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Home Economia

Vendesi, affittasi, liquidasi: come leggerli?

Redazione di Redazione
10 Maggio 2011
in Economia
Tempo di lettura : 4 minuti necessari
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LA RIFLESSIONE

di Alfonso Scarano

– E’ esperienza comune di questi tempi aver sensazione ed evidenze di cambiamenti sociali ed economici importanti, epocali.
Una evidenza sono i cartelli di vendesi ed affittasi che fanno sempre più bella mostra di se lungo le strade. In varie fogge, da quelle minimaliste in lunga sequela appuntati ai portoni dei condomini a quelli artistici che addobbano gli ingressi di ville, a quelli – grandiosi – che vestono intere facciate di capannoni. Il paesaggio prende colore, il colore di un annuncio di cambiamento, che è in realtà un cambiamento già avvenuto, che sta galoppando.
Non si tratta del fisiologico ricambio generazionale, è qualcosa di nuovo e di sommergente.
Le statistiche contabilizzano nei freddi numeri dei prospetti i casi di non solvibilità di imprese e famiglie, la cartellonistica informa, con ritardo, di sofferenze già avvenute ed ancora cocenti.
Vi è stata un’epoca in cui fare, lavorare, progredire era considerata cosa normale e somatizzata come un progresso naturale ed ineluttabile. Il ciclo dell’economia, pur con alti e bassi, remunerava tutti o abbastanza, o comunque a sufficienza. Pur con inciampi abbiamo assistito ad un immenso progresso del benessere occidentale. Ed infatti era l’epoca chiamata della società del benessere. Il mondo occidentale, spesso a spese di altri mondi, ha compiuto il grande balzo verso il consumismo.
La civiltà dei consumi ha trasformato popoli diventati di civili cittadini, in popoli consumatori passando prima dai beni necessari poi ai beni voluttuari, fino fors´anche ai beni paranoici.
Una trasformazione culturale impressionante ha trasformato i figli dell’homo faber in ominidi consumatori. Consumatori onnivori.
I nuovi templi in cui questa nuova generazione di ominidi rendono continuo e religioso omaggio, sono i templi del consumo industrializzato: i centri commerciali, le catene della grande distribuzione ed ora anche il consumismo virtualizzato attraverso internet. Parola d’ordine di questa religione è: consumare, consumare sempre e di più!
Se consumi esisti, ti senti bene ed appagato, momentaneamente. Poco importa se a breve o medio lasso di tempo la quasi totalità di quanto acquistato va nel pattume, in montagne di pattume.
Basta rinnovare il rito pagano del consumismo, per un altro momento – breve – di appagamento.
Ma soffermiamoci un attimo sulle etichette di questi prodotti: diventa ossessiva la ricorrenza del “made in china” o targhette da simil o confinante geografia.
E non può essere diversamente, se questa informazione viene anche letta nelle statistiche ufficiali del commercio internazionale e della progressione dei PIL dei vari paesi, di quelli occidentali e di quelli emergenti, o destinati ad imperare come la nuova Cina.
A questo punto si impone una domanda semplice, molto semplice: se i prodotti destinati al consumismo occidentale provengono sempre di più dall’estero, da dove deriverà il reddito necessario per perpetuare all´infinito tali consumi? In altre parole, non si mostra alla lucidità dei critici, forse inceppato o insabbiato il meccanismo ciclico di lavoro, reddito, consumo che genera o induce nuovo lavoro, che da nuovo reddito, che induce nuovi consumi e così via?
Per non parlare degli impatti ambientali e sociali di questo modello della mondializzazione delle produzioni – cinesi o indiane e dei consumismi occidentali. Per precisione di alcune cronache si tratta spesso dei veri e propri dunping sociali ed ambientali.
Originiamo da una cultura sociale occidentale – con forte impatto dell´esperienza protestante – che attribuiva identità e auto-realizzazione ed autostima per il mestiere che si fa. E vi è dignità in ogni mestiere.
Ci stiamo inoltrando, senza forse avvedercene appieno, ad una epoca del non mestiere o del simil-mestiere, dei non obiettivi o simil-obiettivi, immersi in un “carpe diem” consumistico. Finché dura.
Non pare per nulla evidenziarsi una necessaria e diffusa consapevolezza sociale di tali criticità epocali, e tanto meno una consapevolezza politica di questi fenomeni di impatto sostanziale sulla società per come la abbiamo intesa fino ad ora, anche perchè a fronte di tali mali si pongono in atto delle azioni non congrue alla gravità del male stesso. Gli ammortizzatori sociali hanno solo una funzione mitigatrice e momentanea, del trauma di un licenziamento o della difficoltà di reddito di una famiglia, supplendo con un sostegno di urgenza. Eppure, ciecamente, non si affrontano soluzioni realistiche al problema dei problemi, quello del sistema lavoro-consumo. Il deperimento economico porterà ineluttabilmente le sue ulteriori evidenze nei rapporti sociali, guastandoli sia a livello famigliare sia a livello di convivenza civile. Effetti di degradazione sociale sono già sotto gli occhi di tutti.
Ed l’uomo pubblico, che dovrebbe essere esemplarmente pubblico in moralità, onestà, correttezza e rispetto alle norme che regolano il vivere civile di una nazione, fa mostra di legittimazione sociale pur facendo tutto il contrario, senza vergogna.
Quindi, dalla pioggia colorata dei cartelli vendesi ed affittasi, si giunge, ineluttabilmente, come catene di conseguenze di con-cause ed co-effetti alla liquidazione di un modo di vivere civile, alla liquidazione di un tradizionale sentimento di vivere onesto ed operoso.
E secondo un perpetuarsi da profezia da tragedia greca, avverrà che le colpe dei padri ricadranno sui figli, ignari. Possiamo però immaginare o sperare che, alla fine, l’umanità prevarrà, sia pur dopo molti dolori.

NUMERI

Rimini, troppi alberghi in affitto

– Circa il 50 per cento degli alberghi di Rimini sono dati in affitto. E’ una delle debolezze dell’offerta; di norma né il proprietario, né l’affittuario, sono incentivati alle migliorie generali. Dopo pochi anni la struttura ha meno appeal e si rincorre al prezzo e non al sano equilibrio tra la bontà dell’offerta e il giusto ricavo. A ciò, come fa notare Patrizia Rinaldis, presidente degli albergatori di Rimini, si aggiunge la pesantezza dell’affitto, più alto dell’utile della gestione diretta.

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