ingresso della cittadina una scritta ben visibile:
“Best Bites on the Route 66”
Nell’aria che tremola per il caldo, è ben visibile la scritta al neon “Roy’s Motel & Cafe’”, un chiaro invito a fermarsi per un ristoro e un riposo. C’è anche il piazzale del distributore dove fare il pieno al serbatoio.
A rifocillarsi, al tavolo di fianco, una famigliola francese
che è venuta qui nientemeno che da Rennes, capoluogo della Bretagna, in cerca, come affermano, quasi giurando, della vera “american experience”.
A San Bernardino famoso è il Wigwam Motel, dove con 120 dollari si può dormire in un ‘tepee’ che ricorda quella dei nativi, ma è in cemento, mentre all’Oatman Hotel, il bar col nome “Buffalo Burger”, è letteralmente tappezzato con autentici biglietti da un dollaro (!).
Poco fuori di Amboy, vale la pena fermarsi per ammirare il “Crater”: un cono vulcanico di 75 metri, che è l’unica presenza verticale in un paesaggio completamente piatto.
Sullo sfondo una ferrovia solcata solo da rari treni merci…
“as usual!”
Tra un’ora circa si arriverà al “Bagdad Cafe’”, celebrato dal Film omonimo del 1987, diretto da Percy Adlon, film pluripremiato, di cui tutti ricordano la scena più famosa, quella in cui la turista tedesca Jasmin, dopo una lite col marito avvenuta durante una sosta in auto nel Deserto del Mohave, prende la sua valigia, scende dall’auto e si incammina lungo la strada polverosa, verso il nulla… alla fine del quale si troverà al Bagdad Cafe’ (!)
Più che in America, sembra di essere in Iraq (Bagdad) ai tempi della guerra di Bush a Saddam Hussein, alla ricerca delle “armi di distruzione di massa” (?!?)
Dentro al Bagdad Cafe’, al bancone c’è Mat, che si scusa con tutti gli avventori perché un uragano due anni prima ha scoperchiato il tetto, mentre un incendio più recente ha messo fuori servizio la cucina: morale, non c’è niente da mangiare!
Però… Mat fa foto, su richiesta, a tutti quelli che entrano, urlando ad alta voce: “È gratis!”
Mat è anche molto ciarliero: vuole raccontare a tutti la storia della precedente titolare del locale, la vecchia signora Pruitt, morta a Gennaio; ne racconta anche i particolari, come si era fatta fregare da fornitori mezzi furfanti. Conclude il suo chiacchierare dicendo che lui, come nuovo gestore sta cercando personale, perché, letteralmente: “Mi sono stancato di stare sempre dietro il bancone!”
Per i pranzo, sfumato nel suo locale, consiglia come alternativa di andare al “Peggy Sue’s”. Lo dice come se fosse nella porta accanto.
L’avventore scoprirà a sue spese che invece dista più di 20 Km., come quelli della celebre canzone che cantava a suo tempo il compianto Nicola Arigliano: “Venti chilometri al giorno/Dieci all’andata, dieci al ritorno…”
Calico, Fort Irwin, si trovano alla fine dei 20 chilometri, poco distante dal locale “Peggy Sue’s 50’s Diner”, con la sua estetica da grande jukebox.
Il ‘Diner’ è molto frugale, consiste infatti in ‘sandwich’ intitolati a Nixon, Tina Turner, Humphrey Bogard e Audrey Hepburn, serviti in un cacciucco (zuppa) storiografico niente male.
Il tutto molto buono, e merita la sosta (!).
Come già detto… “E… dopo aver mangiato/Mangiato e ben bevuto”…
visita al villaggio abbandonato di Calico, praticamente un altro set già pronto per un film della Premiata Ditta John Ford & John Wayne
Uscendo dal set di Calico, in direzione Ovest, si arriva davanti alla uscita di Fort Irwin: il principale centro di addestramento dell’esercito USA in ambiente desertico, con tanto di villaggi arabi ricostruiti e tanto di jihadisti armati di tutto punto, ricostruiti grazie alla mobilitazione del mitologico 11th Armored Cavalry Regiment, specializzato, per l’appunto, nel “fare il nemico”, simulando combattimenti nei modi più estremi immaginabili.
Ma… la realtà, poi, è altra cosa, come ha ampiamente dimostrato l’Afganistan nell’Agosto 2021, con il disastroso crollo di Kabul e la conseguente precipitosa fuga verso l’aeroporto, nonché il ritorno immediato dei Talebani al potere (!).
