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Home Località Riccione

Bacchiani, ‘architetto’ delle Torri Gemelle

Redazione di Redazione
8 Settembre 2009
in Riccione
Tempo di lettura : 7 minuti necessari
A A

IL FATTO

– L’11 settembre del 2001, un gruppo di terroristi arabi guidarono due aeroplani contro le Torri Gemelle, simbolo di New York. Gli edifici collassarono per il calore sprigionato. Morirono circa 3.000 persone. Il presidente Bush attaccò l’Afghanistan. L’architetto riccionese Augusto Bacchiani per un anno, nel ’66, lavorò sui disegni esecutivi in un prestigioso studio di New York.
Come è giunto a New York?
“Mi stavo laureando quando un parente americano, in visita in Italia, mi disse che a New York avrei potuto fare una interessante esperienza di lavoro retribuita. Terminato il servizio di leva mi sono precipitato negli Usa dal cugino psichiatra con la baldanza tipica di chi è giovane, pieno di entusiasmo ed inevitabilmente sprovveduto”.
Perché sprovveduto?
“Non avevo con me un curriculum o un portfolio con cui presentarmi e la mia conoscenza dell’inglese era a livello scolastico. Mi sono fatto mandare da casa un po’ di documentazione del mio lavoro universitario e ho cominciato a bussare alla porta degli architetti, dalla Lower all’Upper Manhattan, ottenendo solo rifiuti.
Dopo una decina di giorni di frustrazioni, quando già mi vedevo sull’aereo del ritorno, fui assunto dallo Studio di Emery Roth & Sons. Mi chiesi sorpreso quale poteva essere stata la ragione di questo inatteso successo; mi parve di individuarla nella favorevole impressione che aveva prodotto l’aver conseguito la laurea al Politecnico di Milano”.
Doveva trattarsi di un grande studio di architettura.
“Era un grande ufficio, molto rinomato per la progettazione di esecutivi (working drawings). Alcuni, architetti ricorrevano alla loro collaborazione per questa specifica competenza; ad esempio, oltre a Minoru Yamasaki per il World Trade Center, Walter Gropius e Pietro Belluschi per il Pan Am Building su Park Avenue.
Realizzavano anche molti grattacieli, del tipo a gradoni (setbaks) che tuttora si vedono soprattutto nell’area della sede dello studio: terza Avenue e 51^ Strada. Tipologia che fu abbandonata attorno al 1958 con la realizzazione del Seagram Building di Mies van der Roe. Questo progetto produsse un cambiamento nel regolamento edilizio di Manhattan. Si riconobbe che l’abbandono delle regole relative alle distanze e alle visuali avrebbe lasciato una vasta area libera ad uso pubblico al piano terra del grattacielo e maggior libertà progettuale all’architetto. II Seagram Building copre il 50% del lotto e la parte libera è arredata con la nota, bellissima, sistemazione a piazza con vasca d’acqua e fontana.
Anche il World Trade Center rientra in questo nuovo criterio edilizio, l’area su cui sorgeva insieme agli altri edifici andati distrutti era di 6 ettari e mezzo…”.
Che posizione aveva in quell’ufficio? Dalla fotografia che mostra, è vicino ai titolari.
“A New York la posizione che occupi in ufficio è gerarchica. I più anziani hanno diritto alla posizione più vicina alla parete vetrata. In prima fila c’è il capo ufficio (job captain) il suo vice gli sta alle spalle e così via. Non so come io sia arrivato in prima fila, magari sempre per quella laurea milanese. I titolari dello studio, per la realizzazione della piattaforma di 6 ettari e mezzo, a cui facevo cenno prima, avevano interpellato e fatto venire a NewYork gli ingegneri della metropolitana milanese. Occorreva fare uno scavo per arrivare alla roccia della profondità di 20/30 metri e contenere il tutto entro un muro perimetrale in calcestruzzo armato. Per la realizzazione del muro era stato scelto il metodo da loro denorninato ‘Milan’, usato la prima volta per la metropolitana di Milano.
E sarà probabilmente proprio quel muro perimetrale in calcestruzzo, gettato nella bentonite, che contiene l’area ora chiamata ‘ground zero’, l’unica parte che rimarrà in piedi di tutto il complesso edilizio”.
