di Angelo Chiaretti
“QUELLA NOTTE A GRADARA“
(Nuovissime indagini su un triplice omicidio alla corte dei Malatesta)
Abstract:
Anno Domini 1285.
Il poeta fiorentino Dante Alighieri passeggia inquieto lungo il litorale, il suo animo è in tumulto, poiché nella notte sono echeggiate orribili favelle e suon di man con elle[1] nelle sale del vicino castello malatestiano di Gradara: un uomo trentenne (Paolo Malatesti detto il bello), una donna ventenne (Francesca da Polenta), cognati ed amanti, e una fanciulla tredicenne (Concordia, frutto del loro amore) sono stati uccisi, i loro corpi chiusi in capaci sacchi di tela, mazzerati con pesanti pietre al collo, mani e piedi legati, e gettati in mare. La violenza è esplosa all’improvviso, ma covava da tempo sotto la cenere, da quando, cioè, hanno visto i loro dolci sospiri trasformarsi in tristi desiri[2]: la nobiltà dell’amore angelicato non è riuscita a metterli al riparo dalla passione dei sensi. Del resto, a corte tutti sapevano di quelle colombe dal disìo chiamate[3] e la cosa non era sfuggita nemmeno all’attenzione di Malatestino detto dall’occhio (un tiranno fello[4] \ quel traditor che vede pur con l’uno[5]), fraatello di Paolo, pienamente investito del ruolo di spia da Giovanni de Malatesti detto Gianciotto lo sciancato, terzo fratello e quarantenne marito di lei.
Ecco, dunque, il giallo nel giallo su cui fa leva il racconto, che propone almeno quattro motivi nuovissimi ed inediti rispetto ai commenti tradizionali:
- a) Nella tragica vicenda non persero la vita solamente i due cognati Francesca e Paolo, ma anche Concordia, la fanciulla nata dal loro amore segreto.
- b) L’autore del triplice omicidio non fu (come vogliono i commentatori) Gianciotto, che Dante condanna come mandante nella Caina, prima zona del Nono Cerchio, fra i traditori dei parenti. Infatti l’enorme, clamorosa, sorprendente ed inaspettata portata dell’espressione Caina attende chi a vita ci spense[6] sottintende una precisa intenzione di Dante di smascherare con perfetta cognizione di causa l’abile piano architettato da Gianciotto, che aveva diffuso ad arte la responsabilità assassina del fratello Malatestino, poiché se fosse stato sospettato di uxoricidio e fratricidio, papa Niccolò IV non avrebbe potuto acconsentire al nuovo matrimonio (politico come il primo con Francesca da Polenta), che lo zoppo contrasse di lì a qualche anno con Ginevrina o Zambrasina, figlia di Tebaldello Zambrasi[7], signore di Faenza, dalla quale ebbe ben cinque figli.
- c) L’autore del misfatto fu, invece, il fratello Malatestino dall’occhio, che l’Alighieri, nel canto XXXII dell’Inferno presenta come un feroce e sanguinario assassino, seminatore di discordie, che era solito mazzerare in mare i suoi nemici.[8]
- d) Anche Dante Alighieri, in nome della cortesia provenzale, visse una storia d’amore altrettanto intensa e pericolosa con la cognata Pierina, moglie di Francesco Alighieri, fratellastro di Dante. Fortunatamente, tutto si risolse senza spargimento di sangue.
PARTE PRIMA
Oh voce di colui che primamente
conosce il tremolar de la marina ![9]
E’ l’alba del 4 settembre dell’anno del Signore 1285 e l’aurora stende le sue guance rosate[10] sul golfo del piccolo borgo marinaro di Cattolica, appena rifondato ai piedi del maestoso promontorio delle Gabicce, alla cui sommità si vanno spegnendo i fuochi di avvistamento accesi per avvertire i naviganti della pericolosità delle correnti marine di Focara: anticamente su queste pendici sorgeva il tempio dedicato a Jupiter Serenus, affinchè calmasse le ire di Nettuno.
