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Home Economia

Economia. L’Europa è davvero in declino?

Redazione di Redazione
1 Luglio 2026
in Economia
Tempo di lettura : 4 minuti necessari
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Vignetta di Cecco

Vignetta di Cecco

Tratto da lavoce.info

Di Rony Hamaui, professore a contratto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Il premio Nobel Paul Krugman ha riaperto il dibattito sul declino dell’Europa. Il Vecchio Continente rimane una superpotenza ricca e probabilmente “più giusta” degli Stati Uniti, ma è fragile per i problemi che il Rapporto Draghi ben descrive.

Podcast generato con l’intelligenza artificiale sui contenuti di questo articolo, supervisionato e controllato dal desk de lavoce.info.
La tesi di Krugman sull’Europa

In una serie di brevi post pubblicati su Substack, Paul Krugman ha messo in discussione la tesi secondo cui l’Europa sarebbe da tempo in declino. Una tesi che non solo è cara alla destra trumpiana, ma che soprattutto dopo il Rapporto Draghi è divenuta un sentimento diffuso anche nella stessa Europa. La bassa crescita economica e della produttività, nonché l’assenza di grandi imprese tecnologicamente avanzate e l’ammontare di investimenti da loro effettuati vengono spesso considerate prove a sostegno di questa interpretazione. L’Europa starebbe così trasformandosi in un «grande museo»: bella da visitare e un posto piacevole in cui vivere, ma incapace di darsi un futuro.

Krugman osserva, invece, che un attento confronto con gli Stati Uniti restituisce un quadro più sfumato. Una serie di indicatori socioeconomici racconta infatti una storia diversa: la speranza di vita è più elevata, i livelli di alfabetizzazione sono migliori, i servizi pubblici più efficienti, la protezione sociale più estesa e i tassi di criminalità più bassi. In altri termini, la qualità della vita in Europa appare nettamente superiore. Naturalmente, questi valori medi risentono del fatto che negli Stati Uniti le disuguaglianze economiche e sociali sono significativamente più marcate.

Anche guardando al prodotto interno lordo pro-capite, il divario tra Stati Uniti e Unione europea appare stabile quando correggiamo i valori correnti per la parità di potere d’acquisto (Ppp), che tiene meglio conto delle differenze nei livelli dei prezzi e delle fluttuazioni del tasso di cambio, invece che considerarli in termini reali. Non è per la verità un argomento condiviso da tutti giacché i prezzi correnti, anche se corretti per la Ppp, non catturano i grandi aumenti di produttività che provocano un forte calo dei prezzi e un aumento della produzione. Il divario nella produttività del lavoro

Rimane comunque il gap nella produttività del lavoro. In parte, il problema dipende dal fatto che gli europei lavorano meno ore e godono di periodi di ferie più lunghi rispetto agli americani: una scelta sociale che riflette una diversa preferenza tra reddito e tempo libero. In altri termini, gli Stati Uniti, al pari di alcune società asiatiche, hanno scelto di essere una vera e propria «no-vacation nation».

Se si guarda invece alla produttività oraria, che neutralizza l’effetto del diverso numero di ore lavorate e delle ferie, emerge che il vantaggio americano è fortemente concentrato nel settore tecnologico, il cui peso nell’economia statunitense è assai più rilevante (circa l’8 per cento del Pil). Tuttavia, poiché si tratta di un settore tendenzialmente competitivo, i benefici della maggiore produttività tendono a trasferirsi ai consumatori attraverso prezzi più bassi e servizi migliori, compresi quelli europei. In altre parole, i vantaggi della tecnologia non dipenderebbero tanto da chi la sviluppa, quanto da chi è in grado di applicarla meglio, anche se in alcuni casi esiste un vantaggio per chi riesce a sfruttarla per primo (first-mover advantage).

Quest’ultima conclusione appare tuttavia discutibile. In primo luogo, il settore tecnologico ha forti caratteristiche monopolistiche, come testimoniano gli enormi profitti realizzati dalle grandi piattaforme digitali. In secondo luogo, gli elevati salari corrisposti da queste imprese finiscono per influenzare anche le retribuzioni degli altri comparti dell’economia, come mostrano, in modo emblematico, i costi esorbitanti dei celebri barbieri della Silicon Valley. Infine, in un mondo sempre più frammentato e conflittuale, la localizzazione delle imprese e degli altri fattori produttivi è tutt’altro che irrilevante. La storia recente ci ha insegnato che la geografia conta: la libera circolazione dei beni e la stabilità delle catene produttive vengono continuamente rimesse in discussione.

In questo contesto, l’assenza di materie prime energetiche e non energetiche, insieme a una dinamica demografica assai più problematica rende l’economia europea particolarmente fragile. Tuttavia, il vero problema del Vecchio Continente risiede nella difficoltà di generare imprese innovative capaci di raggiungere una dimensione globale.

Da questo punto di vista, i dati appaiono impietosi. Il numero e la dimensione delle imprese nate negli ultimi cinquant’anni che hanno raggiunto una capitalizzazione superiore ai 10 miliardi di dollari sulle due sponde dell’Atlantico. Negli Stati Uniti sono 68, con una capitalizzazione complessiva superiore ai 30 trilioni di dollari; in Europa sono invece soltanto 13, con una capitalizzazione aggregata di circa 400 miliardi di dollari, quasi tutte operanti in settori maturi. A ciò si aggiunge il fatto che gli Stati Uniti contano già 7 società con una capitalizzazione superiore a un trilione di dollari, numero che potrebbe presto salire a 9 con le future quotazioni di Anthropic e OpenAI.

Un diverso clima culturale e imprenditoriale, la difesa delle rendite esistenti, una regolamentazione spesso soffocante, il sospetto nei confronti delle politiche industriali, un minore accesso ai capitali e la frammentazione del mercato interno — tutti elementi ben descritti nel Rapporto Draghi — contribuiscono a spiegare le differenze.

In conclusione, forse l’Europa rimane una superpotenza ricca e giusta, ma è anche una superpotenza fragile: un gigante dai piedi d’argilla, con un futuro incerto soprattutto per le giovani generazioni.

 

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