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Home Economia

“A Rimini mancano i valori condivisi”

Redazione di Redazione
16 Febbraio 2007
in Economia
Tempo di lettura : 3 minuti necessari
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ECONOMIA E COMUNITA’

– “Riminindustria: il ruolo di Api per lo sviluppo dell’impresa del territorio”. E’ il titolo del libro pubblicato dall’Api (Associazione della piccola e media industria) provinciale. Autore Simone Mariotti, reca la prefazione di Stafano Zamagni, un riminese illustre. Preside della facoltà di Economia e commercio dell’Università di Bologna, autore di un prezioso manuale utilizzato per l’esame di Economia politica all’Università. Soprattutto uomo di raffinata preparazione non disgiunto dal rigore morale. Riportiamo alcuni passaggi della prefazione.

– “…Rimini ha una storia straordinaria e, dal secondo dopoguerra, ha conosciuto due diversi periodi di successo, ciascuno guidato da forze e fattori differenti. Ma da un decennio a questa parte, Rimini pare aver perso la voglia di credere in sé, al proprio potenziale. Sembra dominata da quelle che il filosofo olandese Spinoza chiamava ‘le passioni tristi’; non però la tristezza del pianto, o delle lacrime, ma dell’impotenza, della delusione, della frammentazione. E’ questo tipo di tristezza che spegne lo slancio vitale di cui sarebbero capaci non pochi soggetti riminesi, individuali e collettivi.
Come è potuto accadere tutto ciò? Senza rinunciare a risposte più articolate, si può dire comunque che non è certo la carenza di risorse economico-finanziarie né di quelle umane a spiegare il fenomeno. Di entrambi i tipi di risorse Rimini è ampiamente dotata. Piuttosto, quel che è mancato trai ceti dirigenti sociali, economici e politici è un sistema di valori condivisi e di convincimenti che interpretassero il cambiamento in atto come un’opportunità di cui giovarsi per imprimere al processo di sviluppo una direzione ben precisa. E’ accaduto così che i lusinghieri risultati raggiunti nei due periodi di successo venissero interpretati come una sorta di legittimazione dello stato stazionario. Di qui la pervasività e l’incisività della cultura della rendita, prima ancora della prassi della rendita, in tutte le sue molteplici espressioni. Il consevatorismo, che sempre accompagna l’ideologia della rendita, non ha risparmiato il ceto produttivo locale, indebolendone l’afflato imprenditoriale.
Al riguardo giunge opportuno il messaggio che promana dal celebre racconto di Kafka, La Tana. Lo strano animale che la costruisce è preso dall’unica fissazione, che qualche estraneo possa penetrare nella sua tana. Escogita dunque ogni sorta di sistema di sicurezza, erigendo barriere all’entrata e riducendo le occasioni di confronto con ogni altro. La tana si trasforma così in una trappola mortale. Proprio come avviene in economia, dove ci si limita a difendere le posizioni conquistate, si finisce con il restare prigionieri del proprio modello di sviluppo.
Alla luce di quanto precede si comprende perché associazioni come l’Api possono contribuire a realizzare, nelle odierne circostanze, forme di rapporto diretto fra cittadini e decisone pubblica in specifiche aree di intervento. Penso, ad esempio, alla costituzione di forum deliberativi su materie che mal sopportano il “corto-termismo” tipico delle agende politiche. La nascita di un sistema di rappresentanza degli attori e degli interessi attivi in ambito riminese aiuterebbe non poco a creare un nuovo pezzo del sistema istituzionale locale, quello del civile. Un ordine sociale autenticamente liberale non può reggersi a lungo sulle sole gambe del privato e del pubblico: essa ha bisogno di una terza gamba, quella del civile.
Nel suo ‘Il barone rampante’, Italo Calvino descrive molto bene perché vi sono situazioni nelle quali il potenziale di sviluppo di una città non sempre riesce a realizzarsi. ‘Capì questo – si legge nel romanzo -: che le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone e danno la gioia che raramente s’ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone – mentre vivendo per proprio conto capita più spesso il contrario, di vedere l’altra faccia della gente, quella per cui bisogna tener sempre la mano alla guardia della spada’. Quando si arriverà a capire quello che il Barone rampante aveva ben compreso, si riuscirà finalmente a comprendere perché Rimini, oggi più che in passato, ha bisogno di soggetti che pongono alla base del proprio agire l’impegno al valore, cui subordinare gli strumenti, pur necessari, del denaro e del potere. Forse non è lontano il giorno in cui tale bisogno acquisirà piena coscienza la comunità riminese. Non potrebbe l’Api di Rimini adoperarsi per affrettarne in poco i tempi?”.

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