Un uomo solitario, vestito del rosso lucco tipico di medici e speziali, scende la collina, dirigendosi verso la spiaggia, dove il sole combatte con la rugiada, e va ritmando terzine in versi endecasillabi:
Quel traditor che vede pur con l’uno,
e tien la terra che tale qui meco
vorrebbe di vedere esser digiuno,
farà venirli a parlamento seco;
poi farà sì, ch’al vento di Focara
non sarà lor mestier voto né preco. [11]
E’ Dante Alighieri, florentinus natione non moribus[12], proveniente da Ravenna dove è ospite di Guido Minore Da Polenta con il compito di istruirne la figliola Francesca nei nuovi dettami dell’Amor cortese, e sta attraversando in lungo ed in largo le terre di Romagna alla ricerca di informazioni quanto più dettagliate circa la situazione economica, politica e culturale in questa parte d’Italia: Ravenna sta come stata è molt’anni:l’aguglia da Polenta la si cova, sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni. Forlì, la terra che fé già la lunga prova e di Franceschi sanguinoso mucchio, sotto le branche verdi si ritrova. A Rimini ‘l mastin vecchio e ‘l nuovo da Verrucchio, che fecer di Montagna il mal governo, là dove soglion fan d’i denti succhio. Faenza e Imola, le città di Lamone e di Santerno, conduce il lioncel dal nido bianco,che muta parte da la state al verno. E Cesena, cu’ il Savio bagna il fianco, così com’ella sie’ tra ‘l piano e ‘l monte tra tirannia si vive e stato franco. O Bretinoro, ché non fuggi via, poi che gita se n’è la tua famiglia e molta gente per non esser ria? Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, che di figliar tai conti più s’impiglia.[13]
Qui nel riminese domina la potente famiglia dei Malatesti da Verucchio, appartenente al partito filopapale e non è difficile per Dante, da guelfo bianco[14], essere ospitato fra un castello e l’altro. Per spostarsi il Poeta sceglie una cavalcatura oppure i carri dei numerosi mercanti che percorrono la via consolare Flaminia fra Rimini e Fano. Tuttavia, volendo alleviare le fatiche del viaggio, non disdegna di veleggiare lungo la costa per spingersi da Ravenna verso sud, oltre Ancona.
Le sue giornate scorrono veloci e non è raro che egli si trovi ad assistere alle frequenti cavallate che i Malatesta compiono qua e là per sottomettere il territorio al loro potere. Al termine di uno di questi rapidi scontri militari andato a vuoto, Dante ha avuto modo di ascoltare i tre fratelli Giovanni lo zoppo, Paolo il bello e Malatestino dall’occhio fare il punto della situazione: Le nostre forze non sono bastevoli per imporsi sui nemici: occorre avviare una nuove alleanze !
Così, esaminate le diverse possibilità per agire, la scelta è caduta sui Da Polenta di Ravenna, a loro volta guelfi:
– Come riuscire nel difficile intento? sbotta Gianciotto[15].
– Ho saputo che messer Guido polentano ha una figliola in età da marito: un matrimonio fra Giovanni e la bella Francesca risolverebbe ogni cosa! risponde Paolo, che di donne s’intende.
Detto e fatto: in una luminosa domenica di primavera le campane della chiesetta di Polenta, presso Bertinoro, sulle colline cesenati, rintoccano a festa per annunciare le nozze. Gianciotto, tuttavia, è rimasto a Pesaro, dove assolve all’incarico di Podestà, ed ha pertanto affidato al fratello Paolo il compito di fare le sue veci, sposando Francesca per procura e poi condurla a Rimini nel palazzo malatestiano che sorge presso la Porta del Gattolo. Fin dai primi giorni, però, la corte riminese non è per lei molto accogliente, i Malatesti sono feroci come mastini e fan di denti succhio[16] e così il bel Paolo riceve dal fratello anche l’incarico di distrarla, accompagnandola qua e là per il contado a visitare i numerosi castelli che sulle colline fanno corona alla città sul fiume Marecchia.
Nel frattempo l’alleanza con i Da Polenta ha dato i suoi risultati positivi, la dominazione malatestiana si va allargando, la Lega Guelfa ed il papa vedono di buon occhio l’accresciuta autorità di Gianciotto e nelle diverse corti gli chiedono notizie della bella e giovane sposa giunta da Ravenna ! Ogni tanto un attacco di gelosia lo pervade, ma subito lo reprime con decisione.
L’inverno trascorre freddissimo sulle colline riminesi, la neve copre ogni cosa ed il mare è costantemente avvolto di nebbia scura. Poi, finalmente, torna la primavera e Gianciotto dà appuntamento a Francesca nella rocca di Gradara per festeggiare la stagione degli amori. I due cortei percorrono insieme l’antica Via Flaminia: Francesca giunge da Rimini, mentre il marito arriva da Pesaro, dove è ancora podestà. E’ lui il primo ad entrare nel castello, quando rullano i tamburi e le chiarine squillano, seguite da un volo di bianche colombe, simbolo di amore eterno. Il signore non indossa l’armatura del combattente, ma veste panni neri di zendadino, sui quali aleggia leggero un mantello di velluto rossastro con filamenti dorati.
Francesca giunge per seconda e riceve l’omaggio di priori, nobili e popolani, sfilando fra due ali di gente festante. Si dice che la sua permanenza a Gradara sarà abbastanza lunga, forse per tutta l’estate, anche se Gianciotto si tratterrà una sola notte. Ella indossa il classico bliaut femminile, costituito da una gonna ampia, e una chémise dalle maniche strette sino ai gomiti e poi larghissime sui polsi.
