di Arianna Lanci
IL RICCIO E LA LEPRE
Ieri mattina l’incontro con le rondini e i balestrucci, al ponte della ferrovia, lungo il tratto urbano del Marecchia, mi ha fatto sentire perfettamente a casa, in un luogo di verità, di cielo, e di lucente solitudine.
Nel pomeriggio poi è stata la volta di un nuovo contatto- con la terra. La voce del mio cane mi ha mostrato l’ospite discreto del nostro giardino- un giardino di quelli “trascurati”, in cui l’erba non viene taglia quasi mai- un ospite pieno di aculei, con un musino appuntito e un modo di stare al mondo che trasmette tenerezza e un senso di accudimento necessario. I ricci del resto sono animali che sembrano venire da un mondo lontano, sembrano molto esposti alle nostre disattenzioni, sembrano fragili nonostante quella corazza. Può una corazza mettere le ali quando l’urgenza è quella di salvarsi?
Poi la sera, da dentro una macchina, in una strada desolata, ho vissuto l’immagine di una lepre che correva. Correva esattamente davanti alla macchina, nel centro della strada, illuminata dalla luce artificiale. Se fosse arrivata un’altra macchina, dalla parte opposta della strada, l’avrebbe presa sotto? Lei correva. Continuava a correre. Davanti alla macchina, presa nella luce artificiale: estremamente vulnerabile ai miei occhi, perché ben visibile nel suo slancio verso la salvezza. Lei correva- correva con il suo corpo- un corpo interamente coinvolto nel tentativo di salvarsi. Dentro una macchina il mondo non è più una questione di salvarsi. Dentro una macchina ci si separa dal mondo. La lepre era del mondo, nel mondo, e correva davanti alla macchina, finché ad un certo punto ha voltato sulla destra, trovando finalmente un’apertura in cui addentrarsi, rifugiarsi, salvarsi. Da chi o da cosa? Non è importante. Importante è quello che ho provato, vedendola correre. Io dentro la macchina, lei fuori. Io seduta, lei di corsa. Il suo corpo in movimento, dentro la luce artificiale, era la più perfetta immagine della verità. Chi siamo adesso? Del mondo? Nel mondo? Chi? Del? Nel?
All’improvviso un bambino è saltato fuori dal nulla di un parcheggio. Un bambino dentro un parcheggio di notte. Ha sorriso con imbarazzo e ha chiesto scusa. Saltato fuori dal nulla.
Ha chiesto scusa perché avrebbe potuto essere preso sotto, anche lui come la lepre, da una macchina.
Infine, dentro la notte fonda, il canto dell’usignolo- il primo della stagione. Un canto lontano, presente, vero di una verità struggente.
E nel tragitto verso casa, quando l’ho pensato, che avrei visto l’istrice, ecco che l’istrice è apparsa, attraversando rapida la strada e andandosi, anche lei, a rifugiare. La fortuna di un varco.
Il riccio, con le rondini e i balestrucci, il mio cane con il suo abbaiare che segnala, il correre della lepre e l’apparizione fugace dell’istrice: tutti frammenti di uno stesso sogno.
Un sogno diventato vero grazie all’usignolo, che canta di notte, tutta la notte. Canta non visto.
Canta sentito soltanto da chi- desidera sentirlo.