All’arrivo, quale fu l’impatto per un giovane architetto?
“Per me l’impatto iniziale con NewYork non è stato facile soprattutto per la scarsa conoscenza della lingua. Dopo pochi mesi invece l’ambiente mi piaceva, NewYork è una città aperta a tutti e ciascuno si sente come a casa propria”.
Come si è inserito nello studio?
“La preparazione delle nostre scuole mi è parsa migliore di quella americana, credo per gli studi più approfonditi delle materie umanistiche. Forse è stata questa la principale ragione della favorevole accoglienza che ho ottenuto dopo poco tempo. Con grande maestria il progetto era stato suddiviso verticalmente ed orizzontalmente in un gran numero di parti, a ciascuna delle quali attendeva un gruppo di architetti o ingegneri. In un’opera così grande avresti potuto affrontare gli stessi problemi per molti anni. Ogni tanto giravo per i tavoli dei colleghi per vedere e capire il progetto nella sua interezza. L’unica possibilità per differenziare la mia prima esperienza era quella di cambiare studio.
Infatti, dopo un anno passai in un altro ufficio con mansioni di progettazione”.
Vediamo sempre più spesso chi lascia il nostro Paese come una “fuga di cervelli…”.
“Ho potuto constatare come in America vi fosse una ricerca più attenta ed esplicita del talento e della competenza di un professionista rispetto a quanto avviene da noi, dove contano molto le conoscenze e le raccomandazioni; con le conseguenze che ben conosciamo: basso livello della qualità dell’architettura prodotta, sistemi concorsuali inefficienti, professionisti italiani che lavorano prevalentemente all’estero, ecc.”.
Torri Gemelle. II progetto architettonico era di Minoru Yamasaki. Il vostro lavoro consisteva nd tradurre in “working dro wings” i suoi disegni. Vi erano delle possibilità da parte vostra di mettere in discussione alcune scelte?
“I disegni che arrivavano dallo studio di Yamasaki erano già stati discussi con i titolari del nostro ufficio ed erano ad un livello di dettaglio così accurato che non lasciavano spazio a modifiche. Il vice-capo, quando lavoravo al suo fianco, mi riferiva di critiche al progetto che venivano da circoli ambientalisti di New York. Critiche che in qualche modo erano premonitrici di quanto poi è avvenuto; ritenevano che la mole delle due torri producesse un impatto troppo brutale nello skyline di Lower Manhattan; che gli stormi di uccelli migratori potessero andare a sbattere su quelle pareti; che in caso d’incendio, non potendo utilizzare gli ascensori, la grande altezza dell’edificio rendesse difficile l’evacuazione. Che la componente speculativa nell’operazione fosse eccessiva, ecc.”.
Ci può dare un’idea della struttura?
“La struttura è (parlo del progetto altrimenti dovrei dire “era”) interamente in ferro, con protezione al fuoco per mezzo di una schiuma data a spruzzo. Ciascuna torre ha pianta quadrata con superficie pari a un acro (mq 4.070) di cui un quarto per il nucleo centrale (core), di forma rettangolare (m 40 x 27). Il “core” contiene n. 50 ascensori, n. 3 scale (due con rampe larghe m 1,20 e una larga m 1,50), i servizi igienici e i corridoi di disimpegno.
I pilastri del nucleo centrale, di sezione rettangolare (cm 102 x 56), sono costituiti alla base dell’edificio, da 4 piastre di acciaio saldate fra loro, di spessore fino a mm 12. Le quattro pareti esterne, costituite da 59 pilastri in ferro per ogni lato, con interasse di m. 1,02, formano un tubo quadrato, smussato agli spigoli, di m 63,7 dilato e alto m 411,calcolato per resistere a venti di 225 km/h.