Anche Paolo è a Gradara già da qualche giorno, proveniente dalla contea di Ghiaggiolo, presso Forlì, di cui è signore e dove risiede con la moglie Orabile Beatrice degli Onesti ed il figlio Uberto.
La giornata procede in allegria fino a tarda sera quando, durante il banchetto, Gianciotto pronuncia davanti alla corte un discorso dai toni sibillini:
–Beneamati sudditi, nel tempo che sto trascorrendo a Pesaro come Podestà mi giungono quotidiane sollecitazioni a contrarre nuove alleanze, politiche e militari, affinché la Signoria Malatestiana si rafforzi e sappia resistere agli attacchi a cui è sottoposta ingiustamente e ripetutamente. Sono sicuro che vorrete approvare quanto stabilirò e non mi farete mancare il vostro cuore e la vostra spada. Viva i Malatesti di Rimini!
L’allocuzione di Gianciotto viene accolta dai convitati con un’ovazione di applausi e consensi, presagendo un futuro di conquiste e di arricchimento ai danni di altre città vicine e lontane. E’ vero che nuove alleanze significano nuove guerre, ma anche nuovi mercati, nuovi territori e nuovi orizzonti su cui muoversi. Dunque, ben vengano!
Francesca, invece, a quelle parole rimane turbata e pensierosa: conosce l’ansia di potere e di ricchezza che divora Gianciotto, tuttavia sa altrettanto bene che, purtroppo, le nuove alleanze dovranno essere suggellate da un secondo matrimonio!
–Com’è possibile che Gianciotto possa risposarsi? Il papa non acconsentirà mai al divorzio e tantomeno ad un concubinaggio adultero!
Dunque, il dubbio la tormenta per tutta la notte, mentre nel letto smarrita, sbigottita, finge di dormire a fianco del marito. Poi, d’improvviso, la sua mente s’illumina: Solo se io morissi, Gianciotto potrebbe contrarre nuove nozze e dunque stabilire una nuova alleanza! Ma, come posso morire, visto che sono giovane e sana in salute? Solo se lui……. mi uccidesse, tutto ciò potrebbe accadere!
Dunque non riesce a chiudere occhio e quando, la mattina seguente, Gianciotto esce dal castello per tornare a Pesaro, corre fra le braccia di Paolo a confidare il terribile sospetto, mentre la presenza di Malatestino dall’occhio, il terzo fratello, si fa sempre più assidua e maliziosa.
Prima di lasciarsi, Gianciotto e Malatestino mettono a punto i dettagli della loro strategia:
–Siamo sicuri che Tebaldello Zambrasi, signore di Faenza, intende allearsi con noi riminesi ed è disposto a maritare la figlia Ginevrina? Siamo sicuri che papa Onorio IV mi concederà una nuova licenza matrimoniale? Ed i Polentani ravennati come la prenderanno?
– Messer Giovanni, Ginevrina è vedova ormai da un anno ed il pontefice non può negare un matrimonio che rafforzerebbe ulteriormente il partito guelfo. Inoltre non ha alcun intenzione a riaprire la guerra del sale con Ravenna e Venezia. Quanto ai Polentani, sono ormai fuori gioco ed hanno tutto l’interesse a porre la cosa sotto silenzio: una doppia damnatio memoriae, sia da parte riminese che ravennate, cancellerà ogni testimonianza ed ogni cattiva intenzione circa la buona riuscita del nostro piano!
– Bene, Malatestino, sii tu a provvedere ad ogni cosa; e nel modo che sai!
L’occasione ad agire contro Francesca si presenta ben presto: poiché teme le insidie dei sicari, che si muovono nelle tenebre, ha chiesto a Paolo di trascorrere le notti nella stanza di lei: la loro diventa, in tal modo, una vita coniugale vera e propria, contro ogni dettame di comportamento cortese.
A questo punto, Malatestino capisce che è giunto il momento di agire: Non sia mai! Li coglierò in fallo ! Francesca, apri la porta: voglio vedere se sei sola! Francesca, aprimi ! Maledictus homo qui confidit in homine! [17]
Poiché ha capito le terribili intenzioni del cognato, la giovane sposa non vorrebbe lasciarlo entrare, ma Paolo la convince nella certezza che il fratello non alzerà la mano su di loro. Dunque non fa a tempo a tirare il pesante chiavistello della porta che Malatestino è già dentro: Maledetta e sventurata vipera ravignana! Ianua diabuli[18]! Hai tradito la fiducia di Giovanni ed ora pagherai caramente il prezzo dei tuoi peccati ! Maledetto fratello,anche tu sconterai il fio!
