Verso Rimini, agosto
Cominciano le spiagge bilingui. Le insegne sono tutte in italiano e in tedesco: <<<Bagnino – Maister >>.
Lo spiaggione di Cattolica, ormai stratificato, raffinato, impreziosito, ipertrofico, da anni e anni di grande uso, è pieno di donne: gli uomini si perdono, quasi non esistono: o sono adolescenti con gli occhi cerchiati, o umili scagnozzi, o dei fuchi.
Ecco su un moscone, una schiena michelangiolesca, un profilo bruno sotto i capelli corti, due braccia tutto mu-scolo: sembra la statua di una fontana barocca. Nascosta sotto quei pettorali, sotto quei bicipiti, piccola come una lumachina, c’è una tedesca chiara chiara. Parlano a bassa voce, un soffio, lui le stringe una mano con la mano, e ogni tanto ne bacia il polso. Sono li, sul moscone, fuori dallo spazio e dal tempo. Intorno a loro, altri due giovanotti, altre due tedeschine, racchie. Arriva una barca a vela, con due bagnini striscianti e pancioni, e tante tedesche, anziane, sbarcano al suono d’una radiolina tenuta in mano. I bagnini fanno i galanti, con la visieretta sugli occhi e i capelli unti.
Un bagnino insiste con una brutta tedesca, infelice e ridente, a ripetere una frase che deve rivestire significati simbolici, come il << fare cattleya >>> di Proust: <<E allora, mangiare ranocchi, stasera? Mangiare ranocchi? » «Sì, sì, sì, sì» fa la tedesca, con un sorriso tremendo, e facendogli segno di tacere, ché altrimenti lei vomita. E se ne va, paperando sulla spiaggia con le commilitone. Anche la tedeschina abbracciata si sgancia da sotto il tetto di muscoli del cascamorto ricopiato dalla Cappella Sistina: è dura, sprezzante. Infila gli zoccoli. Lui si alza, di conserva. Ahi. Cosi appare grasso e basso. Da statua fluviale si fa tappo. Lei se ne va, per l’arenile, tra il caos dei mosconi, degli ombrelloni, delle sdraie, delle gambe. E lui dietro, come un vecchio formicone. Le prende la mano, supplichevole, intenso. Quando ci vediamo?» le chiede. E con questo si mette la coscienza a posto. Lei semplice, secca: «Domani», «Domani!>> lui aggiunge, mortificato, sfatto dalla passione. Lei scompare. Anche questa è fatta. Il conquistatore, quasi con sollievo, va verso i compari, e insieme si allontanano per la spiaggia, piano piano, muti, ghignando, con passo stanco, guardando intorno, cercando, tra il nu-mero sterminato di donne.
Ora cominciano le spiagge della mia infanzia e della mia adolescenza: non saranno più scoperte, ma verifiche.
A Riccione, andavo in villeggiatura quand’ero ginnasiale. Arrivo: non riconosco quasi più niente. La nouvelle vague dei bagnanti e degli industriali, ha dato alla spiaggia una nuova violenza, un nuovo senso, in cui trionfano i giovani ‘di ora, che, del nuovo, sanno tutto.
Il vialetto centrale, con le due file di alberi verdi verdi, la sua angustia proto-novecentesca, i suoi bar fitti come eserciti schierati, è rimasto pressappoco uguale. Mi siedo a un tavolo e, dopo tanti anni che non lo facevo, prendo un gelato.
Allora, quando, con intima gioia, il gelato lo prendevo tutti i giorni, tutto era qui più assoluto e più eterno. Le giornate erano lunghissime, delle entità dotate di vero valore e di vera durata: il periodo delle vacanze era un pe-riodo della vita. Ciò che capitava era sempre un messaggio, o aveva un significato puro e pieno. A Riccione ho avuto la mia prima avventuretta, così passata di moda. Ho ancora la fotografia, a casa. Lei era un’allieva ballerina, della mia età, quattordici, quindici anni. Era a villeggiare con la scuola, cioè con un’altra dozzina di compagne, carine e avventurose come lei. Nella fotografia, sta in piedi sul sedile di una barca a vela in secco: è in costume e sta appoggiata con un braccio alzato all’albero: le gambe sono tenute strette, in posizione elegante, e in testa ha un berrettino bianco con la visiera, da vecchio lupo di mare. Parlavamo, ma molto poco, sulla spiaggia: lei, certo, più audace di me, sotto gli occhi lontani delle compagne. Parti improvvisamente dopo due o tre giorni. Io stavo mangiando nel giardino del-la pensione: mangiavo quasi con rabbia, per l’intima soddisfazione di cui ancora mi resta un ricordo perfetto riempiendomi del dolce caffellatte, della marmellata, del burro della pensione: ed ecco che passa una carrozza. É piena di ragazze: tutte le ballerinette, gremite in quel poco spazio. Mi vedono: è un solo urlo. Io esco sulla strada, sul vialetto illuminato dal sole mattutino di agosto: tutte agitano le braccia verso di me, gridando: <<<Addio! Addio! >>> Lei, la distinguo appena, con gli occhi allegri, pieni di sgomento e incertezza.












