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Pesaro. Inceneritore nelle Marche: prima viene il territorio

Redazione di Redazione
16 Settembre 2026
in Attualità, Pesaro
Tempo di lettura : 4 minuti necessari
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Pesaro. Inceneritore nelle Marche: prima viene il territorio

Nota di EveryOne Group

Il nuovo Piano regionale dei rifiuti delle Marche, approvato nel luglio 2026, prevede la realizzazione di un impianto di “valorizzazione energetica”. Chiamiamolo però anche con il suo nome tecnico più semplice: un inceneritore con recupero energetico. La stessa normativa europea parla infatti di impianti di incenerimento, distinguendo poi quelli che, raggiungendo determinati livelli di efficienza, possono essere classificati come recupero energetico.

La localizzazione non è ancora definita. Nel dibattito sono comparsi i territori di Fano-Tavullia e Corinaldo, oltre all’area pesarese. Ed è proprio adesso, prima che una scelta diventi difficile da modificare, che occorre prestare la massima attenzione.

Il PAI 2026 ha ridefinito in maniera importante il quadro del rischio idraulico e delle relative misure di salvaguardia. L’esperienza della Tombaccia insegna quanto sia sbagliato partire dall’idea che un’area industriale sia automaticamente adatta a qualsiasi impianto. Prima viene il territorio, poi viene il progetto: rischio idraulico e geologico, vicinanza ai corsi d’acqua e alle abitazioni, viabilità, falde, qualità dell’aria e presenza di altre fonti di pressione ambientale devono essere valutati insieme.

Vale anche per Fano, Tavullia e Corinaldo, territori nei quali al traffico e alle attività produttive si sommano fenomeni di inquinamento atmosferico che non conoscono confini comunali. Le moderne tecnologie possono ridurre molto le emissioni di un inceneritore, ma non possono trasformarle in zero. Ed è per questo che la domanda non può essere soltanto: “rispetterà i limiti?”. Deve essere: quale ulteriore carico ambientale aggiungerà a quello che esiste già?

Poi, come sempre, arriverà la propaganda.

“È un impianto di ultima generazione, quindi è innocuo”. No. Essere più efficiente e meno inquinante di un impianto di trent’anni fa non significa non avere emissioni.

“È indispensabile”. Va dimostrato. La gerarchia europea dei rifiuti mette prima prevenzione, riuso e riciclo e soltanto dopo il recupero energetico. La dimensione dell’impianto dovrebbe quindi derivare dalla quantità di rifiuto residuo realmente non recuperabile, non dalla necessità economica di alimentare per decenni un grande forno.

“Importare rifiuti renderà l’impianto efficiente e produrrà ricchezza”. Forse per chi lo gestirà. Per stabilire se sia un vantaggio anche per la comunità bisogna conoscere quantità, provenienza dei rifiuti, camion necessari ogni giorno, durata dei contratti, costi, ricavi, tariffe e ricadute ambientali. Se un inceneritore per essere economicamente conveniente ha bisogno di ricevere rifiuti da territori sempre più lontani, questo non è un dettaglio: è parte del progetto.

E infine arriveranno le parole più facili: NIMBY, “comitati del no”, cittadini contrari a tutto, incapaci di comprendere la lungimiranza delle istituzioni. Ma chiedere che un impianto di questo tipo non venga collocato in un’area fragile, esondabile, geologicamente problematica o già gravata da altre pressioni non significa essere contrari a qualsiasi impianto. Significa pretendere che siano rispettati territorio, salute e principio di precauzione.

C’è poi un’altra questione, di cui si parla troppo poco: opporsi legalmente costa.

Il contributo unificato è soltanto l’inizio. Servono avvocati, talvolta periti e consulenti tecnici; e se il ricorso viene respinto il TAR può condannare chi lo ha proposto a pagare anche le spese processuali delle controparti. Per un piccolo comitato la somma complessiva può quindi raggiungere facilmente diverse migliaia di euro, soprattutto quando le parti resistenti sono più di una.

È un rischio che pesa enormemente quando si raccolgono cento, cinquanta o venti euro alla volta tra semplici cittadini. Non è difficile capire l’effetto: prima ancora di stabilire se un ricorso abbia ragione o torto, la paura di una condanna alle spese può convincere molte persone a non tentare neppure di far controllare da un giudice una decisione amministrativa.

Non è una preoccupazione inventata dai comitati. La stessa Italia, nei rapporti sull’applicazione della Convenzione di Aarhus, ha riconosciuto tra gli aspetti problematici dell’accesso alla giustizia ambientale il contributo unificato, le spese degli avvocati e il rischio di dover pagare quelle della parte vincitrice. E la Corte di giustizia europea ha ricordato che il costo complessivo di una controversia ambientale non dovrebbe diventare economicamente proibitivo.

Sarebbe anzi opportuno interrogarsi se le azioni promosse realmente nell’interesse collettivo per la tutela dell’ambiente non debbano godere di ben maggiori garanzie economiche. Perché una democrazia perde qualcosa quando soltanto chi dispone di molto denaro può permettersi di chiedere a un giudice se una grande opera sia stata autorizzata correttamente.

C’è anche un problema di trasparenza: le statistiche pubbliche non consentono facilmente di sapere quanti ricorsi promossi da comitati e associazioni contro impianti ambientalmente controversi vengano accolti e quanti respinti. Abbiamo dati generali sulla giustizia amministrativa, ma non una serie chiara e omogenea che permetta di misurare l’esito di questo specifico contenzioso. Anche questo sarebbe un dato di interesse pubblico.

Per tutto questo la società civile della provincia di Pesaro e Urbino deve restare vigile. Informarsi, chiedere documenti, pretendere studi indipendenti, partecipare alle procedure, contestare le localizzazioni inadeguate e, quando necessario, ricorrere alla giustizia amministrativa.

Non è essere “contro tutto”. È ricordare che gli impianti passano attraverso decisioni politiche e amministrative, mentre un territorio fragile, una volta compromesso, resta tale per generazioni.

Nota stampa di EveryOne Group

Roberto Malini, co-presidente
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