In un batter d’occhio sfila lo stocco dal fodero e si scaglia su Francesca, ma Paolo si frappone coraggiosamente:Lasciala, prendi me!
–Ah, traditore! Sei caduto nella trappola! Ed affonda l’affilatissima lama nella sue carni, facendolo cadere a terra morente.
Ancor più furioso, Malatestino carica nuovamente e questa volta per Francesca non c’è scampo: il suo sangue scorre e si mischia a quello di Paolo, tignendo il mondo di sanguigno.[19] Nel ricordo dei giorni felici, muoiono insieme: Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria! [20]
Proprio in quell’attimo sopraggiunge trafelata Concordia, tredicenne figliola che Gianciotto ha sempre considerato non sua e frutto dell’amore adultero fra cognati: Madre, madre amatissima ! Chi darà conforto ai miei giorni ? Voglio morire con te, volare insieme in paradiso !
Il momento è drammatico e la voce di Malatestino tuona ancora per pronunciare anche per lei una terribile sentenza: Muorirai anche tu ! Per evitare il clamore, diremo che sei stata reclusa nel monastero delle Clarisse di Santo Arcangelo. E nessuno osi parlare di quanto è accaduto questa notte! Pena la vita! Siano mazzerati tutti tre presso la Cattolica! [21]
La tragedia si è consumata con la rapidità del fulmine. Tutto sembra concluso e dimenticato, ma qualcuno, restando nell’ombra, ha seguito trepidante ogni cosa ed è pronto ad affidare il ricordo di quei terribili momenti ad una grande opera in versi che va componendo: la Commedia.
Il cuore gli batte forte, vorrebbe gridare, denunciare, battersi contro Gianciotto e Malatestino, ma l’emozione lo tradisce e le forze vengono meno, poiché anch’egli custodisce nel cuore e nella mente i momenti dolcissimi di una passione segreta per la cognata Pierina, sorella di Francesco Alighieri, suo fratellastro. A lei ha dedicato le sensualissime Rime Petrose, nelle quali dichiara di volerle tendere un agguato amoroso durante le prime ore della mattina presso la Torre della Castagna: la prenderà per le bionde trecce, che gli appaiono come dure sferze, la stringerà a sé ed anche se ella dirà di volersi sottrarre alle sue profferte, egli sarà campione mille volte, per l’intera giornata fino a sera, baciandola e possedendola con la tecnica dell’orso quando è in amore:
S’io avessi le belle trecce prese,
che fatte son per me scudiscio e ferza ,
pigliandole anzi terza
con esse passerei vespero e squille:
e non sarei pietoso né cortese,
anzi farei com’orso quando scherza;
e se Amor me ne sferza,
io mi vendicherei di più di mille.[22]
Tuttavia, nei giorni successivi, tornato a Ravenna, Dante Alighieri, confortato da amici fidati, violerà il divieto del silenzio imposto dai Malatesti e suggellerà quell’amore sfortunato con versi immortali:
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.[23]
Il mare nella notte ha mugghiato per gran tempesta[24] ed ha gettato sulla spiaggia molte cose: tronchi d’albero, nasse per catturare le seppie, conchiglie, un grande crocifisso ligneo ed anche tre grossi sacchi in ruvida tela: i pescatori, sempre alla ricerca di piccoli tesori portati a riva dalla furia delle onde, si avvicinano guardinghi, ma uno di loro si convince a squarciare con il coltello il tessuto ancora resistente: Madonna benedetta! Sono cadaveri, guardate le vesti raffinate e gli anelli che portano al dito: sono certamente dei nobili! Guardate, si tratta di un uomo e di due donne. O sventurati!
La notizia si diffonde in un baleno e giunge anche a Pesaro alle orecchie di Giovanni, che rapidamente si giustifica: Sono stati i Fanesi, accecati dall’odio che nutrono verso i Malatesti e contro di me in particolare, poiché in questi giorni ho dichiarato pubblicamente la mia intenzione di conquistare la loro città!
Poi ordina di recuperare i corpi, racchiuderli in capaci casse di legno su cui viene incisa la scritta Malatestinus fecit et Johannes fecit fieri[25], per ribadire che il triplice omicidio era avvenuto con perfetta intenzione ed eseguendo ordini ben precisi. L’ordine è di trasportare i tre feretri a Rimini per dar loro sepoltura nella Cattedrale di Santa Colomba, tuttavia quel carico non giungerà mai in città e molte leggende sono nate attorno alla sorte dei cadaveri di Paolo de’ Malatesti, Francesca da Polenta e della loro figlioletta Concordia.
Angelo Chiaretti, Presidente del Centro Dantesco San Gregorio in Conca











