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San Clemente (Rimini). Christian D’Andrea: “Senza un nuovo patto per l’Unione, la Valconca è al capolinea”

Redazione di Redazione
10 Giugno 2026
in Focus, Morciano, San Clemente
Tempo di lettura : 6 minuti necessari
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Christian D'Andrea

Christian D'Andrea

Christian D’Andrea, coordinatore Circoli della Valconca e vicesegretario provinciale Pd: “Senza un nuovo patto per l’Unione, la Valconca è al capolinea”

 

Le recenti elezioni comunali in Valconca non possono essere
archiviate come un semplice passaggio elettorale locale. A Morciano di
Romagna il voto ha consegnato la guida del Comune ad Andrea
Agostini mentre a Mondaino Amerigo Ottaviani è stato eletto sindaco
con una sola lista in campo.
“Dopo 30 anni è ora di bilanci: scegliere se
chiudere, chiuderci o rilanciare.”
UNIONE · TERRITORIO · FUTURO
Ripartire dal territorio
Due consultazioni diverse, ma entrambe maturate dopo una fase complessa segnata dal
commissariamento dei Comuni. È da qui che occorre ripartire: dal riconoscimento del
voto, dal rispetto delle comunità e dalla consapevolezza che, ancora una volta, si riapre il
tema sul futuro del nostro territorio, sull’essere Valconca e sul futuro di quell’ente,
l’Unione, che negli ultimi tre decenni ha rappresentato ed incardinato quella necessità di
unità territoriale, gravemente assente fino a tre decenni fa.
Mi sembra inutile partecipare, almeno da parte mia, al consueto e rituale dibattito della
necessità di enti di “secondo livello” come l’Unione Valconca. Ne sono stato
indiscutibilmente un forte sostenitore e lo rimarrò. Perché ritengo sia il contesto giusto
per rappresentare al meglio le esigenze di oltre trentamila abitanti in una condizione
istituzionale di elevata frammentazione; perché i fatti ci dimostrano che le istanze, le
richieste, le problematiche poste come Unione Valconca trovano sempre risposta e
riscontro. Non da ultimo il cospicuo finanziamento di oltre 4,5 milioni di euro destinatoci
sui fondi di coesione sociale dalla Regione Emilia-Romagna. Ma molto più banalmente
perché è ormai prassi comune dire “abito in Valconca”, “vado in Valconca”, “sono della
Valconca.”la Valconca è al capolinea

l punto di fondo a cui credo vada data una risposta è quale tipo di Unione oggi sia nei
pensieri dell’apparato politico ed amministrativo locale. O meglio, a quale tipo di
integrazione vogliamo aspirare per dare servizi e benessere ai nostri cittadini. Solo
individuando nuovi obiettivi strategici ed istituzionali riusciremo a non morire
d’Unione.
Può sembrare un paradosso ma è lo scenario nel quale da mesi si è incagliato il governo
dell’ente che rischia una lenta eutanasia per una mancanza vera di spinta propulsiva
proprio dei comuni che ne fanno parte.
La ragioni sono diverse. Da una parte quelle strutturali ed immodificabili che
resteranno sempre sul piatto. Restano la fragilità amministrativa dei piccoli enti, la
difficoltà a garantire servizi efficienti, la carenza di personale tecnico, la necessità di
attrarre investimenti, la gestione del territorio, la mobilità, la scuola, il welfare, il turismo,
la promozione culturale, la tutela ambientale.
Poi restano le occasioni straordinariamente perse negli ultimi anni, due fra tutte. La
completa e totale mancanza di discussione su una pianificazione territoriale di vallata e la
dispersione dei fondi di cui accennavo sopra in tanti, troppi progetti.
Sul tema della pianificazione e sulla redazione dei nuovi Piani Urbanistici Generali dei
comuni abbiamo perso una occasione, anche e soprattutto culturale, di discutere di cosa
dobbiamo e possiamo essere in un territorio provinciale che viaggia a velocità elevate e
che noi non rincorriamo, ma stiamo a guardare.
Sul tema dei fondi di coesione territoriale è mancata la progettualità. Non quella dei
singoli comuni, dove ognuno troverà la propria piccola soddisfazione con qualche opera
di media importanza, ma quella collettiva. Quella che dimostrava una nuova e forte
rappresentatività del territorio. Le scuole medie di vallata, un centro sportivo
sovracomunale, banalmente anche una piscina, oppure un nuovo collegamento sul fiume
conca o un nuovo sistema di mobilità dolce che potesse collegare i nostri paesi od un vero
progetto di (ri)lancio turistico che vada oltre alle ormai banali strategie di marketing.
Il bivio della Valconca
In questo nuovo scenario politico scaturito dalle recenti elezioni ma ulteriormente con
uno sguardo alle ormai imminenti altre elezioni amministrative (Montescudo/Monte
Colombo e Sassofeltrio nel 2027, Gemmano nel 2028, San Clemente, Saludecio,
Montegridolfo e Montefiore nel 2029) l’Unione della Valconca dovrebbe essere non un
adempimento, non un contenitore burocratico, non un luogo da frequentare quando
conviene, ma lo strumento politico e amministrativo con cui un territorio prova a
stare in piedi e a guardare più lontano. Un contenitore con una vita, con un’anima,
con la voglia reale di essere territorio.
Ritengo questo il bivio cogente ed imminente. Da una parte c’è la strada già conosciuta:
continuare a muoversi tra frizioni, diffidenze, distinguo, rivendicazioni di campanile,
rapporti personali più o meno complicati, equilibri politici locali che finiscono per