Ma… per rifarsi, i militari di Fort Irwin hanno sempre “Peggy Sue’s”, dove questi “natural born killer” possono bisbocciare ricordando i bei tempi (Corea, Vietnam, Iraq, Afganistan) alla salute dello “Psicopatico” che fa di tutto per farli rinverdire (!)
San Bernardino, vi si arriva procedendo verso Sud-Ovest in circa un’ora e mezzo d’auto.
Sia la strada che i paesaggi sono decisamente più antropizzati e perciò meno interessanti.
Però, lungo il percorso, ci sono almeno due tappe notevoli sulla Route 66.
* Il primo McDonald’s della Storia, quello dove, nel lontano 1948, un hamburger lo prendevi con 15 cents.
Ora è diventato una sorta di museo, con una quantità impressionante di allestimenti per lo ‘shopping’, dove si possono leggere anche le testimonianze dei clienti da tutto il Pianeta: nello scaffale italiano spicca la testimonianza della famiglia Di Falco di Imperia (!).
* Il cartello “End of The Trail”, sul Santa Monica Pier.
Ma… prima di lasciare la Route 66 bisogna far la conoscenza di Michael Wallis, una guida d’eccezione, il profeta che da oltre quattro decenni predica il verbo del recupero della Via Maestra degli USA.
Wallis ha dedicato la vita alla “sua” Route 66.
Per capire questa devozione bisogna tornare nel Missouri del dopoguerra, alle porte di St. Louis, dove nacque nel 1945 e crebbe a ridosso della strada.
Da bambino vedeva arrivare i cosiddetti ‘tramps’, vagabondi senza casa né un cent, in autostop, che portavano il loro mondo a tracolla e nelle tasche.
Alcuni indossavano ancora la divisa militare della guerra che li aveva visti in Europa o nel Pacifico.
Bussavano alla porta, si toglievano il berretto e chiedevano di fare un lavoretto in cambio di cibo.
La mamma trovava sempre qualcosa da fare, qualche erbaccia da strappare, o pesi da spostare.
Poi offriva panini, stufato, frutta e acqua fresca.
Si guardava quegli sconosciuti mangiare all’ombra degli alberi. Si pensava alle loro vite, chi fossero, che nomi avessero, dove andassero.
In questo modo, racconta Wallis, ho imparato a intrattenermi con la gente di passaggio, proprio lì, con i ‘tramps’ della futura Route 66.
Nella terra dello “Psicopatico” Donal Trump, nonostante che la bandiera a stelle e strisce, le accomuni, esistono due Americhe, incapaci di riconoscersi l’un l’altra, la…
Mother Road, la Route 66, concilia entrambe.
Per scoprirla, però, come già detto, bisogna lasciare le
highway a pedaggio e inoltrarsi dove domina la natura selvaggia, la terra, la vera terra, ripercorrere le strade scritte da Steinbeck in “Furore”, fare tutte le curve e deviazioni necessarie, rischiare di cadere giù nelle scarpate
percorrere un mondo non raggiunto ancora dal progresso e dalla tecnologia come l’algoritmo (per fortuna!)
Forse è proprio questo il miracolo dal nome
Michael Wallis: in un Paese che attualmente si scontra su tutto (come le elezioni di midterm hanno indicato), qui, sulla “main street” ci si può ancora fermare a parlare con uno sconosciuto senza la smania di sapere per chi ha votato.
Santa Monica… at last! Siamo alle battute finali, dove, entrando nella celebre località alla periferia di Los Angeles, bisogna chiedere dell’Ivy at the Shore, in Ocean Avenue, dove si trova…
“the End of the Trail”, come nei migliori film di Hollywood, in…technicolor and CinemaScope.
Ma… è un viaggio o un film?
A voi decidere!
P. S.
Proprio quando chi scrive ha finito questo scritto, è andato all’edicola a comprare “la Repubblica” di Domenica 1 Novembre 2026, e nell’allegato “Robinson”, nelle pagine 10-11, ha trovato l’articolo dal titolo
“La Madre di tutte le strade”, la Route 66, che compie cent’anni. Per cui…
Anche l’altra America questa volta ha tradito Trump.
Clamorosi i risultati del Texas e del Kansas (!).













