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Home Cultura

De Grandis, visione e terapia

Redazione di Redazione
28 Ottobre 2025
in Cultura, Riccione
Tempo di lettura : 3 minuti necessari
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SGUARDI D’ARTISTA

di Annamaria Bernucci*

– Roberto De Grandis è nato a Brisighella nel 1956, si è diplomato all’Istituto d’arte e alla Accademia di Belle Arti di Urbino, vive e lavora a Riccione dove lo abbiamo incontrato nella cornice tardo liberty di Villa Franceschi, oggi sede del Museo d’arte moderna e contemporanea. E la collezione di dipinti lì esposta gli si addice, costituisce lo sfondo ideale, pur con qualche inevitabile assenza, capace com’è di riassumere i termini della sua ricerca artistica che trae radice proprio dalle avanguardie e dalle neo avanguardie che hanno attraversato il ‘900.
Roberto De Grandis è disponibile a raccontarsi, a svelare verità ed evidenza: lo fa in tono scanzonato, ma consapevole della propria ricerca artistica che lo ha condotto a misurarsi con l’essenza della nostra contemporaneità e con le sfide dei nuovi mezzi espressivi, compresi quelli tecnologici che sono entrati nella produzione dell’arte, soprattutto della grafica. “Amo lavorare a mano libera, i miei disegni nascono da uno spunto emotivo e da suggestione grafica”, e mentre racconta non si trattiene dal portare sul tavolo un foglio sul quale inizia a disegnare con un pennarello colorato riempendolo di segni fantasiosi e innervati.
Non nasconde che “le battute d’arresto sono le tappe inevitabili del disinganno che la crescita e la maturità producono e – continua – la riflessione sul fare artistico e il suo rinnovarsi significa darsi nuovi obiettivi di ricerca anche quando una sorta di anestesia sembra farsi largo”.
Espose giovanissimo (17 anni) alla galleria romana La nuova Margutta (1974) poi tra interessi e progetti che lo hanno condotto con maggiore assiduità alla didattica dell’arte e alla sua applicazione in ambito pedagogico e museale, ha moltiplicato il suo raggio d’azione; si è mostrato duttile verso la progettazione grafica, la scenografia, l’illustrazione che ha praticato con lusinghieri risultati pur mantenendo stabile un rapporto fiduciario con l’attività espositiva, ottenendo negli anni attenzione dalla critica militante. A partire dalla Biennale Giovani di Faenza nel 1984 per arrivare alla presentazione di Valeria Rubbi oggi per la mostra monografica alla Galleria Nera di Bologna.
Tra turismi culturali, mode e divulgazioni dell’arte semplificate o selvagge a cui siamo abituati oggi, il terreno della pratica didattica dell’arte è stato invece per De Grandis “un oggettivo banco di prova, soprattutto dopo una lunga e appagante esperienza al Centro socioriabilitativo di Morciano di Romagna negli anni ’80. Officine Acca, si chiamava il progetto all’interno del quale furono attivati laboratori di incisione calcografica. Un mondo espressivo sorgivo, essenziale, primitivo che Roberto De Grandis è riuscito a far emergere e a contaminare con il proprio linguaggio pittorico e a far diventare occasione di crescita e reciprocità per i giovani coinvolti”.
Ciò gli ha permesso di riformulare lo statuto del vedere e del sentire; del vedere come atto complesso, che affonda nella psicologia, ma anche nella spontaneità, nella possibilità di riscoprire e ritrovare l’incanto e la meraviglia come mezzo e avvio alla conoscenza.
Scorrendo le immagini delle sue opere, di decennio in decennio, questo stupore sembra rimanere intatto. Come intatto rimane il suo desiderio “di sfuggire a etichette o definizioni verso cui – dice – nutre un’autentica allergia”. De Grandis possiede una sua cifra grafica, un’impronta originale che attraversa il percorso di tutta la sua attività pittorica. Ciò che rappresenta si trasforma in un’immagine interiore; poco importa la verosimiglianza, l’aderenza al vero naturale e fenomenico, rimangono residui di fedeltà, sia che si tratti di un autoritratto lungamente adottato come modello che della rappresentazione di un sogno o di un incubo o di un immaginario skyline di città turrita. Dà voce alla dimensione interiore dell’inquietudine, sa sottrarsi alle convezioni rappresentative della realtà anche se i segni e i colori e la loro costruzione astratta allude alla vita ai suoi conflitti e deragliamenti.
Si muove come in una riserva, nutrita dagli echi di un Pollock giovanile o di un Bacon che ha abbassato i toni sulfurei, De Grandis ha dato voce all’enigma, alla casualità, al disagio, all’incertezza, attraverso una grafia dotata di ironia che si fa groviglio, organico e mentale. Il nero fuoriesce come linea conduttrice come forza emergente degli sfondi, siano bianchi o colorati. Scherza e dice: “E’ avere l’inchiostro nel sangue”.

*Direttrice della Galleria comunale S. Croce di Cattolica

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