Senza un nuovo patto per l’Unione · 3
bloccare ogni visione comune. Dall’altra c’è una strada più difficile, ma finalmente
necessaria: scegliere di superare davvero i campanilismi e tornare a parlare di Valconca.
Non di singoli Comuni messi uno accanto all’altro, ma di una comunità territoriale che si
riconosce in un destino comune.
Questo non significa cancellare le identità municipali. Nessuno chiede a Morciano di non
essere Morciano, a San Clemente di non essere San Clemente, a Mondaino o Montefiore di
rinunciare alla propria storia. Il punto è esattamente l’opposto: difendere le identità locali
significa metterle in condizione di vivere, non lasciarle sole di fronte a problemi più
grandi della loro scala amministrativa. Il campanile va custodito, non trasformato in
un recinto.
Un nuovo patto di legislatura
Per questo serve un nuovo patto di legislatura tra i Comuni della Valconca. Un patto
chiaro, pubblico, politico prima ancora che tecnico, sottoscritto dalle
amministrazioni indipendentemente dal colore politico e dal risultato elettorale. Un
accordo di metodo e di merito che sappia traguardare anche i risultati delle
prossime tornate amministrative. In poche parole una nuova costituente
territoriale.
Dopo 30 anni è ora di bilanci, scegliere se chiudere, chiuderci o rilanciare.
Questo patto dovrebbe partire da un principio: l’Unione non può limitarsi alla gestione
associata dei servizi. Certo, i servizi sono fondamentali. Personale, centrale unica di
committenza, sportelli tecnici, SUAP, sismica, funzioni amministrative condivise sono
strumenti indispensabili. La stessa Unione ha già attivato convenzioni e funzioni conferite
in queste direzioni. Ma se l’orizzonte resta solo quello dell’organizzazione dei servizi,
allora l’Unione rimane un ufficio più grande, non diventa una politica territoriale.
Con una aggravante: l’impossibilità ad oggi di governare. I sintomi sono chiari: l’ente non
ha un presidente eletto da ormai un anno e, soprattutto, nessun presidente riuscirà a
costruire un programma di governo serio senza una chiarezza di fondo limitando il
collante ai soli contributi regionali.
Il nuovo patto per la Valconca dovrebbe indicare, a mio avviso, alcune priorità precise.
Cinque priorità per ripartire

PRIORITÀ 1
La prima è il rafforzamento amministrativo dell’Unione. Non basta avere una
struttura formale: occorre metterla nelle condizioni di funzionare, con personale
adeguato, competenze tecniche, capacità progettuale, strumenti digitali, procedure
condivise. È positivo che l’Unione abbia avviato percorsi di rafforzamento della capacità
istituzionale e organizzativa, anche attraverso contributi regionali e supporti specialistici;