Il pilastro tipo ha sezione quadrata (cm 32 x 38), è formato in sezione da 4 piastre d’acciaio saldate fra loro, di spessore mm 44. I pilastri di facciata sono collegati orizzontalmente, sul filo interno, da piastre in acciaio (spandrel panel) di sezione mm 26 x 1321. Con i rivestimenti antincendio e in alluminio la sezione d’ingombro del pilastro diventa cm 47,62 x 49.53. Il rivestimento in alluminio contiene al centro una guida in acciaio inossidabile per il meccanismo automatizzato della pulizia dei vetri. Il piano tipo ha un’altezza netta di cm 263 e un interasse fra piano e piano di cm 366; la differenza di cm 103 contiene le travi reticolari alte cm 75 (luce netta agli appoggi di m 18 e di m 11) il solaio in getto in calcestruzzo su lamiera grecata ed il controsoffitto in cartongesso dove è incorporato l’impianto d’illuminazione degli ambienti interni. Al piano terra, sul perimetro esterno, per dare accessibilità e trasparenza all’atrio, tre pilastri dei piani superiori confluiscono in un unico pilastro, dando una configurazione definita “gotico veneziano”. L’interasse fra questi pilastri (19 per ogni facciata) è di 10 piedi (cm 304,80), la larghezza del pilastro in acciaio è di cm 81,28 che diventa di cm 96,52 con il rivestimento perimetrale di cm 5 di calcestruzzo (invece del materiale antincendio dato a spruzzo) e con quello della finitura esterna in marmo. La struttura dei pilastri esterni è costituita da pannelli prefabbricati (in parte realizzati in Giappone) che comprendono ciascuno tre piani e tre intercolonni, posati sfalsati, per cui il profilo, in sommità dell’edificio in costruzione, era a forma di “greca”.
Nel crollo dell’edificio questi pannelli prefabbricati si potevano chiaramente distinguere; il riconoscere questo particolare costruttivo dopo il crollo mi ha prodotto una forte sensazione di pena e malinconia”.
Il sistema degli ascensori?
“Al piano terra gli ascensori sono 50 e sono divisi in tre zone, ognuna delle quali raggiunge uno “skylobby”, ripiani intermedi al 44°piano, al 78° piano e al 107°, con ascensori ad alta velocità, della portata di 55 persone ciascuno, senza fermate intermedie. Gli altri piani sono serviti da ascensori locali che percorrono un terzo dell’altezza dell’edificio, lo stesso vano corsa contiene tre ascensori locali”.
Come era realizzato l’impianto di riscaldamento e raffrescamento?
“Dal materiale su cui lavoravo – non avevo accesso ai progetti strutturali e impiantistici – ho potuto capire che vi erano dei termoconvettori sotto le superfici vetrate del perimetro esterno, che l’aria primaria proveniva dai condotti verticali posizionati ai 4 angoli dell’edificio ed estratta dai canali che passavano verticalmente presso i servizi igienici. Le macchine per il trattamento dell’aria erano collcate in corrispondenza degli “skylobby”, riconoscibili dall’esterno per il piano arretrato delle schermature a stecche di alluminio”.
Sa quanto sia costata l’intera opera e quale sia stata la parcella dello studio in cui ha lavorato?
“II preventivo, allora, era di 575 milioni di dollari, il costo reale non l’ho saputo. Oggi per ‘risollevare’ le Torri Gemelle sono stati stanziati 6,7 miliardi di dollari (il preventivo per il Ponte di Messina è di 5,5 miliardidi euro, compresi i raccordi). Non si conosceva l’ammontare della parcella; deve essere stata una cifra astronomica, perché vi hanno lavorato, solo nel mio ufficio, una quarantina di persone per dieci anni. Gli architetti avevano fissato una parcella a cui aggiungevano le spese. Quotidianamente dovevano segnare le ore di lavoro che avevano svolto e la sigla dell’opera: WTC”.
Cosa pensa dei grattacieli?
“Io lavoravo vicino al Seagram Building (a cui il WTC si rifà anche per la facciata a “gabbia”) alto m 160; grazie alla maestria di Mies van der Roe e trovandosi l’edificio al centro di Manhattan, mi sembrava ‘a scala d’uomo’, quindi prenderei quell’altezza come parametro accettabile. Ma i grattacieli rappresentano l’identità di New York, non sara facile per i newyorkesi rinunciare a ricostruire le due torri ad una altezza inferiore a quella delle preesistenti”.

Bacchiani

– L’architetto riccionese Augusto Bacchiani ha firmato molti lavori importanti. I maggiori: il recupero quasi totale del centro storico di San Giovanni, il Centro Civico Commerciale “Ausa” a Rimini, il recupero e restauro del castello degli Agolanti a Riccione, il progetto per una scuola e un teatro a Riccione e per un teatro con uffici e negozi a Fossombrone.

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