Senza un nuovo patto per l’Unione · 4
ma questo percorso deve diventare una scelta politica stabile, non un intervento
episodico.
Se l’ente è riuscito a garantire i servizi minimi e a intercettare risorse fino ad oggi, lo si
deve quasi esclusivamente allo straordinario impegno, alla dedizione e al senso di
responsabilità del personale e dei collaboratori della struttura.
In questo contesto, l’Unione potrebbe e dovrebbe essere il faro per la transizione digitale,
che non deve essere vista come un mero adempimento burocratico, ma come una leva
strategica fondamentale. Un’Unione forte e modernizzata ha il dovere di guidare la
transizione verso una “Smart Valley”, centralizzando l’innovazione tecnologica. Questo
permetterebbe anche ai Comuni più piccoli — che da soli non avrebbero le risorse umane
ed economiche per farlo — di offrire ai cittadini servizi online evoluti, unificati e
accessibili (dall’anagrafe digitale alla semplificazione delle pratiche edilizie), abbattendo
le distanze fisiche del nostro territorio.

PRIORITÀ 2
La seconda priorità è l’allargamento intelligente delle collaborazioni. La Valconca
deve saper lavorare anche con i Comuni limitrofi, quando i temi lo richiedono. I confini
amministrativi non coincidono sempre con la vita reale delle persone. I cittadini si
spostano per lavorare, studiare, curarsi, fare sport, accedere ai servizi, vivere il tempo
libero. Per questo bisogna immaginare convenzioni, progetti e alleanze anche oltre il
perimetro tradizionale dell’Unione, dialogando con le realtà vicine della costa, della
provincia e dell’entroterra. Collaborare non significa perdere autonomia: significa
aumentare forza contrattuale.

PRIORITÀ 3
La terza priorità è una visione comune di sviluppo. La Valconca non può essere
pensata solo come somma di uffici comunali. Deve diventare un progetto territoriale su
turismo lento, cultura, borghi, paesaggio, agricoltura di qualità, imprese locali, percorsi
naturalistici, mobilità sostenibile, manutenzione del territorio, politiche giovanili,
attrattività residenziale. Oggi le comunità che non progettano insieme finiscono per
subire le decisioni degli altri. E la Valconca, troppo spesso, ha subito.

PRIORITÀ 4
La quarta priorità è il metodo democratico. Un nuovo patto tra Comuni deve prevedere
momenti periodici di confronto tra sindaci, giunte, consigli comunali, opposizioni,
associazioni, categorie economiche, cittadini, che evitino situazioni di stallo ed evitando
che ogni comune possa entrare o uscire dalla gestione di singole funzioni con la facilità
con la quale si fa ormai un acquisto su Amazon. Non basta una riunione ogni tanto. Serve
un’agenda pubblica della Valconca. Serve sapere quali sono gli obiettivi dell’anno, quali
bandi si vogliono intercettare, quali servizi si vogliono migliorare, quali opere si
intendono candidare, quali posizioni comuni si vogliono portare in Provincia, in Regione,
nei tavoli d’ambito. L’Unione non deve essere percepita solo come un “accordo tra
sindaci”, ma come la “casa comune” dei trentamila abitanti della Valconca.

Senza un nuovo patto per l’Unione · 5

PRIORITÀ 5
La quinta priorità è un cambio culturale. Bisogna dire con chiarezza che il
campanilismo non è più una forma di difesa del territorio: oggi rischia di essere una
forma di indebolimento. Difendere il proprio Comune non significa impedire all’Unione di
funzionare. Difendere la propria comunità non significa guardare con sospetto la
comunità vicina. Difendere la propria identità non significa rinunciare a una strategia
comune.
Una scelta di responsabilità
Facciamo diventare questa fase di stallo un nuovo inizio. Non perché abbiamo risolto i
problemi, ma perché obbligano tutti a una scelta di responsabilità. Chi governa ha il
dovere di aprire una fase nuova. Chi siede all’opposizione ha il dovere di esercitare
controllo, proposta e stimolo, senza rinunciare al bene del territorio magari smettendo di
parlare dell’Unione solo quando qualcosa non funziona. È arrivato il momento di
decidere cosa vogliamo che l’Unione diventi.
La risposta non può essere rinviata. E occorre trovare adesso questa risposta, non quando
l’ennesima occasione sarà già passata”.

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